Brava e bella, attrice di respiro nazionale, porta avanti per Verona il progetto del Teatro Scientifico, raccogliendo l’eredità del padre.
Isabella, figlia del compianto Ezio Maria e di Jana Balkan, forma con il marito, l’attore milanese Roberto Vandelli, il Teatro Scientifico, un progetto iniziato negli anni ’70 dal padre. Diplomata all’Accademia di Milano, vanta significative esperienze in ambito nazionale ed internazionale, non facendo mancare mai la sua presenza a Verona. Una persona di teatro a tutto tondo.
Sei figlia di teatranti, questa condizione ha influito sulla tua vita? Non ricordo un giorno, un periodo della mia vita in cui non si sia parlato di teatro. Da quando sono nata i miei genitori, che facevano teatro, mi portavano sempre con loro. All’epoca frequentavano la ricerca, l’avanguardia storica, quella dagli anni ‘60 e ’70. Frequentavamo figure come Julian Beck e Judith Malina. Al nostro teatro laboratorio passavano queste compagnie. Mio padre faceva confluire su Verona tutta l’avanguardia storica che girava in quegli anni non solo in Italia ma anche all’estero. Questo penso mi abbia, in un certo senso, segnata. E così hai deciso di fare teatro anche tu? Non credo ci sia stato un periodo della mia vita in cui abbia voluto fare dell’altro, ho sempre pensato che la strada fosse quella. Quando ho deciso di partecipare alle selezioni per l’Accademia d’Arte Drammatica di Milano i miei genitori non erano propriamente entusiasti, hanno cercato di farmi cambiare idea. Poi, visto che comunque l’intenzione era quella e che ero stata ammessa, sono andata. Quanto ha inciso la figura di tuo padre nella tua visione del teatro? Mio padre conduceva una ricerca di nuovi linguaggi anche filologici, come “teatro veneto vivo”, la riscoperta della commedia dell’arte, Ruzzante, Goldoni, sino ai vari generi in cui la compagnia si evolveva. Questo fa parte del mio bagaglio e ne farà parte sempre. Poi in Accademia ho avuto una formazione di tipo classico tradizionale, poiché l’impostazione della scuola era quella. Durante il mio periodo milanese ho vissuto nei teatri che ci sono lì, con il Piccolo Teatro, con Prove di Strehler. Negli anni dell’Accademia andavo a teatro tutte le sere e lo stesso è stato anche dopo, quando mi sono trasferita a Roma. Il tuo primo lavoro? Appena finita l’Accademia sono stata scritturata per una coproduzione del Piccolo Teatro di Milano ed il Terrasabbia di Catania con la regia di Lamberto Pugelli, uno spettacolo che si chiamava “Verghiana”. Erano tre testi di Verga: uno del periodo milanese dove c’era appunto la compagnia del Piccolo e due del periodo siciliano che erano Cavalleria Rusticana e Caccia al lupo. E poi da lì via via varie esperienze. Sino all’incontro con Giorgio Albertazzi. Tu sei una sua prediletta. Sì, dopo l’Accademia sono stata sua allieva per due anni, per dei corsi di perfezionamento. Tra tutti, lo considero il mio maestro. Poi mi ha voluto per diversi lavori. E’ stato importante e significativo. I lavori che facciamo insieme sono esperienze molto intense. L’ultimo, “La luna degli attori” di Ken Ludwig, è rimasto in tournée sino ad un paio d’anni fa. Per il futuro vedremo, ogni tanto con Giorgio ci sentiamo… Ti abbiamo apprezzato sia in lavori drammatici che in situazioni brillanti. Isabella cosa preferisce? Io amo fare teatro, il teatro mi piace sempre e mi piace tutto. Fortunatamente ho la possibilità di scegliere, un lusso che non tutti hanno. Mi piace spaziare dal comico al drammatico. Nella “Luna degli attori” con Albertazzi avevo un ruolo molto comico. Anche con Roberto abbiamo portato in scena vari testi brillanti di Umberto Simonetta. Un tuo ruolo di spessore e con una grande carica di umanità è stato “L’inferno della Bosnia”, del ‘94. Ci racconti quell’esperienza? E’ stato uno spettacolo molto particolare, un percorso di guerra. E’ la vera storia di una suora che è stata in missione di pace in Bosnia, stuprata e messa incinta dai soldati serbi. Per me è stata una esperienza intensa, allora aspettavo il mio secondo bambino. Uno spettacolo molto forte. Ha a avuto un buon successo, lo abbiamo portato anche all’estero, a New York e a Città del Messico. Nella versione rappresentata a Verona, l’allestimento era itinerante: si partiva dal Teatro Laboratorio per arrivare attraverso un itinerario di macerie alla cavea delle Boccare. Questo spazio lo aveva scoperto mio padre, è un ex deposito d’armi che si prestava benissimo a questo spettacolo. Lavori molto a livello nazionale e lavori molto anche a Verona. Come riesci a bilanciare queste due realtà ? Che tipo di predilezione hai, ti piace di più girare sul nazionale o ti piace di più cercare di coltivare qualche cosa qui a Verona? Dopo quello che è successo a mio padre (deceduto tragicamente in un incidente stradale – ndr) ho voluto fare una scelta. Roberto, mia madre ed io abbiamo capito che volevamo comunque portare avanti il progetto del Teatro Laboratorio e della Compagnia del Teatro Scientifico, bruscamente interrotto. A Verona il filone che vogliamo portare avanti come Compagnia è la produzione, promozione e distribuzione di