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L'irresistibile fascino della narrazione
11/12/2003
Narrare, come atto del raccontare e dell'ascoltare, è come intraprendere un viaggio alla scoperta di uomini, culture, linguaggi, storie. E' un viaggio all'interno delle emozioni, dei sentimenti, delle anime. Non è solo una ricerca di evasione, di un momento "altro" dalla vita quotidiana, è un esplorare uomini e vite per entrare poi in se stessi. La narrazione che coinvolge non è neutra e tantomeno consolatoria, anzi, deve essere in grado di far scoprire nuove strade e nuovi percorsi per arrivare e condurre verso nuove visioni e nuove ottiche del passato storico di ognuno.
Il teatro di narrazione è un palcoscenico che affascina come un labirinto degli specchi perché chiede allo spettatore di lasciare la sua poltrona per entrare nel racconto. Ogni parola cattura l'attenzione dell'ascoltatore trascinandolo con l'immaginazione dentro i propri ricordi, il proprio vissuto, le proprie sensazioni. Anche lo spettatore diventa protagonista emotivo del racconto con la propria storia personale, in un tragitto di cordoglio e di compassione. Il testo raccontato non può mai essere uguale a se stesso sul palcoscenico, perché il momento di incontro tra narratore e spettatore attiva delle inter - relazioni tali per cui la parola, accompagnata dai gesti, diventa viva ed è in continuo mutamento. Non ci si trova mai di fronte ad una mera replica dell'originale, è un lavoro di continua riscrittura scenica e testuale: una nuova genesi dell'opera rispetto al teatro di convenzione. La parola crea lo spazio, il movimento, la scena, il tempo, il personaggio, la storia. C'è un attore, ma c'è soprattutto la piena consapevolezza che l'evento si realizza nella compresenza di attore e spettatore, e si modella su questa relazione. L'esempio di Marco Baliani è emblematico: egli affina la propria tecnica in lunghe sedute con un gruppo di bambini; le storie preesistono, fanno parte del repertorio delle fiabe, il racconto e la narrazione no. Racconto e narrazione nascono dalla ripetizione e da un processo di prova - errore che piano piano distilla l'essenziale, i toni necessari, i gesti efficaci, la postura adatta. Nient'altro.
Avremo la fortuna di incontrare questo attore di straordinaria intelligenza e presenza scenica in gennaio, come pure la sempre brava Lella Costa. In dicembre replica a Verona “Olivetti”, spettacolo culto di Laura Curino, attrice già divenuta figura di riferimento per il teatro di narrazione. Marco Paolini è già stato diverse volte nella nostra città e dintorni, l’ultima in novembre con il bellissimo “Parlamento Chimico”, rappresentato negli stabilimenti della ICI Caldaie davanti a oltre 600 persone.
Verona ha avuto poi la possibilità, qualche settima fa, di gustare il raffinato racconto di Ascanio Celestini: "Fabbrica", la storia di una fabbrica, di tutte le fabbriche, attraverso la vita di tre generazioni di operai, di tutti gli operai. Abbiamo avvicinato l’attore romano e ci ha spiegato che è la storia degli uomini, è la storia dei non protagonisti, è la storia di chi non ha vinto niente. Il tono è drammatico e inquietante. Ogni parola rimbomba nell'anima di chi ascolta in un'implosione di sensazioni e di destini perché "quando le cose non si dicono subito poi ci vuole tutta una vita per dirle…".
Il linguaggio è popolare e amaro. Il ritmo incalzante è fatto di iterazioni, ritorni, ripetizioni che trascinano in una spirale di emozioni come in una danza tribale. La musicalità è una cantilena costruita sulla ripetizione e la ripetitività diventa un lavoro di scavo attorno all'immagine. "Se io ripeto cinquanta volte una parola, è perché la parola corra intorno all'immagine, con l'impossibilità di coniugare immagine e parola. Ciò è molto distante dalla narrazione nella letteratura scritta, dove la parola è recuperabile continuamente, e c'è la possibilità di fare salti avanti e indietro nel tempo che prescindono dal tempo ritmico della voce. La parola detta è irrecuperabile, e l'unica cosa che io recupero, la recupero attraverso e nonostante la parola, ed è l'immagine. E' come se la parola dovesse continuamente dir qualcosa che non riesce mai a dire in modo completo."
"Nel mio fare teatro – spiega Celestini - emerge il bisogno di comunicare delle immagini, di comunicare un vissuto personale. Il racconto, nella mia ricerca, è un modo di lavorare sulla presenza come identità, per tornare all'antropologia, come intendeva Ernesto De Martino quando parla di "crisi di presenza". Alla domanda secca “che cosa è il teatro di narrazione ?”, Celestini risponde: “c'è lo spettatore e c'è l'attore - narratore, due persone che stanno una davanti all'altra, una parla e l'altra ascolta. Solo accidentalmente ci stanno delle parole di mezzo, la cosa che davvero sta in mezzo, o meglio, in un terzo luogo, il luogo dove entrambi, sia lo spettatore che l'attore guardano, è l'immagine.". MDO