Verona: Articoli: Franceschini


Franceschini

10/02/2004
 
Il lupo solitario del teatrare veronese si racconta nel suo vagabondaggio artistico

Tra i fondatori dell’AIDA, quello di Franceschini è un nome che si lega fortemente al teatro ragazzi veronese, ma è ricordato anche per le sue messinscene di testi di Vittorino Andreoli.

- Sei sulle scene cittadine da molti anni. Quali sono le tue origini teatrali? Faccio teatro perché mi è capitato di farlo. Non è stato un discorso né di passione né di grande illuminazione. La mia origine è di pittore. Poi sono stato cantastorie, in giro per l’Italia. Alla fine, non potevo far altro che aggiungere dei testi, delle maschere, degli oggetti. La formazione fu nei primissimi degli anni ’70, all’interno di quello che fu il fenomeno di animazione teatrale. Un’idea di lavoro artistico e di sviluppo dei linguaggi espressivi al fuori dei teatri, per strada, nella piazza, nei luoghi sociali, pertanto nelle scuole ma anche in tutto ciò che riguardava la vita quotidiana delle persone. I maestri furono Giuliano Scabbia e tutti i personaggi che in quei tempi dilatavano i linguaggi artistici recuperando quelli subalterni, da cui la narrazione, il cantastorie, l’uso dei pupazzi, dei burattini, il gesto, il corpo. In quei tempi entra con forza il “terzo teatro” di Grotowsky e Barba. Io sono sempre rimasto legato ad un teatro molto popolare e direi anche subalterno da un punto di vista del linguaggio, ad aspetti che poi sono stati riscoperti, come l’uso del dialetto, l’incrocio delle forme artistiche, la riscrittura dei testi, la narrazione.
- Conduci il tuo cammino artistico in solitaria, non hai una tua compagnia. Questa è una tua scelta? Le parentesi delle varie compagnie e gruppi ci sono state. Tra l’altro, nei primi anni ’80 insieme a Roberto Terribile sono stato fondatore dell’AIDA, di cui sono stato direttore artistico per quindici anni. Negli ultimi sette/otto anni amo il teatro in solitaria. E’ forse un po’ la mia origine, che è sempre stata quella più di un performer, di un pittore-artista, un cantastorie, un narratore. Negli ultimi spettacoli sono solo, al massimo ho dei musicisti che mi accompagnano, uso la pittura dal vivo, uso degli oggetti. E’ un teatro che torna alla performance, alle prime esperienze dell’art-painting degli anni ‘50-’60.
- I tuoi lavori sono sempre caratterizzati da testi sostanzialmente originali, questo perché non trovi nella drammaturgia stimoli interessanti o perché secondo te sono importanti le nuove proposte? I testi che porto in scena sono sempre legati a fonti della fiaba, fonti antropologiche. Inoltre propongo testi scritti da me. Questo non perché i testi in drammaturgia non siano validi, anzi. E’ che rispetto ai grandi autori mi sento piccolo. L’ho sempre vissuto come un discorso di umiltà rispetto ai testi dei grandi. Ho avuto tante proposte per fare delle messinscene con delle compagnie su testi importanti, ma ho sempre rifiutato. Io penso che i grandi autori meritino grandi registi e attori.
- Il tuo rapporto con Vittorino Andreoli? Il rapporto è nato otto/nove anni fa e continua. A lui piace raccontare che o mi curava o facevamo qualche cosa insieme. Passò la seconda idea. Per me è stata una scoperta fortissima ed importante che mi ha molto arricchito come attore. E stata una scommessa fin da subito: lavorare con gli autori viventi è stimolante. Vittorino è una persona eccezionale di un’intelligenza straordinaria. Il suo teatro mi ha portato alle mie radici modeste e popolari, del dialetto, ma anche alla riscoperta dell’emarginazione, degli “ultimi” nella nostra vita e società. Un teatro forte e diretto che va verso la gente comune. I primi testi su cui ho lavorato, “L’imbriago” e “El mato”, li aveva scritti già da qualche anno, anche se mai presentati. Successivamente li ha scritti appositamente per me, sul personaggio che si era creato, questo veronese un po’ disincantato, popolare però arguto, ruzzantiano, che di volta in volta non diventa altri personaggi bensì è lui che commenta dei temi. Adesso ha scritto un nuovo testo, su un eroe, “L’eroe poro can”. Vedremo quando e come allestire lo spettacolo. Ci sono delle altre compagnie coinvolte in questo progetto, forse andrà in porto.
- I testi di Vittorino Andreoli li porti anche fuori Verona? Più che altro “El mato” in quanto è il più legato alla sua professione. Per il resto sono progetti per la città. Vittorino ama dire che il suo teatro è per la sua città. Il progetto era di allestire annualmente o semestralmente un lavoro, inteso come un commento alla vita cittadina attraverso il teatro. Ovviamente poi la realtà cittadina, tecnica del teatro non permette questo. Per adesso abbiamo fatto degli spettacoli con scadenza annuale. Quest’anno siamo appunto in attesa per vedere cosa succederà.
