Verona: Articoli: Tiziano Gelmetti


Tiziano Gelmetti

21/11/2003
 
L’attore dell’Estravagario Teatro si dedica a molteplici attività teatrali. E sta raccogliendo parecchie soddisfazioni.

- Quando ti è nata la passione per il teatro? Ho iniziato da ragazzino, a metà degli anni ’50, quando in ogni parrocchia era presente una filodrammatica. Ho iniziato a Tombetta dove abitavo con la mamma. Sono rimasto nella compagnia filodrammatica del luogo per 5 anni, dai 14 ai 19 anni, facendo anche delle belle cose… ricordo ancora qualche ruolo da protagonista, sempre giovane. Avevo ancora tutto da imparare. Ricordo che avevamo fatto “IL MIRACOLO” di Nicola Manzari dove il miracolato ero io, un ragazzino. Ricordo anche altri lavori come “TUTTO QUESTO E’ FINITO”, “ SE QUELL’IDIOTA CI PENSASSE”, “DAVANTI A DIO”... alcuni dei lavori fatti sono ancora in giro. Sono rimasto con loro per 4 anni. Sono stati proprio i miei primi passi teatrali che ricordo volentieri perché ho conosciuto molte persone, tra cui tre registi. Uno è morto, Giuseppe Frustacci, il secondo Enzo Mantovan e il terzo Renato Biroli che ha fatto il regista di Micromega di Tombetta fino a qualche anno fa. Poi, a 19 anni, ho fatto una breve esperienza in città con la filodrammatica degli Ex Allievi di Don Bosco, dove erano presenti i grandi del teatro cittadino, Giorgio Totola, Paolo Maggiore, …. E’ stato proprio lì che ho conosciuto Giorgio Totola. Siamo rimasti lì un anno. Abbiamo allestito un paio di cose tra cui un’operetta “CADUTO DAL CIELO”. Figurati io che avevo 19 anni facevo la parte di un rettore di un seminario. Ero alto ma avevo un viso da bambino.
Dopo un gruppo di amici uniti musicalmente mi hanno chiesto di unirmi a loro per fare musica e canzoni; così ho provato a cantare e la cosa sembrava funzionare (fino ad allora avevo cantato solo con la famiglia del nonno; era una famiglia numerosa e, in tempi duri quando non c’era nulla da mangiare si cantava… si diceva: «Cosa facciamo per cena?» «Cantiamo». Lì ho iniziato le prime note senza particolari aspirazioni). Da lì ho iniziato a cantare e ho smesso con il teatro. Ho conosciuto Renato Ravazzin, Sergio Ravazzin che era maestro musicale a Verona e aveva un’orchestra musicale che girava per i locali della città di allora. Sono andato da lui per fare un provino e mi ha detto «Ma dove sei stato fino ad oggi!! », mi ha preso nel suo staff dove c’erano Aldo Romanini, Gigliola Cinguetti, i cantanti di Verona erano da lui. Ho portato avanti questa doppia attività con il complessino fatto dagli amici e quella con Ravazzin per parecchi anni. Facevamo anche la rivista musicale al Nuovo, rivista che a carnevale i Rava…. i Ravazzin erano una famiglia… fratelli e le sorelle… Plinio era alla Rai a Roma, Renato era un giornalista, Sergio un maestro di musica che tra l’altro istruiva il coro dell’Arena…. una famiglia che una volta all’anno, con la compagnia spettacoli musicali della città di Verona, allestiva uno spettacolo al Teatro Nuovo per una decina di repliche a carnevale e, lì facevo solo il cantante. Non facevo l’attore.
