Verona: Articoli: . . . Che Goldoni fu un grande rivoluzionario?
. . . Che Goldoni fu un grande rivoluzionario?
11/12/2003
Se si dà uno sguardo alle rassegne teatrali nostrane di questi mesi, si possono riconoscere i titoli di alcune commedie di Goldoni: “Sior Todero Brontolon”, “Le baruffe chiozzotte”, “Il burbero benefico”.
Se poi collocassimo le suddette opere secondo un ordine cronologico di stesura, risulterebbe che tutte e tre furono scritte dopo la riforma goldoniana, avvenuta tra il 1748 e il 1753. Ma in cosa è consistita questa riforma?
La riforma è stato un passo, un grande passo, che l’autore stesso ha compiuto scavalcando le tradizioni e gli usi del teatro italiano all’alba del XVIII secolo.
In Italia tutto era legato allo scenocentrismo: indica ciò che ruota attorno alla scena, al contesto, quindi al momento in cui un attore professionista, della commedia dell’arte, improvvisava. Ci troviamo nell’epoca del teatro delle parti libere, ossia quel modo di produrre spettacoli (attenzione: non è un genere!) dove in base ad uno scenario/canovaccio, cioè lo scheletro narrativo della storia e dei contenuti dei dialoghi, ciascun attore sfoderava tutto il repertorio (lo zibaldone) del proprio personaggio.In questo modo appunto nascevano sul palcoscenico dialoghi improvvisati, generati dall’incastro di modi di dire propri, di slanci creativi caratteristici (gli elant), scambiati tra le varie maschere.
La riforma di Goldoni consistette nell’abolire tale improvvisazione, caratterizzata col tempo da meccanismi stanchi e fin troppo ribaditi. Egli condusse una lotta orientata all’innovazione teatrale teorizzando il testocentrismo, il teatro del testo, in modo che il lavoro svolto sul palcoscenico desse spazio alla parola scritta. L’intento, in pratica, fu quello di creare un nuovo modello drammaturgico, operando addirittura dall’interno di quel “mondo” verso il quale Goldoni espresse diverse critiche. Iniziò con la composizione di scenari per i personaggi della commedia dell’arte ed integrò in seguito il canovaccio dell’azione scenica con parti interamente scritte, cosicché gli attori dovessero impararle e recitarle a memoria.
Un piccolo esempio di questo primo passaggio è il “Momolo cortesan” (1738), per il quale Goldoni scrisse tutta la parte di Pantalone, il protagonista della commedia.
Successivamente l’autore sostituì man mano tutte le parti a soggetto (da improvvisare) con battute fissate (si veda “La donna di garbo” del 1744, la prima scritta per intero); trasformò le maschere della commedia dell’arte, come Arlecchino o Colombina, che divennero personaggi più sfumati e psicologicamente complessi (“La Pamela” del 1750, prima commedia senza maschere).
La commedia goldoniana rispecchiava in modo vivace e naturale la vita quotidiana ed i problemi della società italiana del tempo, col risultato quindi che lo spettatore ci si poteva riconoscere.
Il linguaggio utilizzato passò da un plurilinguismo derivato dalla commedia dell’arte, che distingueva così le parti serie da quelle comiche, ad un monolinguismo di lingua italiana “media”, che cercava di riprodurre quella in uso: nel caso delle commedie dialettali venne usato un veneziano articolato e vivo, per rendere meglio le sfumature del parlato di personaggi appartenenti a differenti classi sociali.
In questo percorso sull’autore veneziano è doveroso ricordare la sua collaborazione con la compagnia dei Medebach di Venezia a partire dal 1747, per i quali lavorò come poeta di compagnia al teatro S.Carlo. Fu un sodalizio importante perché, sebbene fosse durato solo fino al 1753, questo fu il gruppo che mise in scena per la prima volta nella storia le celeberrime nuove commedie di Goldoni, realizzate per scommessa nell’arco di un anno (1750-51), e che rispecchiano tutti i punti della riforma sopra analizzati.
Tra questi testi spiccano “La bottega del caffè” (nella nostra Verona è stata eseguita anni fa da La Barcaccia e nel prossimo 2004 vi si cimenterà la Compagnia di Ugo Pagliai), “Il bugiardo” (messo in scena quest’estate al Teatro Romano da Glauco Mauri e Roberto Sturno) e soprattutto “Il teatro comico”, ossia la commedia manifesto della riforma goldoniana: un testo che concilia situazioni comiche con esplicite polemiche sollevate da Goldoni stesso, attraverso le parole dei suoi personaggi, contro il teatro improvvisato.