Verona è un piccola città. Quando ero studente e mi davo alle feste di prassi o ciondolavo di bar in bar, mi capitava sovente di incontrare sempre le stesse facce. Non ci si conosceva, non si scambiava una parola, tanto meno un cenno di saluto. Ma ci si incrociava sempre, sempre gli stessi. Cambiando giro di bar o di feste, cambiavano le facce. Questo fenomeno era, in un certo senso, divertente. Mio malgrado, mi risulta sempre molto facile memorizzare i volti.
In questa mia dozzina d’anni di frequentazioni delle platee di tutti i Teatri cittadini, mi è capitato spesso di rivivere questo particolare. Ogni teatro ha il suo pubblico. Quando mi reco a vedere un certo tipo di spettacolo adocchio alcune facce che non vedo mai quando mi trovo ad un tipo di spettacolo diverso. La gente che va al Grande Teatro non è la stessa gente che va al Filippini, quelli che vanno ai Cortili non sono gli stessi che vanno al PIM.
La gente sceglie cosa andare a vedere, sa e riconosce le differenze delle diverse proposte, il livello ed il valore dell’artista che le presenta. Questo è giusto. Ed è - o sembrerebbe – normale: qualcuno preferisce un tipo di teatro e qualcuno ne preferisce un altro.
Ma vogliamo vedere lo stesso fenomeno sotto un diverso principio d’osservazione. C’è gente che non manca mai di perdere uno spettacolo di Puliero e non sa neppure dove si trova il Filippini, chi fa dell’Alcione la sua casa e manca di vedere La Formica, chi da anni ha l’abbonamento al Nuovo e non è mai andato a S.Teresa o a S.Massimo, chi segue Rapisarda e non conosce il Teatro Scientifico, chi rincorre l’attore di nome nazionale e chi snobba le proposte locali (non me ne vogliano i citati o gli esclusi, sono solo esempi). Visto in questa maniera quello che prima pareva normale ha dell’insensato. Sarebbe come dire di voler uscire a cena sempre e solo per mangiare carni alla brace e mai la pizza o sempre e solo il pesce e mai i risotti. Ma quando mai? A volte poi è piacevole o curioso andare a provare la paella, le tigelle o la cucina giapponese.
Ho visto cose memorabili all’Alcione una volta – come ora – gestito da Paolo Valerio, ho applaudito sino a spellarmi le mani per alcuni spettacoli del Grande Teatro, non ho avuto il fiato per applaudire rappresentazioni al Filippini tanto erano belle, ho goduto dei piaceri offerti da alcune commedie nei Cortili, mi sono deliziato di qualche sorpresa nei Teatri di quartiere o dell’interland, mi sono ampiamente sentito ripagato dei chilometri di nebbia per alcune serate a Nogara, a Legnago ed altri Teatri della Bassa, mi sono arrampicato in Lessinia per discenderne compiaciuto, l’Est veronese ha rassegne di prim’ordine e il Garda non manca mai di interessanti proposte. Ho apprezzato la bella dizione, storto il naso per le inflessioni dialettali, goduto del dialetto. I fiori spuntano un po’ ovunque, basta saperli vedere.
Certamente ci sono molte differenze tra le proposte dei diversi soggetti cittadini. Differenze nella ricerca dei testi e nei linguaggi, nella preparazione e nel talento, nei percorsi e nei modelli, nei mezzi e nelle idee.
Amatoriali, sub-amatoriali, cis-amatoriali, professionisti, centri di produzione, gente nel guado, sovvenzionati, indipendenti, mostri sacri, emergenti, artisti-off, veronesi e foresti.
Le differenze ci sono e non abbiamo l'intenzione certamente di mettere tutti sullo stesso piano.
Non vogliamo mescolare gli uni con gli altri, vorremmo solo mescolare le facce in platea.
Andrea Castelletti