Gli studenti dell’Istituto Tecnico Marco Polo svolgono da tre anni questa parte un laboratorio teatrale curato dal regista Alesandro Anderloni. Frutto di questo ciclo formativo è la composizione della compagna teatrale Pietro Sossai, che negli anni scorsi ha proposto, nell’ambito delle iniziative scolastiche, testi originali di Alessandro Anderloni scritti con i ragazzi nell’ambito dei laboratori stessi, ispirati comunque a lavori “classici” del teatro.
Quest’anno invece il clamore e lo scalpore suscitati dalla recente guerra contro l’Iraq hanno determinato la scelta del soggetto dello spettacolo: la guerra. Il testo si basa su una ricerca storica sulle guerre del Novecento compiuta dagli studenti nel corso del laboratorio teatrale. Sara spiega: «Ciascuno ha portato proprie testimonianze ed esperienze di familiari, inoltre abbiamo svolto diverse ricerche». «Questa esperienza – confida Anna – ci ha legato molto più rispetto i lavori precedenti»
Dal punto di vista della messa in scena ne è emerso un lavoro teatrale che meglior definizione non trova se non quella di azione teatrale per attori e spettatori.
In questo lavoro i ragazzi sono stati messi ciascuno di fronte ad una personale prova d’attore. Non ci sono dialoghi ma singoli momenti recitativi. Il tutto unito dal filo rosso della guerra. Nicola, già diplomato ma rientrato a scuola per continuare il laboratorio teatrale, precisa: «Avendo recitato questo ruolo sono riuscito a far emergere liberamente quello che c’è in me».
L’allestimento si svolge presso i cosidetti Bastioni delle Boccare, strutture che fanno parte dell’antica cinta muraria veneziana, portati alla luce in tutto il loro straordinario fascino da un’opera di bonifica effettuata durante lo scorso inverno dagli studenti stessi. Luoghi incredibili, tutti da scoprire, quasi dimenticati dalla città, come l’imponente muraglione, la Rondella (l’immenso salone circolare adibito un tempo a deposito di munizioni) e l’anfiteatro di mattoni rossi che la sovrasta.
In questi luoghi si snoda uno spettacolo itinerante, dove il pubblico è coinvolto per 50 minuti in un’azione teatrale drammatica. Un allestimento non convenzionale, dove il luogo è un tuttuno con il testo.
Avvolgente e coinvolgente, tra momenti corali e monologhi intimisti. Gli spettatori, a gruppi di 60 persone, sono spinti attraverso gli orrori della guerra, sono costretti ad ascoltare i suoni assordanti della guerra, devono camminare tra persone riverse al suolo come cadaveri, sono identificati con un numero e timbrati al polso come nei campi di sterminio nazisti, vengono storditi e strattonati da attori-guardie, vengono rinchiusi in luoghi angusti e bui, vengono intevistati da rapaci giornalisti ed infine coinvolti nel grottesco “valzer delle guerre” che conclude lo spettacolo.
Lungo questo itinerario i 21 giovani interpretano tante storie di persone che hanno fatto, o più spesso subito, le guerre: i soldati, le madri, i torturati, i commercianti di armi, i giornalisti, i condannati a morte. «E’ stata più una lezione di vita che una lezione di teatro» racconta Pierre.
Il finale è un urlo ripetuto fino al parossismo: “Le guerre si fanno per i soldi, soldi, soldi!”. La denuncia è contro la Guerra, tutte le guerre di questo nostro mondo, guerre rivoluzionarie, guerre reazionarie, guerre occidentali, guerre orientali, guerre politiche, guerre economiche, guerre commerciali, guerre di religione, guerre offensive, guerre preventive.
Uno spettacolo coraggioso, un’esperienza teatrale che va dritta in fondo al cuore, che parla alla coscienza, che ti mette a disagio, proprio quando, ancor oggi!, pare facile tollerare la presenza di una guerra. Anderloni ci confida «Io credo che solo un gruppo di diciasettenni possa fare uno spettacolo così, qualsiasi altra compagnia non se la sarebbe sentita». «Coraggio significa - afferma Nicola - dire certe cose che si pensano».
«Sono stupito dei risultati raggiunti», ci racconta il Preside. «Per noi si tratta di un’esperienza importante. Il mio interesse è prettamente pedagogico, il teatro ha una forza maieutica. I ragazzi prima erano timidi, ma poi il teatro li ha resi consapevoli di sé, diviene per loro un modo per sfogare la loro esigenza di espressione». Riservatamente ci confida che non è un uomo di teatro. Ma poi seguita «Fare teatro è un’attività molto costosa, per noi è un grande sacrificio. Ma vale molto, dal punto di vista didattico è lo strumento principe». Se lo dice lui che non è un uomo di teatro…