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Madre Giovanna (Courage) e i suoi figli
01/09/2004
E adesso, Luca, come posso scrivere del tuo spettacolo senza piangere tuo padre? Ci provo. E’ una calda sera di luglio nel raccoglimento del chiostro di San Giorgio. Gli spettatori si accomodano in sedie poste a cerchio intorno ad una tavola apparecchiata. Va in scena “Amiche” di Luca Caserta. Tre giovani signore e la madre di una di esse – giusto come recita la locandina di sala - “si incontrano, dopo alcuni anni di lontananza, in occasione di una cena organizzata presso una casa in riva al fiume”. Anche qualche spettatore viene invitato a sedere a tavola, tra cui il sottoscritto, che può godere così di un punto di vista di privilegiata intimità. Le amiche parlano del più e del meno, estrinsecando tipologie femminili diverse, che vengono disvelate appieno attraverso la sospensione del dialogo e il ricorso scadenzato al monologo interiore. Il giovane scrittore e regista Luca Caserta ha costruito così un racconto molto intenso, che ruota intorno ad alcuni temi della femminilità – il desiderio di un figlio, l’amore, il dolore per la perdita del compagno, la violenza – scandagliati in sequenze suggestive e poetiche, con qualche acerbità nel tratteggio a volte troppo didascalico e un tantino declamatorio, qualche forzatura nei passaggi dal dialogo al monologo, qualche stereotipo nella caratterizzazione delle figure (per esempio la donna manager). Ma il fatto è che in scena c’è la sorella di Luca, Isabella Caserta – una voce che non si dimentica – e la madre di Luca, Giovanna Caserta, che recita il ruolo appunto della madre che ha perduto il compagno una sera di luglio di alcuni anni fa. E il fatto è che l’ha perduto davvero. E allora Luca ha scritto qui una storia diversa dalle altre raccontate nel corso della cena, ha trovato tutte le parole amorose e dolenti e ha visto e rivissuto la sua tragedia famigliare attraverso gli occhi e l’anima della madre. Quindi non più solo teatro e racconto, dove le immagini si fanno concrete e tenere come un bacio a fior di labbra. Ma un pianto e un rimpianto devoto, che la madre Giovanna coraggiosamente e con grandissima sofferenza ha accettato di rivivere e comunicare a noi spettatori. Io sento le sue parole grondarmi dentro. Sento quasi fisicamente le sue mani appoggiarsi sulle mie spalle, nella disperata e dolcissima ricerca di dirsi addio in un altro modo, di provare, per il marito, ad esserci ancora con noi nella sontuosità delle parole, di esserci con le parole materne del figlio. E così Ezio Maria Caserta nella sua furiosa spensierata gaiezza di un tempo si riprende per intero la scena. Io non ho più voglia di seguire le amiche nell’evolversi della cena, sono molto brave, anche Stefania Castiglion e Paola Compostella, sento le loro voci come in un sottofondo, ma il primo piano della coscienza è occupato da Ezio. Le mille allucinazioni dell’attore, del regista, dello scrittore. E quella volta che nella sua casa sul fiume cenammo insieme… E quella volta che venne a casa mia alle tre di notte per fare dei volantini da distribuire agli operai, per propagandare uno spettacolo di un certo Memè Perlini – e chi lo conosceva, allora? – e che me ne fregava, a me, allora? – Primi anni Settanta. Ezio aveva scoperto l’avanguardia teatrale – prima aveva fatto il poeta – e la portò a Verona. E’ stato un pioniere. Fantastico, molto spesso incompreso, e a volte disastroso. Ha portato a Verona il bello e anche il brutto del teatro. Ha fatto cose ragguardevoli e cose a parer mio discutibilissime, che criticai a volte impietosamente e non c’è ragione per nasconderlo oggi. Ha organizzato rassegne straordinarie e indimenticabili al Filarmonico, con vette mai più toccate da nessuno; e al “suo” Laboratorio con alti e bassi, con compagnie di valore mondiale e con poveri attori scalcagnati. Mi viene in mente quando ci incontrammo per caso sulle strade di Avignone, quando tornammo con la giovane Isabella (oggi madre di tre figli) da Ivrea, dove si era radunato tutto il meglio dell’avanguardia teatrale italiana nel 1988; mi viene in mente la birra bevuta insieme a Venezia, e il ritorno a casa dentro una bufera infernale, dentro un furgoncino scassato con l’Ezio che correva scapestrato sorpassando tutti in autostrada e rivolgendosi tranquillamente a me per ribadire un concetto, lasciando momentaneamente il volante. Perché tanto, vicino a lui, c’era un angelo a guidare. L’angelo del teatro. Quello che, stupidamente, si è dimenticato di accompagnarlo un giorno di luglio del 1997. Guardo la bicicletta (venne investito) appoggiata ai limiti della scena. E questo soltanto ancora posso dire, che amava la sua famiglia con la felice innocenza di un bambino e che la sua famiglia adesso è tutta lì sulla scena a cenare con lui, a continuarlo nella irriducibile vitalità della scena, anche se i piatti sono vuoti e non c’è il calore del vino nei bicchieri. Cin cin. Alla tua, addio addio.