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Don Giovanni

10/04/2002
 
Siviglia, XVI secolo. Il Commendatore accorso in difesa dell'onore della figlia Donna Anna, viene ucciso dall'audace seduttore, il nobile Don Giovanni: Il duca Ottavio, promesso sposo di Donna Anna, giura di scoprire l'assassino, mentre questi fugge coperto dalle tenebre assieme al servo Leporello.
Raggiunto da Donna Elvira, una delle passate amanti, Don Giovanni abbandona ancora la scena, lasciando Leporello a sciorinare il "catalogo" delle conquiste amorose dello straordinario seduttore. Intanto si stanno svolgendo i festeggiamenti per le nozze di due contadini, Masetto e Zerlina: Don Giovanni seduce la sposina e, con minacce e lusinghe, riesce a star solo con lei. Ma arriva Donna Elvira, la quale sottrae Zerlina alle mire di Don Giovanni.

Donna Anna riconosce dalla voce di Don Giovanni che egli è l'assassino di suo padre e, accompagnata da Don Ottavio e Donna Elvira, si dirige al castello di Don Giovanni, dove si sta svolgendo la festa organizzata "in onore" di Zerlina. Qui Don Giovanni viene smascherato e su di lui viene invocata la vendetta del cielo.

Nel secondo atto, dopo altri inganni perpetrati grazie allo scambio di abiti con Leporello, Don Giovanni si rifugia in un cimitero, dove beffardamente invita a cena la statua del Commendatore. Tornato al suo castello, Don Giovanni si siede a tavola, respingendo l'ultimo tentativo di Donna Elvira di farlo ravvedere. Anche quando giunge la statua del Commendatore, che lo invita a pentirsi, Don Giovanni non arretra. È l'ora fatale: la terra si squarcia e Don Giovanni viene inghiottito tra le fiamme.

Infine, Zerlina e Masetto celebrano le loro nozze, Donna Anna e Don Ottavio progettano la loro unione, Donna Elvira annuncia di volersi ritirare in un convento e Leporello va all'osteria, "a cercar padron miglior".

L'opera, meravigliosa e immortale, si ispira al celebre mito di Don Giovanni, entrato nella letteratura nel 1630 con Tirso de Molina, per poi passare attraverso la penna di Molière e di Goldoni.

"Mai Mozart ci diede musica altrettanto tenebrosa, cruda, realistica, spregiudicata come in questo dramma crudele e febbrile; mai altrettanta dovizia di rapidi e taglienti contrasti, passando dalla dolce cantabilità all'orrore agghiacciante, dalla sublimità di rivelazioni celestiali alle minute banalità della vita quotidiana" (Paumgartner).

I perché di un capolavoro
Don Giovanni è considerata dalla maggioranza dei critici come il più grande capolavoro del genio mozartiano, e molti ritengono addirittura che ci troviamo di fronte all'opera più perfetta mai composta nella storia della musica.

Non è possibile fare "classifiche" di capolavori di questo livello, ma soprattutto non è corretto confrontare opere di epoche e stili totalmente diversi. Come si può confrontare tra loro coppie di opere come Don Giovanni e Die Zauberflöte, Traviata e La Bohème, o addirittura Lucia di Lammermoor e Lohengrin, Carmen e Il Barbiere di Siviglia, e decidere quale sia maggior capolavoro? Di fronte a titoli come quelli elencati non si può che tacere ammirati.

Ma non si può negare che Don Giovanni sia un capolavoro di perfezione quasi sovrumana, ed il senso di appagamento, di raggiunto equilibrio, di totale sfruttamento delle forme, di genialità "divina" che promanano da quest'opera devono pur avere una ragione.

Eccoci dunque di fronte ad uno dei "perché": Don Giovanni è un'opera priva di momenti di "stanca", cosa che non si può dire di molti capolavori riconosciuti, che a momenti sublimi alternano pagine decisamente meno ispirate. Certamente l'ispirazione costante è una caratteristica tipicamente mozartiana (come è noto egli scriveva "di getto" e non faceva mai correzioni), ma anche nelle opere del genio salisburghese ci sono momenti meno interessanti, basti pensare al divario esistente tra il primo ed il secondo atto di Idomeneo, mentre in Don Giovanni abbiamo un continuum fatto di grandi arie, di momenti d'assieme e di recitativi, tutto sullo stesso altissimo livello.

