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Oren dirige Puccini con toccante delicatezza
01/07/2004
Dovessi dire cosa mi è piaciuto di più della Butterfly che ha aperto l’82° Festival Areniano sotto un cielo minaccioso ma ben deciso a contenere le ire di Giove Pluvio fino all’uscita dell’ultimo spettatore, risponderei senz’altro: “la bacchetta di Daniel Oren”. Una direzione orchestrale sensibile, raffinata, toccante, che ha reso il debito omaggio, dall’inizio alla fine, alle struggenti note pucciniane. L’Oren che è salito sul podio, con tutta la consapevole autorevolezza del suo nome e della sua acclamata professionalità, era un Oren commosso e partecipe, incredibilmente composto, senza esasperazioni formali e saltelli, che solo in un momento, all’inizio del terz’atto, non riusciva a trattenere il suo entusiasmo lirico, accennando localmente dal podio a canterellare lo spartito. Ma, per fortuna, è stata cosa di un attimo. Ottimo anche lo staff corale che, sapientemente diretto, ha risposto al Maestro regalando al pubblico un “coro muto” di straordinaria suggestione, in un anfiteatro in cui si sarebbe davvero udito il volo di una mosca.
In platea, il solito pubblico delle prime, ben miscelato tra fantasiosi abiti da sera e persone che parevano avviarsi a uno shopping pomeridiano in maniche di camicia o con prète-à-porter decisamente mattutini. Ma, si sa, questo è ormai il consueto variopinto cliché dell’Anfiteatro scaligero, nonostante il prezzo dei biglietti sia di per sé fin troppo selettivo.
Si notava, nelle prime file delle poltronissime, Giovanni Rana, rigorosamente in smoking, con giacca bianca su calzoni neri. Sorridenti e palesemente soddisfatti sia il sovrintendente alla Fondazione Arena, Claudio Orazi, sia il Sindaco di Verona, Paolo Zanotto, entrambi in smoking nero, accompagnati dalle rispettive mogli, entrambe in lungo, sobriamente eleganti.
Finito così di dare un rapido sguardo al ³parterre², torniamo al palcoscenico, per parlare infine dello spettacolo, firmato, per quanto riguarda scene e regia dall¹immancabile e immarcescibile Franco Zeffirelli, la cui griffe registica e scenografica appare, in questo Festival, per ben tre opere: Butterfly, Aida e Trovatore. Delle tre, solo Il Trovatore è in grado di rendere onore, a nostro avviso, al genio creativo del regista toscano.
Sul palcoscenico invece la firma sulle scene e regia è dell’immancabile e immarcescibile Franco Zeffirelli. E’ ben vero che il raffinato intimismo pucciniano - in quest’opera in particolare - mal si adatta ai grandi spazi areniani e alle esigenze spettacolari di questo straordinario “opera-business” che è ormai l¹Arena di Verona, ma è altrettanto vero che una sorta di “horror vacui” impedisce in genere, al grande erede di Luchino Visconti, una più moderna ed essenziale sintesi scenica. Va detto che gli strumenti usati si sono rivelati, questa volta, estremamente agili, riducendo davvero al minimo i tempi: del resto, in Butterfly l’azione si svolge praticamente tutta all’interno della casa, rigorosamente giapponese, dell’infelice Cio-Cio-San, che inizia le sue pene sposando il bel marinaio americano, capace di far fare davvero una magra figura alla maturità e alla sensibilità dell’Occidente, facendosi per di più rinnegare in sede nuziale dallo zio bonzo e da tutti gli invitati di conseguenza, per aver abiurato, per eccesso d¹amore e di dedizione, alla sua religione originale, e le conclude uccidendosi, ancora una volta per amore, non sopportando non solo il tradimento dello sposo, dopo una lunga attesa, ma ancor meno il necessario abbandono del figlioletto, cui la paternità americana garantisce un avvenire migliore.
La scenografia creata da Zeffirelli per l’occasione ricorda un po’ troppo un presepe meridionale: una collina arida, che potrebbe rappresentare indifferentemente l’Aspromonte o le pendici delle Madonie o dell’Iglesias, che periodicamente, durante lo spettacolo, si apre (a mo’ del fiabesco “Apriti Sesamo”) per far comparire una casa giapponese che lentamente avanza in primo piano, rivelando uno spazio-giardino modello cartolina illustrata primo Novecento. Un po’ più di fiori colorati, a questo punto, sarebbero anche “meritati”. E meritevoli! Un insieme senza dubbio gradevole, comunque, ma sicuramente non altrettanto originale. Va detto, tuttavia, che gioca in noi pesantemente il ricordo di quell’edizione fatta di vuoto e di pura luce - l’unica soluzione scenografica di Montresor che mi abbia veramente convinto - giocata tutta, per altro, sull’insostituibile carisma scenico e interpretativo di Raina Kabaivanska che, proprio in quell’occasione, nel 1997, si è congedata dal personaggio Cio-Cio-San, di cui era stata la più straordinaria e acclamata interprete a livello mondiale. La tragica immobilità della notte d’attesa e di dolore accanto al figlioletto, l’Addio piccolo Iddio con le lacrime nella voce, quella figura assolutamente e completamente femminile che sembrava via via rimpicciolirsi sotto il peso di una disperazione mortale, senza che un solo gesto in più ne tradisse l¹assoluta fragilità... bhè sono emozioni che la pur brava Fiorenza Cedolins è ancora ben lungi dal comunicare. Bella voce, quella di Fiorenza Cedolins, che va rafforzandosi sempre più, via via che lo spettacolo procede, ma ahimé, troppa agitazione, un’umanità troppo poco contenuta, troppo poco nipponica: più che la dolce geisha dell’immaginario collettivo, quale ci appare la bella Cio-Cio San, ci ha ricordato una popolana mediterranea, tradita e abbandonata, che non vuol saperne fino all’ultimo di credere e rassegnarsi alla triste realtà. E quel povero bimbo, fatto girare come una trottola, nei momenti di felicità, e poi abbandonato a se stesso come un pupazzo, ne sono piena testimonianza.
Forse una regia più attenta ai personaggi e ai movimenti scenici, nonché un tantino più intimista, avrebbe potuto ovviare alle inesperienze della giovane, bravissimo soprano, che aveva solo bisogno di essere meglio guidato sul piano interpretativo e attorale. Comunque, questo allestimento nel complesso ci è parso complessivamente gradevole e, se non ha certo segnato un clamoroso passo avanti nella storia della lirica, non ha nemmeno rappresentato un elemento negativo nella lettura dell’opera pucciniana. Applausi convinti, ma contenuti, alla fine degli atti. I pochissimi “a scena aperta” solo per un paio di magistrali interpretazioni vocali di Fiorenza Cedolins. Deliziose le luci: il lighting desiner è Paolo Mazzon.