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Occhio di bue su . . . Beatrice Zuin

10/04/2004
 
Dopo i clamorosi successi internazionali degli anni Ottanta, passione, curiosità e, soprattutto, un rigoroso professionismo, hanno alimentato il continuo spirito di ricerca. Basta ascoltarla per essere contagiati dal calore di un’autentica passione: Beatrice Zuin ha indubbiamente il teatro nel sangue. Parla con una pacatezza che sembra voler tenere a freno l’entusiasmo e l’energia che, comunque, si intuiscono nel ritmo, tutto particolare, dei suoi discorsi, dove le pause e le rare accelerazioni sono istintivamente tempi musicali e “comici” insieme. E, mentre racconta, zigzagando curiosamente nella sua vita, i suoi grandi occhi appaiono sgranati e come stupiti, animati da quella inesauribile “curiosità” di cui la sua carriera artistica è testimone.

- Cominciamo, ovviamente, dall’inizio. Era la metà degli anni Ottanta quando si impose, improvvisamente, a livello non solo locale, ma nazionale e soprattutto europeo, quello straordinario duo comico-musicale “Zumpa e Lallero”... Avevo frequentato la scuola di “Teatro Continuo di Padova”, perfezionandomi poi con vari “stage” di mimo e di danza contemporanea. Inizialmente eravamo in cinque, poi siamo diventati due, (proprio come nella canzone “Eravamo in cinque a cantare “zumpalallà”... adesso siamo in ...e via di seguito). Dunque, nell’ ”85 debuttammo in duo, io e Diego, al festival di Loano. Fu un successo imprevisto cui seguì un’escalation fin troppo rapida: Rai 2, Rai 3, Canale 5...fino ad approdare al London Mime Festival e, da qui, via in giro per tutta l’Europa: anni di tournée, festival con gruppi incredibili...per poi tornare in Italia e ricadere improvvisamente nell’anonimato. Qui, abbiamo avuto come partner il Teatro dell’Angelo di Torino, che ci ha aiutato, ma il nostro lavoro si svolgeva prevalentemente all’estero e, soprattutto, in Germania.
- Alla fine degli anni Ottanta, la vampata del teatro off, del teatro di ricerca, che, comunque, non era mai stato in Italia una realtà autoctona, si andava estinguendo. Di fatto, a parte qualche rara eccezione, non era mai riuscito a radicarsi profondamente. Secondo te è solo perché, appunto, era nato più sulla spinta del mondo teatrale europeo che per una autentica esigenza interna alla nostra cultura o per qualche altra ragione? Io credo che alla base di tutto stia il fatto oggettivo che il cosiddetto teatro di ricerca non è mai riuscito qui da noi a porre le basi per creare un teatro indipendente: ha cercato affannosamente i contributi, li ha ottenuti, ha avuto qualche momento di respiro...ma non era quella la strada giusta... Pensa che, ad esempio, il teatro comico aveva tre sole agenzie in Italia: quindi, o ti adattavi a fare teatro-ragazzi o gli spazi si chiudevano automaticamente.
- Comunque, la fine degli “Zumpa e Lallero” è arrivata, nel ‘96, quando è intervenuta una rottura tra te e il tuo partner... Sì, è stata una frattura che ha coinvolto sia la mia vita artistica che quella privata, ma che era, del resto, fatale, dopo dieci anni di estenuanti tournée, sempre in giro per l’Europa... Così ho deciso di prendermi un “anno sabbatico”, per riflettere e vedere da che parte ricominciare.
- Scartando l’idea del teatro-ragazzi, rimanevano due strade, quella del comico solista o la ricerca di nuovi sentieri. Mi pare di capire che la tua scelta è caduta su quest’ultima via...Infatti: ho cominciato a interessarmi al mondo del teatro sommerso, quello degli artisti di strada, i più vicini all’antica tradizione italiana della Commedia dell’Arte, frequentando i vari Festival del settore, tra cui il Festival Mercantia di Certaldo, dapprima come semplice curiosa; poi, un po’ alla volta... La mia esperienza teatrale precedente mi aveva, tra l’altro, insegnato a camminare sui trampoli e a fare sputafuoco. E questo ho cominciato a fare, portando poi in giro per l’Italia Giulietta sui trampoli. Era una situazione comica molto particolare: avevo creato una sorta di balcone, da cui mi protendevo, tra il serio e i faceto, tra poesia e dissacrazione, girando tra borghi medioevali fantastici...