Abbiamo detto "recitativi", e questo è un altro dei grandi pregi del Don Giovanni: anche i recitativi non sono mai semplici collegamenti tra le arie utili solo alla comprensione della trama e poco apprezzabili dal gusto moderno degli spettatori, come in tante opere del '700. Invece la vis comica, i colpi di scena, l'equilibrio tra i personaggi, contribuiscono a rendere interessanti e piacevoli tutti i recitativi del Don Giovanni.

L'equilibrio tra i personaggi è un altro grande "perché", e tra i più importanti: il protagonista è certamente il dissoluto libertino, ma tutti i personaggi hanno arie di peso paragonabile e di grande bellezza: non si può negare che di fronte a Madamina, il catalogo è questo, Batti batti, Deh vieni alla finestra, Vedrai carino, Ah pietà, Ah chi mi dice mai, Dalla sua pace, Mi tradì quell'alma ingrata, non possiamo fare classifiche, così come di fronte a Là ci darem la mano, al mai eseguito Per queste tue manine (Duetto Leporello-Zerlina), al "duetto" tra la Statua e Don Giovanni che si conclude con la sua dipartita.

Le cronache dell'epoca ci dicono che alcune arie furono aggiunte da Mozart per venire incontro alle richieste del primo Cast, altre sparirono, qualcosa fu aggiunto senza esigenze sceniche ed alcuni critici osarono dichiarlo "inutile", altri decretarono la debolezza del ruolo di Don Ottavio, ma in qualunque modo siano andate le cose, il risultato finale è un perfetto equilibrio.

Altra caratteristica che contribuisce grandemente al senso di "continuo capolavoro" in Don Giovanni è la bellezza dei momenti secondari: anche i minimi particolari appaiono realizzati con genialità, e passi che in altri casi sarebbero semplici transizioni sono di grande interesse musicale.

Basti pensare alla bellezza di momenti quali Ferite, ferite..., ai commenti di Don Giovanni e Leporello all'aria di Donna Elvira Ah chi mi dice mai, alle finezze nella scena del cimitero, (Con la marmorea testa...), al coro di contadini, alla geniale fusione di ritmi diversi nel ballo al palazzo di Don Giovanni, alla reticenza di Masetto ad "affidare" Zerlina a Don Giovanni, eccetera. Certamente fondamentale nel rendere Don Giovanni un simile capolavoro è la potenza e la bellezza drammatica dell'ingresso della Statua del Commndatore, dei celeberrimi "Pentiti!... No!", e della discesa all'Inferno di Don Giovanni richiamato dagli spiriti.

Molto si è scritto su questo e sul rapporto drammaticità-comicità che si viene a creare. A noi interessa invece il fatto che questa meravigliosa irruzione del Mozart drammatico in un'opera dal carattere buffo è di tale originalità, oltre che di bellezza intrinseca, da fornirci ulteriori "perchè", aggiungendo perfezione a perfezione: poche opere possono vantare al loro interno capolavori di potenza drammatica e capolavori di comicità!

Infine, possiamo notare che nel Don Giovanni l'orchestra non si lancia quasi mai in lunghi passi di introduzione o commento, frequenti in altre opere mozartiane, e questo contribuisce ad evitare pause drammatiche, mentre le sottigliezze e le meraviglie armoniche (di sconcertante novità per l'epoca) inserite nell'accompagnamento del canto ci ripagano ampiamente di tale carenza di passi puramente orchestrali. Ma ci sarebbero decine di altri momenti in cui il genio di Mozart rende con insuperata originalità gli stereotipi dell'opera buffa e di quella seria, su cui i critici hanno discettato per decenni.

