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Marco Baliani e il teatro di narrazione

12/03/2004
 
Il titolo (tema) dell’ultimo spettacolo di Marco Baliani è “Corpo di Stato. Il delitto Moro”. Conosco l’attore da vent’anni, l’ho sempre apprezzato moltissimo, eppure questa volta mi sono accinto ad ascoltarlo (al teatro Filippini) con una certa dose di riserva mentale derivante proprio da quel titolo, che poteva far pensare all’ennesima versione (politica) di quell’immensa tragedia che si consumò negli anni Settanta. Il teatro di Baliani viene definito “di narrazione”, come quello di Paolini e di altri: un individuo in scena racconta, una platea l’ascolta, punto. Paolini comincia a stufarmi, perché i suoi racconti assomigliano sempre più all’inchiesta giornalistica e alla denuncia politica. Secondo me non ha molto senso che il teatro diventi il braccio disarmato della politica (è così anche nel caso di Beppe Grillo). Naturalmente questo non è un giudizio di merito, è solo un fatto personale. Vado a teatro perché certe sere mi va di emozionarmi. Questa mia intenzionalità ha a che fare con le categorie del rapporto amoroso più che con quelle della politica. Si sta insieme, amante e amata, attore e spettatore, in un rapporto paritetico, per vivere insieme qualche cosa. Per condividere. Quando un rapporto, sentimentale o teatrale, è concluso, ci si ripensa, provando nuove emozioni. E’ difficile che in questo secondo momento affiorino pensieri del tipo: siamo stati bene insieme perché ci siamo trovati d’accordo sul giudizio intorno al governo di Berlusconi e alle manovre finanziarie di Tremonti. E’ più facile che banalmente ci si dica: è stato bello perché abbiamo provato le stesse cose. Oppure: è stato deludente perché non le abbiamo provate. Così, alla fine dello spettacolo di Marco Baliani, dopo gli applausi che non volevano smettere, gli ho detto: ho provato le stesse cose. Baliani non ha raccontato “il caso Moro”, i suoi misteri e bla bla bla. Ha raccontato, amorosamente, dolorosamente, se stesso negli anni Settanta, il suo privato-politico. Per età e per casualità facemmo allora lo stesso percorso nella sinistra extraparlamentare, avemmo allora gli stessi sogni e le stesse ingenuità e le stesse idealità belle e feroci, e fummo poi “ridotti al silenzio” dal rumore assordante degli spari delle P 38 e delle Magnum. Un caso di vite parallele, che ha contato moltissimo nel mio emozionarmi. Ma non solo questo, che poteva valere per me e non invece per quel centinaio di giovani ventenni e trentenni, che pure lì ai Filippini – lo so, l’ho sentito – “hanno provato le stesse cose”. Loro, ed anch’io: hanno, abbiamo condiviso, nel farsi del rapporto-spettacolo, bellezza e tristezza di una stagione della vita, che è stata quella di Baliani ma che è anche semplicemente bellezza e tristezza delle stagioni di tutti noi, giovani e meno giovani. Una quindicina di anni fa mi è capitato di vedere – nell’ambito del teatro “di narrazione” – un mostro sacro della scena mondiale, Joseph Chaikin. Aveva fatto parte fin dagli esordi del Living Theatre di Julian Beck, aveva fondato l’Open Theatre, un mito. Ormai anziano, recitava seduto dietro un tavolo e comunicava con la voce, con le mani e con gli occhi di un azzurro così intenso che non ho mai più rivisto. Il suo spettacolo era un addio al mondo. Intrecciava le mani significando due ali bianche che volavano in alto, verso l’azzurro del cielo (o l’azzurro dei suoi occhi). Morì qualche mese più tardi e quello spettacolo non l’ho più dimenticato. Non ho più dimenticato il calore tenero delle sue parole, che venivano dall’al di qua della scena frequentata per un’intera vita e sprofondavano nell’al di là che si apprestava ad incontrare. Addio, signor Chaikin, quella sera ci siamo conosciuti, amati e salutati per la prima ed ultima volta. Che cos’è il teatro di narrazione? E’ parola che si fa musica e simbolo? Penso a Chaikin, ma mi riferisco, in Italia, anche a Leo De Berardinis o a Carmelo Bene. Penso ai francesi, che amano molto questo genere e l’hanno frequentato raccontando Peter Handke (lo scrittore austriaco che adopera le parole come se stesse filmando) o le grandi Margherite della loro letteratura (Duras e Yourcenar). E’ parola che si fa corpo e va oltre il corpo? Ripenso a Chaikin e ai suoi occhi azzurrissimi. Marco Baliani è un po’ tutto questo, con l’eclettismo tipico di questo nostro disincantato inizio di Millennio. Scrittore e attore che esegue una partitura per sola voce e corpo. Un po’ Chaikin, un po’ De Berardinis, un po’ anche Giordana de “La meglio gioventù”. Applausi come abbracci di riconoscenza. (Nel suo racconto ritorna più volte l’angoscia per i morti ammazzati della scorta di Moro. Non li nomina. Colmo questa piccola lacuna: Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Oreste Leonardi, Giulio Rivera e Francesco Zizzi. Nel cuore, come scrisse Ungaretti, nessuna croce manca).