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Aspettando la carrozza con la filodrammatica Armathan

11/12/2003
 
Al teatro Giovanni Paolo II di Pedemonte è in corso una rassegna teatrale di compagnie locali. E’ un peccato che quest’anno non ci sia in contemporanea il consueto appuntamento con le proposte di Nevio Gàmbula, di cui parlo in altra pagina di questo mensile e che rimpiango. Negli anni scorsi le due rassegne si affiancavano offrendo il destro per parlare di teatri differenti e di pubblici differenti: quella di Gàmbula aveva un respiro nazionale e portava a Pedemonte cultori del teatro da tutta la provincia, pochi in verità ma entusiasti, desiderosi di fare esperienza di nuove frontiere e di nuovi mondi; l’altra, che è rimasta, ha un pubblico locale, che è stato presumibilmente numeroso all’apertura con Roberto Puliero e che era abbastanza ridotto (sessanta, settanta persone) la sera in cui la filodrammatica Armathan ha proposto “Aspettando la carrozza”, un testo del drammaturgo romeno-uruguaiano Jacobo Langsner rappresentato per la prima volta nel 1986 e messo in scena quest’ultima estate anche a Finale Ligure da una compagnia locale in dialetto genovese. Il contenuto è leggero e divertente. Attorno ad una vecchia madre (Cora), ruotano i tre figli (più una figlia che spunta dal nulla all’inizio del secondo atto) e le tre nuore, che disvelano i loro sentimenti e le loro miserie morali e sociali. Il fulcro drammaturgico, che permette il disvelamento e quindi imprime ritmo e dinamismo all’azione, è dato dal comportamento della madre: all’inizio dello spettacolo è in scena, abita con una delle nuore, cui risulta insopportabile come tutte le suocere di questo mondo; verso la metà della commedia scompare, arriva la notizia che una donna è stata trovata maciullata sotto un treno e i nostri credono che si tratti di lei; alla fine ricompare e si chiarisce l’equivoco: la maciullata non è la vecchia madre ma un’ungherese. Dicevamo che la madre è il motore dell’azione: la sua scomparsa è usata come grimaldello per scavare nei caratteri dei figli e delle nuore, mettendone soprattutto in luce gli egoismi (prima della scomparsa) e le ipocrisie (dopo). L’autore conosce bene i meccanismi del teatro e li adopera con disinvoltura, pur non arrivando mai, a mio parere, a scavare con crudeltà e ferocia dentro l’anima dei personaggi, come ha fatto ad esempio Michel Tremblay ne “Le cognate” portate in scena dall’Estravagario di Alberto Bronzato e che hanno molti punti in comune con il lavoro di cui parliamo. Oppure, e questo è un dubbio che mi è venuto, il regista dell’Armathan Marco Cantieri non ha lavorato sufficientemente sul testo. Si è accontentato di una lettura di maniera, applicando le battute agli attori e non, viceversa, costruendo, riplasmando gli attori intorno alle battute e ai personaggi. Mi spiego meglio con degli esempi. Marco Amadori, che interpreta il primo figlio in scena (Giorgio) è un attore di buone qualità, un tipico caratterista: si presenta in scena con gli occhiali da semicieco, improvvisa smorfie, travisa la voce e mostra una lacrima facile, rasenta la macchietta e fa ridere il pubblico; Adriana Giacomino, che interpreta una delle nuore (Nora), ricca e senza figli, sterile nel senso pieno della parola, è il corrispettivo femminile di Marco: longilinea e secca, nevrotica nella voce e nelle movenze, rasenta la macchietta e fa ridere il pubblico. Una scelta registica poteva essere quella di ricondurre tutti i personaggi a questa tipizzazione. Oppure il contrario: al realismo senza eccessi degli altri. Cantieri invece pare aver lasciato fare a ciascuno di suo genio: uno l’è brào, l’altro un pochetìn manco. Applausi ad Amadori e Giacomino, discreta la Susanna di Donata Mannucci, appena decenti l’Antonio di Matteo Cattonar e l’Elvira di Cristina Lonardoni, appena presentabile la diciannovenne Matilde di Elena Fasanar, senza valutazione gli altri. Il risultato è un disequilibrio evidente, che deriva ovviamente in buona parte dal materiale umano a disposizione (grande tormento di tutte le compagnie amatoriali) e in altra buona parte dalla trasandatezza registica. Gli spettatori non vedono l’ora che entri in scena il Giorgio o la Nora per ridere un po’. Il regista (che interpreta senza infamia e senza lode un altro dei figli, Sergio) non ha lavorato molto sugli attori. Ha lavorato sulle voci che sono (quasi) tutte bene impostate, decenti. Una buona dizione è già un risultato non disprezzabile. Un altro aspetto che ho trovato particolarmente convincente è dato dai momenti in cui il cicaleccio (talvolta insopportabile) dei personaggi tace improvvisamente e l’evento scenico è affidato alle occhiate e alle movenze, qui veramente molto espressive, in grado da sole di dire di più dei discorsi. Aspetti meno convincenti, invece: i costumi e il trucco (la vecchia madre Cora non appare tanto vecchia così come il suo zompettare iniziale per l’appartamento vorrebbe far credere). Scenografia: modesta (tra la prima e la seconda scena bastavano pochi elementi per dare agli spettatori l’impressione di non essere sempre nella stessa casa). Luci e suono: modesti. Un’ultima annotazione: dei tredici protagonisti della commedia ben cinque entrano in scena soltanto nel secondo atto e lasciano una traccia molto labile del loro passaggio: una sviene due volte, un’altra francesizza, un altro beve, un quarto porta una corona mortuaria, una quinta la ricordo soltanto vagamente. Per dire, ancora una volta, che la caratterizzazione dei personaggi è stata ampiamente sottovalutata.