Il mito di Don Giovanni
Il mito di Don Giovanni, dopo quasi tre secoli di florida esistenza, più di quello di Faust, è un mito moderno, nato dalla realtà e non dalla visionaria fantasia. Ne è eroe un uomo che non conosce viltate e sperpera il suo coraggio, la sua giovinezza, ma non per liberare l’umanità dai mostri. Egli vuole solo soddisfare il suo prepotente, inestinguibile bisogno di amare, di godere. Per secoli il mito di Don Giovanni prese il nome dal Convitato di pietra, da quella statua di marmo che con la sua mano gelida trascinava il grande peccatore all’inferno, tra il disordine di una tavola ricca di vini e di vivande. Era affidato solo a quel guastafeste l’incarico di rappresentare il fine edificante del dramma, che faceva, dopo gli spaventi, andar tutti a letto tranquilli. Eppure la figura di quel giovane "estremamente licenzioso", ma così gaia, così vitale, così divertente, era difficile togliersela dalla testa. Con tutti i suoi vizi egli aveva in sé qualcosa di eroico, e quel pubblico popolare, lettore delle vecchie canzoni e dei poemi eroicomici, aveva bisogno di un eroe, fosse pure un eroe del male. La figura di Don Giovanni col tempo si ingrandì sempre di più. Disponendo della più ampia libertà d’azione, agitandosi sulla scena dal principio alla fine, Don Giovanni divenne il vero autentico protagonista. Chi badava più al Commendatore? Il pubblico non riuscì più a capire se, in quella storia gremita di personaggi diversi, egli assistesse al trionfo della morte oppure ad un farraginoso, allettante trionfo della vita. Questa affascinante feconda ambiguità ha fatto in ogni tempo la fortuna del Don Giovanni, anche quando rivoluzioni sociali e guerre e movimenti di idee cambiavano la faccia del mondo. In questa eterna vicenda tra il cielo e la terra la statua del vittorioso Commendatore è andata in frantumi mille volte e l’infernale esecrato Don Giovanni è ancora vivo, nell’immortalità della sua giovinezza. Il significato religioso della leggenda si attenuò sempre di più. Fin dagli inizi il gesuita Tirso de Molina che nel suo Burlador aveva affrontato il tema della predestinazione e del libero arbitrio, liberò il titolo dall’immagine funesta di quel convitato (confinato nel sottotitolo), e situò in primo piano la figura del beffatore, beffatore delle donne, della morte e di Dio. E nel suo Don Giovanni Molière, che sul palcoscenico non amava vedere i cadaveri, finì col sopprimere dai personaggi il Commendatore, ucciso alcuni mesi prima (anche per rendere meno incredibile la vicenda), e nella scena del banchetto fece apparire la statua ma quasi per un distratto ossequio alla tradizione. Nel 1651, un grande attore della Compagnia dei Gelosi, Giovan Battista Andreini, si decise a restaurare dai tanti guasti subiti il Convitato di pietra, e gli dedicò un immenso poema drammatico che intitolò: Il nuovo risarcito Convitato di pietra. Ma questo serissimo dramma, che era costato un’enorme fatica al suo autore, non fu mai pubblicato. I comici dell’Arte avevano ormai invaso il palcoscenico d’Europa. E, come Cervantes aveva fatto con Don Chisciotte e Tirso col suo Burlador, a Don Giovanni misero dietro un servo, creatore di lazzi e di variazioni buffonesche. Restarono famose le prodezze che nel suo Convitato eseguiva l’Arlecchino Domenico Biancolelli. Di questa grande tradizione comica neanche Mozart e Da Ponte vollero liberarsi.

"Il mito di Don Giovanni" è tratto da G. Macchia, "Tra Don Giovanni e Don Rodrigo", Milano, Adelphi 1989

Don Giovanni
di Wolfgang Amadeus Mozart

Direttore Yoram David

Regia - Yuri Alexandrov
Scene e costumi - Viktor Okunev
Maestro del coro - Armando Tasso

Interpreti principali
Michele Pertusi, Inva Mula, Patrizia Orciani Antonio Siragusa, Andrea Concetti