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Punto in Movimento

12/03/2004
 
- Il vostro prossimo spettacolo è “Risveglio di primavera”, uno spettacolo che riscopre Wedekind un autore poco rappresentato. Non molti sanno infatti che è da questa pièce che si è preso spunto per il film “L’attimo fuggente”. Cosa ti ha colpito di Wedekind?

Sicuramente il tema. Il testo parla del periodo dell’adolescenza, un argomento importante. Un periodo della vita in cui ciascuno sviluppa il proprio essere uomo o donna, scoprendo la vita e tutto ciò che essa comporta, tra cui l’amicizia, il sesso, i valori. Io come gruppo, come Punto in Movimento, sono anni che lavoro con i ragazzi e sono i gruppi più difficili.
Lavorare con gli adolescenti è sempre una dura prova, si ha a che fare con problematiche che sono in un certo senso quasi dimenticate. Ecco che rispolveri dei ricordi e quindi ti rendi conto che anche al giorno d’oggi non è poi cambiato molto da questo punto di vista, anche se devo dire che ora vedo una gioventù parecchio diversa dalla mia. Il testo di Wedekind è dei primi del ‘900, ma presenta delle tematiche attualissime, ovviamente in altre forme. Qui la tematica affrontata è il diritto alla sessualità. Ma ancor oggi esistono delle problematiche di scontro con la famiglia. In questo testo i ragazzi sono puri, crudi, mentre i professori sono visti come marionette, dei clown, con una sorta di surrealismo portato all’eccesso. E’ tutto molto interessante. Il nostro lavoro si basa molto sull’emozione, sullo stato d’animo e soprattutto sul ricordo. Gli attori non sono adolescenti e quindi abbiamo svolto un lavoro introspettivo alla riscoperta di quegli anni dai quali tutti siamo passati.

- I lavori teatrali di Punto in Movimento si caratterizzano per essere degli allestimenti singolari. Quale è il tuo approccio alla costruzione dello spettacolo?

A noi non piace analizzare il testo. C’è ovviamente una prima lettura, ma finalizzata solo a cogliere un senso generale e farsi un’idea. Parto sempre con pochi elementi per poi lavorare con gli attori e vedere cosa può nascere e che stile può prendere lo spettacolo. Questo è un modo molto difficile di lavorare perché non puoi prevedere una scena, anzi non puoi prevedere niente. Con “Cyrano”, ad esempio, abbiamo deciso di ambientarlo sull’acqua solo nelle ultime due settimane di prove.
Non è stato tanto difficile perché ormai il lavoro era entrato perfettamente negli attori e quindi abbiamo solo dovuto adeguare alcune cose. Poi il tutto è andato bene.

- Un’altra vostra caratteristica è proprio quella di adattare lo spettacolo al luogo in cui lo rappresentate…

Quando c’è la possibilità e ce lo possiamo permettere lo facciamo. Ma anche quando produciamo un lavoro da rappresentare in teatro cerchiamo di portare sul palcoscenico elementi che siano elementi vivi ed elementi della vita, perché è importante per noi riscoprire il senso della vita. Ad esempio proprio in “Risveglio di primavera” sul palcoscenico ci sarà il primo degli elementi naturali, la terra.

- Wedekind era affascinato dagli ambienti del circo quindi anche dalla fisicità nell’espressione artistica. Questo è un elemento che ricorre spesso nel vostro modo di fare teatro…

Quando mio padre era nella Barcaccia faceva un teatro molto realistico, che era di ricerca solo dal punto di vista storico, anche se il modo di lavorare si avvicinava molto a quello di B. Brecht. Poi verso la fine degli anni 70 ha partecipato a seminari di teatro gestuale. Fu per lui molto significativo. Mi raccontò che si erano iscritte molte persone, poi uno degli attori che teneva il corso, vestito di solo perizoma, fece una corsa con un salto mortale e atterrò con la schiena a terra. Molti iscritti se ne andarono e restarono in pochi. Da quel momento in poi per lui cominciò un percorso proprio di ricerca, quindi J.Grotowski.
Così nacque il gruppo Teatro Perché.

- Punto in Movimento è una realtà che ha sempre dato molta importanza alla formazione. Il teatro può aiutare i giovani?

Direi di sì, i nostri laboratori non sono solo una scuola di teatro ma anche una scuola di vita. Molti insegnanti o psicologi ed esperti, ma anche genitori, consigliano ai ragazzi di fare teatro. Il teatro è una delle forme d’arte in cui si sviluppa il concetto di gruppo, di aggregazione. E questo è importante soprattutto al giorno d’oggi, dove il percorso dell’uomo è sempre più individuale con sempre meno occasioni di confronto con gli altri. Ecco che il teatro diventa quasi una “terapia”, una “medicina”. Quando gli adolescenti scoprono il teatro, il laboratorio, si rendono conto che gli può dare molto. I ragazzi cercano il teatro anche per trovare un significato alle “cose” della vita, per conoscere e riscoprire sé stessi. Personalmente posso dire di aver avuto la fortuna di vivere la mia adolescenza sulle tavole del palcoscenico ed ho incominciato a conoscere il mondo proprio metabolizzando i contenuti che i testi teatrali proponevano. Allora avevo un rifiuto totale della scuola, non riuscivo a capire il senso di dover star lì ad ascoltare certe cose. Probabilmente perché la vita me la stava insegnando mio padre attraverso il teatro. Era una forma di apprendimento che mi veniva “iniettata” molto più rapidamente.