- Quando parli di “artisti di strada”, ti riferisci, ovviamente, ai grandi professionisti, un mondo che, oggi, prende spunto dalle arti circensi, per quanto soprattutto, concerne la tecnica, ancor più che dalla “Commedia dell’Arte”... Certo, è un mondo che oggi, sotto la spinta del “Nouveau Cirque”, propone spettacoli di estremo tecnicismo, all’interno dei quali lavorano molti artisti circensi che, dal tendone, escono in piazza. In questi anni abbiamo, tra l’altro, creato la Fnas (Federazione nazionale artisti di strada), con cui abbiamo intrapreso una lotta sindacale di categoria, per far revocare alcune leggi assurde che si rifacevano al Codice Rocco. Abbiamo ottenuto, ad esempio, con Veltroni, l’abrogazione di quella nefasta legge che dichiarava gli artisti di strada rei di accattonaggio.
- Come vi siete mossi per ottenere questi risultati?Siamo partiti dai Comuni - il primo è stato il Comune di Livorno - che hanno liberalizzato il suolo pubblico. Così, ora, si susseguono, un po’ ovunque, spettacoli e festivals. E’ uscito anzi un libro, “Kermesse”, pagato dall’Associazione dei Circhi, in cui, negli anni 2001-2002, sono stati elencati ben 150 Festivals di Teatro di strada in Italia (uno per tutti il “Ferrara buskers festival”). Il prossimo numero, aggiornato al 2004, verrà pubblicato fra poco.
- Ma tu, personalmente, cos’hai fatto e cosa stai facendo? Nel mio piccolo, ho portato il teatro di strada a Sant’Ambrogio di Valpolicella e, da quattro anni, curo la direzione artistica del “Festival Buon Anno Verona”, in collaborazione con il Comune di Verona e con “Eventi”. Ho raccolto, in tutti questi anni, una buona conoscenza di teatro comico-musicale, teatro di strada, teatro-circo e teatro di figura. Adesso mi sto cimentando con la regia, il mio sogno di sempre.
- E allora, via alle “ultime notizie”... Sto iniziando una regia con due acrobati della scuola del Cirque du Soleil, formatisi entrambi a Montreal (Milo Scottoni e Olivia Ferraris). Lo spettacolo è composto di quattro quadri, impostati su tecniche acrobatiche, tessuti e scala, con due musicisti dal vivo, che prevedono installazioni alte sei metri. Il titolo è “Shakespeare in Joyce”. La voce narrante (Nino D’Introna, aiuto-regista nell’ultimo spettacolo del Cirque du Soleil)) leggerà poesie di Joyce in cui si esprime il “Romeo’s dream”, il sogno di Romeo... Le prove si svolgono presso il “Teatro dell’Angelo” di Gianni Franceschini.
- Insomma, teatro di strada, ma all’insegna della miglior tradizione culturale e del grande professionismo… Il professionismo mi appartiene come “modus operandi”. E’, per me, un fattore imprescindibile, quasi una “seconda natura”. In Italia, ahimé, c’è troppo spazio per il dilettantismo. Penso che ci debba, certo, essere posto anche per i dilettanti, ma che non debba essere mai condiviso e confuso con quello riservato ai professionisti. Ogni tanto, anche per questo, sento il bisogno di andare all’estero, per respirare un’altra aria. In Francia, ad esempio, la domenica i teatri restano chiusi per tutte le compagnie professioniste e sono di scena solo i dilettanti. Dovrebbe essere così anche in Italia. Ma, ormai, anche con la complicità della Televisione, c’è sempre più confusione e non se ne esce più...
- Torniamo a Beatrice Zuin regista... Oltre a quella di cui ho parlato, ho in ballo un’altra regia con Alessandra Casali, un’acrobata di Rimini, sempre legata al Nouveau Cirque. Per ultimo, ma non meno importante, collaboro con Gabriella Palatini, con cui abbiamo creato il “Beatrice & Gabriella menagement” presso la “Doc Servizi”: elaboriamo progetti e consulenze di spettacolo nei vari settori. E, per finire, canto con il “Quartettomanontroppo”, assieme a Luigi Paganotto, Raffaella Benetti e Piet Paesbuyse. Io rappresento, naturalmente, l’anima comica del gruppo e intanto ho modo di imparare da questi bravi musicisti...
- In tutte queste attività, c’è spazio per la tua vita privata? E come no? Anzi, quella è la mia forza, visto che ho un bimbo di quattro anni e un compagno splendido...