La fotografia è frutto di uno sguardo arbitrario che seziona la realtà sottraendola al suo sistema di insieme per restituirci l'immagine in ogni caso di un dettaglio. Sembra che la tecnologia voglia in questo caso, col suo occhio meccanico, trasformare la natura in natura morta.
Ousmane Ndiaye Dago è sicuramente consapevole che il mezzo fotografico restituisca soltanto la pelle della realtà e che anche la messa a nudo delle sue modelle risulta alla fine essere un artificio seppure linguisticamente fertile. Egli parte dall'identificazione della donna con la terra per la comune capacità di prolificazione. Nuda terra e corpo nudo.
Successivamente il corpo delle modelle viene come riportato attraverso l'argilla a una sorta di tempo originario del mondo, la nascita dell'uomo. L'argilla come carne, decorazione e volubile tatuaggio che cosparge sul corpo della donna una sorta di discontinua pellicola per una accidentata cosmesi.
Dago poi allestisce una sorta di piccola scena su cui colloca le figure da fotografare in pose che ci riportano ad antichi rituali e ad una gestualità in ogni caso plateale e teatrale.
Natura e artificio, sguardo emozionale dell'artista e occhio meccanico dell'obbiettivo fotografico supportano l'intreccio tra natura e cultura visualizzato da Dago. Il fotografo senegalese infatti tende da una parte a riportare l'eterno femminino alle sue radici, la Madre Terra, per poi estrarlo coniugandolo in proliferanti pose costruite. Qui il nudo non ha nulla di pornografico, accenna ad una plasticità organica assistita cromaticamente alla materia aggiunta dell'argilla, colore che sembra spostare il corpo vivo nella condizione della scultura lignea tipicamente africana.
Ecco che la pelle si fa pelle, la fotografia documenta la nuova condizione di un corpo africano elaborato da un intervento fotografico che vive sotto il segno del multiculturale.
Tecnologia occidentale e ritualità primitiva si mischiano per fondare un nuova dimensione iconografica che non ha nulla di sadico, come può sembrare agli occhi ingenui di qualche modesto critico di provincia, piuttosto è frutto di un pudore creativo che, senza arrivare al burka, vela il capo delle donne fotografate sottraendolo i tal modo, attraverso un rituale primitivo e infantile, alla condizione di oggetto visivo.
L'uomo primitivo ed anche il bambino pensano di non essere visti se essi non guardano, chiudendo gli occhi occidentali tutto questo sembra punitivo perché penalizzata è la parte alta del corpo, il capo velato. Invece si creano felici assonanze tra la postura delle figure e la natura proliferante della foresta, i corpi delle fanciulle come tronchi e rami di alberi posti all'aperto, al sole al vento e alla polvere.
Qui la polvere si fa cosmesi, vaporizzata sulla superficie di corpi che vagheggiano le antropometrie di Yves Klein e l'impassibilità teatralizzata delle fotografie di Andres Serrano, scremate però da ogni cadenza allegorica.
In definitiva la fotografia del senegalese Dago evita gli opposti estremismi della omologazione culturale e del genius loci tribale e si colloca nell'area centrale di una ricerca artistica tesa all'affermazione della propria identità.
Achiile Bonito Oliva
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