- In generale fuori Verona lavori molto? Lavoro quasi esclusivamente fuori Verona. Ora sto portando in giro un lavoro sui gatti, partendo dal “gatto con gli stivali” conduco un discorso antropologico sul ruolo del “gatto magico”. I linguaggi sono semplici e diretti, è un lavoro rivolto ai ragazzi, ma faccio anche tanti pomeridiani e serali. Il confine tra teatro e teatro-ragazzi ormai si sta perdendo. Lo spettacolo è stato replicato ormai più di 120 volte in tutta Italia, all’estero sono andato nei festival, ma qui a Verona non credo verrà. Affittare un teatro per un giorno per farlo vedere è una cosa che non mi interessa. Se rientra in un progetto, in un festival, in un’operazione, ha senso altrimenti mi sa di buttato lì.
- Sei molto legato al mondo del teatro-ragazzi. Che importanza ha per te? E’ un luogo di sperimentazione. Stanislawskij dice che forse la prima qualità dell’attore è quella dell’ingenuità. Mi sono accostato al teatro per ragazzi perché stava nascendo come fenomeno artistico nazionale proprio nel periodo in cui io mi stavo avvicinando al teatro. Era la fine degli anni ’60, quando il sociale era forse più importante dell’artistico. Nacque allora in Francia il progetto di creare delle forme artistiche rivolte al mondo dell’infanzia, con anche l’utopia che il mondo sarebbe stato salvato dai bambini. Il teatro povero, il teatro dello stupore infantile, ossia quello delle origini, che ritorna alle radici, ai riti, all’uso dei luoghi non teatrali, quindi non legati ai teatri borghesi. Per me è stato il mio naturale confluire. Ancora tutt’oggi è un ambiente in cui è apertissima la sperimentazione, si ha una grande libertà di viaggiare all’interno dei linguaggi ma anche all’interno della scrittura.
- C’è chi sostiene che il teatro ragazzi sia un modo per assicurarsi gli spettatori… E’ una polemica inutile. E’ un dato reale che per il mondo dell’infanzia ci sia la possibilità di avvicinarsi all’arte e il teatro è forse il primo strumento in cui il bambino incontra i colori, le luci, le figure, la letteratura, la musica, l’emozione. Ci sono milioni di testi di psichiatria, psicanalisi, psicologia, antropologia e sociologia che spiegano che un bambino appena inizia a vivere è critico rispetto ai colori, ai rumori, ai suoni e perciò è critico rispetto a quello che vive incontrando un artista. Ad esempio l’UNESCO e l’ONU hanno un settore che riguarda l’avvicinamento all’arte da parte del mondo dell’infanzia. Questo fenomeno è articolatissimo a livello europeo, ed è caratterizzato da un movimento di milioni di persone con festival da ormai cinquant’anni. A Bologna ci sarà un festival di teatro addirittura per bambini che vanno dagli otto mesi ai due anni e mezzo, in cui concorrono compagnie da tutto il mondo. L’iniziativa è volta alla ricerca delle origini della sensazione, del gusto artistico che non è estetico, bensì di emozioni che nascono all’origine della vita e quindi le hanno anche i bambini più piccoli. E’ un lavoro di stravolgimento rispetto a quello che è stato il rapporto borghese con l’arte. Qui ritorniamo al cuore. Ed io sfido chiunque a venire a lavorare su questo terreno.
- In cosa difetta il teatro veronese? Verona ha un grande movimento e lo ha sempre avuto. VERONATEATRO lo dimostra. Ci sono tanti amatori appassionati che fanno delle cose egregie e stupende in gran parte, ci sono tante realtà professionali e artistiche che lavorano fuori Verona, piccole o grandi compagnie, c’è un centro stabile di produzione teatrale riconosciuto dal ministero, altre due grosse compagnie riconosciute dal ministero. C’è un grande fermento, basterebbe un attimino organizzarlo secondo le diverse necessità. Anche se ci sono grandi sforzi amministrativi, mancano delle progettualità. Non parlo di contributi, ma di un organigramma organizzativo che dia degli spazi per presentare alla città gli spettacoli alcuni giorni l’anno, spazi che siano definiti dentro un progetto. Come per gli amatori ci sono i cortili, ci dovrebbe essere anche un settore riconosciuto professionale. Io penso all’esperimento dell’Estate Teatrale Veronese dell’anno scorso che potrebbe essere dilatato ad un festival estivo in cui le compagnie professionali abbiano uno spazio dove poter rappresentare i loro spettacoli. Ecco che allora ci sono i Cortili e ma c’è anche questo luogo.
- Tuoi progetti per il futuro? Tante belle cose. Per l’anno prossimo ho un progetto che si intitola “Narrazione dell’Odissea”, con i linguaggi semplici che sto usando, ossia la narrazione e la pittura dal vivo che insieme raccontano la storia. Poi c’è l’idea di fare un quasi-festival sul teatro di Andreoli. L’idea è di fare una settimana qui a Verona di convegni, conferenze e spettacoli. E’ ovvio che stiamo un po’ aspettando un sostegno dell’ente locale. Per quest’estate ho in mente di fare uno spettacolo su alcuni testi dialettali di Dino Coltro. Di questo sono molto contento perché vorrei proprio dirigermi sul genere del cantastorie, dal quale sono partito e spero di dedicarvi il resto della vita. Un teatro povero e popolare, che avrà come scopo quello di - lo dico senza dispregio - stanare le persone dalle case, che le vada a trovare nelle contrade, nei paesi, della bassa, delle colline. Fuggo dai teatri non perché non ho un teatro a Verona ma perché tendo ad andare di più in spazi non teatrali.
- Buona strada allora… An.C.