- E il contatto con l’Estravagario quando è stato? E’ stato più avanti. Ho cantato dieci anni da semi-professionista, andavamo in giro a cantare con orchestre. Poi ho avuto una specie di infortunio alle corde vocali. Da allora, non mi sono più sentito sicuro di cantare e così ho deciso di smettere. Ricordo che Giorgio Totola mi aveva detto «quando smetti di cantare vieni a trovarmi». Sono andato a trovarlo. Il loro gruppo si chiamava ancora “Teatranti”. Sono stato con loro e dopo qualche anno è nata “LA BARCACCIA”, nel ’70. Ero anch’io con loro in quel momento, tra i fondatori. Sono stato con la Barcaccia per una decina di anni. Poi “la Barcaccia” si è divisa. Roberto Puliero da una parte, che ha mantenuto il nome della “Barcaccia”, noi dall’altra siamo diventati “Teatro Perché” con la regia di Giorgio Totola e siamo andati avanti fino alla morte di Totola avvenuta nel 1987. Da lì è nato l’Estravagario. La famiglia Totola non ha più voluto che il gruppo “Teatro Perché” continuasse e ha preferito fare una compagnia per conto proprio con il nome del papà, che sono i “Giorgio Totola” di adesso. Tra i soci fondatori che hanno dato vita alla compagnia dell’Estravagario eravamo in cinque-sei del “Teatro Perché”.
- Come definiresti il gruppo dell’Estravagario? L’Estravagario ha una connotazione più per il realizzo di produzioni brillanti teatrali con una prevalenza di cose cantate e un pochino danzate. Una sorta di teatro totale. Non abbiamo mai fatto commediette. Per esempio “UNA VOLTA NELLA VITA”, che non posso definire musical, è una parola troppo importante, era una commedia musicale con canoni, cliché che conosciamo, fatti da professionisti, fatti in grande, con le cose fatte bene. La compagnia è sempre stata questa fino a “UNO SGUARDO DAL PONTE”. Il genere preferito è sempre stato questo, un po’ perché l’indole del regista Alberto Bronzato è questa, quella del teatro leggero, anche se gli piacciono i lavori corali, dove può muovere tante persone.
- Parlare di cose leggere non è facile… Se tu guardi le maggiori produzioni del teatro amatoriale, sono quasi sempre brillanti. Un po’ perché dicono lo vuole il pubblico. Forse è vero anche se non del tutto…. perché se lo mettiamo di fronte a lavori di tipo diversi, per esempio “UNO SGUARDO DAL PONTE”, il pubblico, e non solo i soliti amici ma anche persone che frequentano il teatro, viene a dirti che si è emozionato e non è una cosa che capita spesso.
- Che esperienza è stata per te “UNO SGUARDO DAL PONTE”? Per me è stato forse un’andare finalmente sulle mie corde preferite su un piano artistico. Mi piacciono i lavori dove è presente un approfondimento del personaggio, un’introspezione, uno studio. Quando mi trovo a fare il caratterista, con tutto fuori, senza introspezioni particolari, mi diverto meno. Cerco di metterci il mestiere che ho imparato in tanti anni di teatro perché, in fondo, gli anni che passano, i lavori che fai, le esperienze diverse, ti danno un bagaglio, al di là delle accademie, che riesci a utilizzare abbastanza bene. Faccio del mio meglio quando faccio qualche cosa che è lontano dalle mie corde e mi trovo veramente bene quando faccio qualche cosa che sento in modo particolare. “UNO SGUARDO DAL PONTE” è stata un’eccezione nella produzione abituale dell’Estravagario perché di solito i nostri erano lavori teatrali leggeri, musicali, ecc. Un’eccezione che è stata graditissima in giro per l’Italia e che è stata premiata da Balzano a ¾ d’Italia. Via via ci siamo convinti sempre di più. Prima avevamo un po’ più di paura. Devi pensare che si tratta di un dramma, con omicidio finale. Siamo stai via via confortati dall’accoglienza del pubblico. Siamo stati spesso messi a confronto con “UNO SGUARDO DAL PONTE” fatto da professionisti che alcune persone avevano visto qui a Verona e anche in altre parti; queste persone non erano lì a lisciarti, ti mettevano a confronto e ti dicevano di aver visto la rappresentazione dei professionisti e che, per taluni aspetti, la nostra era migliore dell’altra. Tutte cose che ci hanno confortato e accresciuto in me la convinzione che il pubblico ha bisogno di ricevere questo tipo di emozioni perché il teatro, la maggior parte delle volte, non te le da. Il teatro ti diverte, ma emozionarsi è diverso. L’emozione è sempre appagante. Dopo aver visto “UNO SGUARDO DAL PONTE” la gente va via contenta. Magari non è uno spettacolo estivo. D’estate si cercano proposte leggere che siano in linea con la stagione. Abbiamo proposto questa con coraggio e abbiamo trovato un consenso che ci ha veramente gratificato. E io personalmente, al di là di alcune segnalazione a premi ricevuti in qualche rassegna internazionale, a dire il vero ne abbiamo presi tre, mi ha fatto piacere sentire anche alcuni colleghi attori di una certa età di Verona che si complimentavano e mi è venuta voglia di rifare questo genere.
