Le fotografie di Luisa Raffaelli sono realtà chiuse che evocano l'altrove senza dargli un nome o un¹immagine. Sono tentativi di comunicazione tra se stessi e gli altri che ritornano sempre al destinatario. La funzione comunicativa, per riprendere lo schema di Lotman e Uspenskij, è Io-Io: l'altro c'è e ci deve essere, ma resta sempre defilato come una variante contestuale, nascosto da colui (anzi, colei) che invia il messaggio.
Teoria della comunicazione quindi, e non per amore della semiotica psicologica, ma perché l'evidenza di messaggi di questo tipo induce a pensare che l'artista usi il segno fotografico in modo sottile e paradossale. La scena è dominata sempre da personaggi femminili intenti a fare qualcosa attorno a se stessi, come se si trattasse di un microcosmo inagibile dall'esterno. Il divano e la carta geografica alle spalle evocano qualcosa di lontano e di diverso: un paese, una storia, un uomo, un'avventura, che certamente è posizionata in un luogo distinto da quello abitato dalla protagonista. Questa ben coordinata nei colori tra vestito e accessori cerca affannosamente qualcosa nella borsa: oggetto di moda certo ma anche d¹affezione.
E se l'altrove fosse lì dentro e non invece in una situazione spazio-temporale dislocata? Forse è così. La borsa conserva, accumula rapporti, relazioni tra oggetti che sono le tracce più vicine alla nostra presenza e anche a quella degli altri. Un piccolo universo in cui l'ordine non regna mai e che in qualche modo riflette uno stato d¹ansia permanente, che simula ogni volta in microscala, una ricerca che si spera porti sempre a buon fine. Luogo di certezze ma anche di perdite, la borsa è segnale di identità, abisso domestico gonfio di certezze.
D'altra parte è esperienza comune che senza la nostra borsa ci sentiamo perduti. Lasciarla da qualche parte equivale a metterci allo scoperto, se qualcuno la trova ha libero accesso a ciò che siamo. Paradossale è poi questa situazione perché presuppone sempre che noi conosciamo esattamente la nostra identità, e anche se non è così, nella borsa c'è tutto quello su cui organizziamo la nostra esistenza: le chiavi che aprono le porte di casa, dello studio, dell'ufficio o le agende in cui tassonomicamente annotiamo le relazioni in cui imprigioniamo la nostra esistenza, computer, penne-regalo, biglietti da visita, etc.
Allora è un piacevole ossimoro che la fotografia illustri ciò che non si vede, ma è anche il suo destino. La splendida qualità delle opere aiuta anche a capire che la Raffaelli usa il mezzo con calcolo estremo, la casualità in questo caso è negata e ormai appartiene ad un uso storico e avanguardistico della fotografia. Gli artisti che la usano ne controllano ogni passaggio, dal progetto al lay out, dalla mise en scène alla stampa. E la Raffaelli dispiega quasi una storia, ma una storia per frammenti d'identità, per assenze. Così dai lavori in cui la borsa è protagonista e il soggetto non guarda mai direttamente verso l'osservatore perché questo è teoricamente negato e non deve entrare nell¹opera, si passa ad altri lavori più recenti in cui la protagonista gioca a guardarsi o a nascondersi con uno specchio.
Valerio Dehò
PROJECT ROOM: EMANUELE TRAVIGLIA - CORPI RUBATI
Spazio espositivo: La Giarina artecontemporanea
Interrato dell¹acqua morta, 82 -37129-Verona,Italy
Telefono/Fax 0458032316
E-mail: lagiarina@libero.it
Orari: dal martedì al sabato 15.30/19.30 escluso festivi.
Inaugurazione: sabato 19 ottobre 2002 ore 18.30.
Periodo: dal 19 ottobre al 7 dicembre 2002.