Verona: Articoli: La discordia teatrale di Nevio Gàmbula


La discordia teatrale di Nevio Gàmbula

11/12/2003
 
Nevio Gàmbula è di origine sarda, è vissuto a Torino e da alcuni anni si è trasferito in Valpolicella. Si è formato alla professione dell’attore con la Marcido Marcidoris, una compagnia torinese d’avanguardia che ha lavorato intensamente sulla gestualità e sull’uso dello strumento vocale, fino all’estremo approdo di una recitazione tutta corporea, viscerale, espressionisticamente feroce. Negli anni scorsi ho visto Gàmbula impegnato in due performances “soliste”, e ne ho tratto alcune annotazioni che riassumo qui. “La lingua recisa”: la scena è un cerchio di sabbia su sfondo nero, a simboleggiare l’isola su cui vive un Calibano shakespeariano assurto ad emblema di tutti gli oppressi ed in particolare di quelli della Sardegna, evocati dalla identificazione di Calibano con la maschera del mamuthone del carnevale barbaricino. L’attore si impegna in un corpo a corpo con lo spettatore, avendo come supporto pochissimi elementi: una maschera e il suono dei campanacci che porta sulle spalle, ora leggero come risacca, ora fragoroso come un mare in tempesta. E poi un testo – e questa è una particolarità in positivo anche rispetto alle esperienze da cui proviene – molto affascinante, carico di suggestioni e di allusioni che sembrano materializzarsi attorno a lui: la caverna abissale in cui l’ha relegato Prospero, la danza di morte dei mamuthones, gli abissi delle caverne dei minatori sardi, il fallimento delle loro lotte di liberazione, la struggente e straziante umanità dei vinti che cantano l’Internazionale, e infine l’insopprimibile desiderio di ingoiare tutto l’azzurro del cielo, cioè l’utopia del sogno felice che nonostante tutto ostinatamente rinasce dalle ceneri del male assoluto. “Hamletmaschine” di Heiner Muller: il teatro di Gàmbula non consiste nella riproposizione di un testo, ma nella sua fagocitazione, nella sua manipolazione allo scopo di trarne nuovi significati. E’ un teatro da vedere, ma soprattutto da sentire e da pensare. La manipolazione del testo e del senso avviene in particolare nella forma stilistica della riproposizione alterata: Gàmbula ha preso il testo già frammentario di Muller e lo ha vivisezionato, usando abbondantemente i meccanismi dell’iterazione e dello stravolgimento sonoro della parola e dotandolo di un sottofondo musicale altrettanto poco musicale, stordente, un collage di rumori spezzati e violenti come le parole, intercalato da citazioni in tedesco e da frasi di Carmelo Bene. Nell’insieme, dunque: un Amleto che, nel crudele gioco del teatro, strazia anche i pezzi della macchina di Muller, e propone la dialettica negativa del nostro tempo, il tempo che ha visto la fine delle ideologie e delle certezze, il tempo delle omologazioni beffardamente condannate (la televisione) e del dubbio come forma alta anche di coscienza civile. Teatro stimolante e non soporifero, per i sensi e per il cervello.
In questi giorni è uscito un libro di Nevio Gàmbula: La discordia teatrale. Nella prima parte si tratta della poetica dell’attore, che disprezza il teatro di intrattenimento e si situa lungo un percorso che va, grossolanamente, da Brecht a Carmelo Bene, passando per Grotowski. Dentro questo orizzonte si critica – si supera – il cosiddetto “teatro civile o politico” che, secondo Gàmbula, “non lascia spazio al pubblico, il quale deve solo riconoscere le proprie certezze. Dal palco si recita una verità, già conosciuta dalla platea…” Come avviene il superamento? Liberando grotowskianamente il teatro di tutti gli orpelli, riconducendolo all’essenzialità del corpo dell’attore, che si muove in dissonanza, in modo squilibrato e imprevedibile e che altera anche i significati delle parole. Nell’omologazione generale, dopo il Naufragio dell’Utopia, l’unico teatro possibile è un teatro dissonante, “discorde”, in cui si declama “il dubbio”. Nella seconda parte del libro Gàmbula esemplifica questa poetica, proponendo tre testi: “Esecuzione capitale”, “La lingua recisa”, “Le varianti del sicario”. Il secondo testo è quello di cui ho parlato all’inizio e mi sembra perfetto, di grande spessore anche dal punto di vista letterario e corrispondente alla poetica enunciata. Mentre ho delle perplessità rispetto al primo e al terzo. Il primo si riferisce alle manifestazioni no global di Genova e ai pestaggi operati dai poliziotti, che nella finzione uccidono il manifestante. Nel suo essere così scopertamente e storicamente realistico (il rimando evidente è a Giuliani) mi sembra rientrare proprio in quel teatro civile che Gàmbula critica: il pubblico deve solo riconoscere le proprie certezze; non si può che concordare, oppure, come nel mio caso, dissentire totalmente. Mi ricorda molto da vicino le performances del Living Theatre negli anni Settanta sulle torture in America Latina, shockanti dal punto di vista scenografico, ideologicamente improponibili nella realtà attuale di sfascio dell’utopia o della fede rivoluzionaria. (In “Hamletmascine” ci sono ampi riferimenti agli stessi contenuti, con un taglio a mio parere completamente diverso e molto più riuscito). Il terzo è molto didascalico, un’ulteriore esemplificazione della poetica più che una sua applicazione, con lampi peraltro di grande suggestione: “Abiterò ogni parola: ogni sillaba è un abisso dove il mondo è descritto tramite la voce”. “La lingua recisa” comporta i medesimi contenuti e modi del teatro, senza realismo storico e senza affanni didascalici. E’ un bellissimo testo letterario, e, in scena, ha costituito per Gàmbula una grande prova d’attore. Non a caso, forse, lo scrittore-attore ha messo in copertina del libro un’immagine tratta da questo lavoro: dissonante anch’essa, dal punto di vista grafico, schiacciata in fondo alla pagina, decentrata, “discorde” appunto.
Nevio Gàmbula, La discordia teatrale, Pendragon 2003, Euro 9. Si può richiedere via e-mail a segreteria@pendragon.it.