drammaturgia contemporanea, mantenendo comunque tutta la nostra tradizione storica, come la Commedia dell’Arte. Questa è una cosa in cui credo molto, ci credeva mio padre e ci crediamo noi come Compagnia. E’ difficile conciliare questo progetto con gli impegni nazionali? Diventa difficile quando siamo scritturati non come Teatro Scientifico. Come Teatro Scientifico invece riusciamo a conciliare bene l’attività sia locale che nazionale ed internazionale. E’ infatti nostra intenzione portare avanti in Italia e all’estero il progetto della nostra Compagnia. In città vi caratterizzate per delle proposte non banali. Che tipo di risposta avete dalla città? Siamo molto soddisfatti. Per esempio quest’anno al chiostro di San Giorgio, che gestiamo già da sei, sette anni, abbiamo proposto un cartellone insolito, desueto per un panorama estivo, con spettacoli non facili e abbiamo avuto un’ottima risposta sia di pubblico che di critica anche a livello nazionale, dalla “Repubblica” ai giornali specializzati sugli spettacoli, che ci hanno seguito e appoggiato. Siamo stati molto contenti e vogliamo continuare. Tutto questo ci dà un incentivo in più. Avete dei progetti anche nelle scuole. . . Sì, facciamo dei percorsi un po’ particolari, usando spazi loro e cercando di coinvolgere gli studenti a entrare in media res. Il nostro approccio tende a portare gli studenti dentro lo spettacolo piuttosto che farli assistere ad una rappresentazione tradizionale. Oltre a ciò, teniamo dei laboratori teatrali. Attualmente siamo attivi al Fracastoro, all’Istituto Calabrese di Bussolengo e al Medi di Villafranca. Ma siamo operativi anche al di fuori di Verona. Ora una domanda un po’ curiosa. Di fatto il Teatro Scientifico è una sorta di organizzazione familiare. Prima c’era tuo padre, tua mamma, adesso anche tuo marito: una situazione che era quasi da prassi una volta, mentre ora è abbastanza desueta. Per te cosa significa? Ci hanno definito una delle poche famiglie d’arte. Il nucleo centrale infatti è la mia famiglia. Poi abbiamo gli attori che scritturiamo da fuori quando facciamo gli spettacoli. Di fatto quindi ogni volta la compagnia cambia a seconda di quello che vuole il regista. All’interno della famiglia si formano perciò altre famiglie, una sorta di grande famiglia allargata dove noi siamo il nucleo centrale. E come concili i tuoi impegni con il “ruolo” di mamma? I nostri bambini ce li siamo sempre portati dietro. Quando ho lavorato con Raf Vallone ero incinta. Quando ho avuto le doglie mi trovavo alle prove, poi ho partorito e quando mio figlio aveva 4 giorni sono tornata e ho fatto lo spettacolo. Con Sebastiano ho fatto “Judith” con Aldo Reggiani al Ghioni di Roma. Ricordo che una volta Alessandro, a Cagliari, si è addormentato dentro il baule dei costumi. Comunque penso sia bello anche per i bambini andare a teatro, si evolvono. Hai lavorato con tanti attori di caratura nazionale. Quali sono stati i più importanti per te? Hai qualche ricordo particolare? Un’esperienza molto importante l’ho avuta all’estero, con il Caffè La Mama di New York. Quando avevo sette anni alla biennale di Venezia avevo visto in una chiesa uno spettacolo fatto da loro; me lo ricordo ancora perfettamente. Quando diversi anni dopo a Milano facevano i provini per un loro spettacolo, “La Fedra”, sono andata e mi hanno preso. E’ stata un’esperienza molto importante. Per quanto riguarda l’Italia, a parte Albertazzi, ho lavorato con Valeria Moriconi al teatro greco di Siracusa. E’ stata un’esperienza molto bella e interessante. Era “Medea” di Euripide con la regia di Mario Missiroli. Lavorare al teatro greco di Siracusa è una cosa che ti cambia la vita, venivano 14.000 spettatori a sera, un muro umano. Gli spettacoli si fanno come ai tempi dell’antica Grecia, sul far della sera e finiscono quando sta calando la sera. Si ha quindi una visione perfetta di quello che hai davanti ed intorno. Mi ha molto impressionato vedere come lavorano Valeria Moriconi e anche Anna Proclemer. Si “danno” completamene, è emozionante vedere come entrano nel personaggio, nella tragedia. come lavorano con i registi, come si fanno dirigere, o non dirigere. Ricordo con piacere anche Mariano Rigillo e Aldo Reggiani. Ognuno di questi grandi mi ha lasciato dentro qualche cosa. Ogni volta che venivo presa mi sentivo sempre onorata. In questi spettacoli mi sono arricchita dal punto di vista umano e dell’esperienza teatrale. Sono state cose belle che sono contenta di aver vissuto. Una domanda di rito: a quando la riapertura del Teatro Laboratorio? Devi chiederlo a questa Amministrazione Comunale. Speravamo di riaprirlo in Gennaio 2004, ma non si è ancora conclusa la vertenza del rinnovo contratto ed esiste ancora il dilemma della funicolare. Voi sareste disposti a cambiare sede? Lì c’è un pezzo di cuore e di storia del teatro di Verona. Da lì sono passati tutti quelli che sono i grandi di oggi, dal Teatro dell’Elfo a Roberto Benigni, dalla Nannini a Guccini, da Paolo Conte a Paolo Poli. Vediamo come si evolve la posizione dell’Amministrazione Comunale. Ma questa è una storia che racconteremo un’altra volta …