- Da un teatro “amatoriale” siete arrivati ad una condizione di professionisti. Come è maturato questo passaggio?

Mio padre mi ha insegnato a lavorare senza fare questa distinzione. Noi facevamo molta ricerca. Io, sia ai tempi del Teatro Perchè diretto da Giorgio, sia poi nella Compagnia Giorgio Totola diretta da me, ho sempre avuto l’esigenza di confrontarmi con artisti e realtà che intendessero fare arte come una scelta di vita, un mestiere. E’ una questione di stimoli, ma soprattutto di voglia di interagire con un mondo aperto,. Ci sono voluti questi ultimi cinque anni per cercare di farci conoscere in ambito nazionale. Il cinema, ci ha aperto una strada importante.
E lavorare in tre, Marina, Eugenio ed io, ci ha dato delle conferme uniche.

- Tu e Marina siete stati compagni di questo percorso sin dall’inizio. Il rapporto con Eugenio Chicano invece com’è nato ?

Un giorno di undici anni fa mi ha chiamato al telefono dicendo “sono un ragazzo spagnolo e voglio fare teatro, iniziare il “lavoro dell’attore”. E’ nato subito un rapporto molto bello ed intenso. Mi interessa molto conoscere e lavorare con gli stranieri perché si apre un mondo completamente diverso. Poi abbiamo scoperto di avere molte cose in comune. Anche Eugenio ha un padre artista, un pittore, e anche lui ha avuto una storia molto simile alla mia, quindi ci siamo subito capiti. Aver incontrato Eugenio è stato fondamentale perché è lui che ci ha dato proprio la professionalità che mancava. Adesso ci muoviamo insieme in un rapporto solido. Oltre a noi tre poi ci sono altre persone, Celeste Sartori, Franca Zanetti, Roberto Adriani, Solimano Pontarollo, Marco Di Marzo, Marco Loprieno persone che ho scoperto essere eccezionali. Si è creato un gruppo di persone a cui teniamo molto e cerchiamo di fare delle scelte tenendo conto di collaborare sempre con loro, quando si può ovviamente.

- Il vostro impegno con il cinema?

E’ una sfida, un bel percorso iniziato diversi anni fa. Abbiamo cominciato comprandoci una telecamera digitale per fare delle nostre sperimentazioni. Abbiamo iniziato per gioco con mezzi inventati al momento. Poi abbiamo deciso di affrontare una produzione in pellicola 35mm. Ho pensato di prendere qualche spunto dai racconti di Franco Bignotto, che ha un modo di scrivere molto cinematografico, ed è maturato il progetto de “La Storia di Greg”. Volevamo partecipare a Schermi d’Amore, ma la realizzazione di Greg si stava dilungando. Nacque quindi l’idea de “Il Bacio”, sorta quasi per caso. In una settimana abbiamo realizzato la produzione, due giorni per girarlo. Nessuno si aspettava in una settimana un lavoro così, infatti non eravamo stati nemmeno inseriti nel catalogo.

- Tra teatro e cinema, quale sarà il futuro di Punto in Movimento ?

Stiamo investendo in entrambe le direzioni, ci interessano tutte e due. Il teatro ovviamente è la nostra origine, il cinema è un completamento oltre che un’arte a noi congeniale.
Ogni nostra produzione la sentiamo “contaminata” l’una dell’altra.

- I vostri progetti come si coniugano in una realtà com’è quella di Verona?

Nonostante si faccia fatica, abbiamo fatto molto con Verona e per Verona. Verona per noi rimane comunque un punto di partenza. Siamo riusciti a coinvolgere la città, collaborare con le istituzioni, sensibilizzare le aziende. Crediamo molto a questo percorso .

- Mi sembra abbiate molto riscontro in città ma puntate molto al di fuori della città?

L’intento è quello di portare le nostre realizzazioni in tour per l’Italia e all’estero. Il cinema ci ha dato l’occasione di uscire, con il cinema è più facile. Stiamo facendolo anche con il teatro, ma questo è un periodo molto difficile, c’è grande crisi nel teatro e si fatica a circuitare.
Teniamo molto alla qualità e all’etica sempre presente nei nostri lavori.

- In città comunque non replicate molto, sebbene i vostri lavori siano molto meritevoli…

Il taglio che diamo ai nostri lavori è adatto per spazi molto singolari e non sempre teatri.
Le produzioni estive per noi sono delicatissime da affrontare e per garantirci repliche nella stagione invernale spesso dobbiamo riallestire per teatri “al chiuso” le produzioni nate in altri contesti. Inoltre i nostri lavori sono autoprodotti, investiamo “sul nostro” facendo fronte a tutti i doveri.

- Ma allora la scelta del professionismo non si rileva essere limitante dal punto di vista artistico?

Fare un altro lavoro non mi fa sentire libero, io voglio fare questo mestiere: l’artista. Anche in passatoil mio lavoro era quello di insegnare il lavoro dell’attore. La mia strada è questa.

- Un tuo sogno che vorresti realizzare?

E’ già un sogno questo che si sta pian piano realizzando, quello di fare questo mestiere. E farlo a modo nostro, a modo di Punto in Movimento.