- Hai detto dei tuoi colleghi che hanno riconosciuto il tuo talento e il tuo dono…a Verona c’è chi ritiene tu sia un grande attore e chi ritiene tu sia un Gasman di Verona, il Gasman dei poveri. Tu come ti vedi? Io cerco di dare quello che mi sento. Quando il testo mi offre queste opportunità, sia esso testo teatrale o poetico, ecco sono un attore a cui piace il sangue e anche il morbido; sono forse per questo qualcuno tra i vari grandi, tu hai parlato di Gasmann, che interpretano cose che faccio anch’io come la “Divina Commedia” di cui ho fatto lettura per anni al centro dantesco scaligero. Quest’anno al Camploy hanno chiamato Maestosi Walter. In queste letture il mio modello più che Foaga, Zolo, o lo stesso Albertazzi, è vero che è Gasman perché il suo modo di teatralizzare la “Divina Commedia” mi convince più degli altri, anche se scandalizza gli studiosi perché dicono rovini tutto e, in genere dicono che tutti gli attori rovinano la “Divina Commedia” quando la leggono. Questa mia propensione ad essere fuoco, sangue e acqua…. però cerco solo di esprimere quello che sento in dipendenza dei testi che mi vengono sottoposti o decido di rappresentare. Certo, sono passionale, non sono un leggero anche se qualche volta nella serie di spettacoli allestiti ci sono stati ruoli leggeri in cui mi sono trovato bene e qualcuno ha detto che è venuto anche bene, quindi probabilmente ci si salva anche con registri che non sono proprio quelli che io penso siano più adatti a me. A dire il vero ora sono arrivato ad un’età che sarebbe meglio fare solo quello che mi piace, perché non c’è più molto tempo, anche se sulle scene c’è sempre bisogno dei vecchi e dei grandi vecchi. Ora sarei proprio nell’idea di fare quello che mi piace. Però sono in un gruppo e sono aperto a esperienze con altri gruppi perché sono sempre curioso di esplorare terreni diversi
- So che hai anche altre iniziative al di fuori di questa. Ad esempio la compagnia di Castelrotto, Einaudi Galilei… Cosa ti ha spinto a fare questa cosa e cosa hai raccolto da questa esperienza? Con le scuole i primi inviti sono arrivati da alcuni insegnanti che cercavano un supporto artistico esterno che potesse sopperire e completare l’offerta verso i ragazzi, sia l’aspetto didattico e di approfondimento del testo curato dal professore, sia l’aspetto artistico curato dall’esterno. Poi ho lavorato tanti anni con Einaudi Galilei e con Renato Baldi. Siamo cresciuti un po’ tutti e due e abbiamo cercato di trasmettere ai ragazzi e infatti i ragazzi hanno ricevuto riconoscimenti a carattere nazionale che altre scuole inseguono da sempre.
- Cosa hai tratto di giovamento da questa esperienza se c’è stato? Lavorare con i giovani è sempre bello un po’ perché fanno sentire giovane anche te e dopo hai dei virgulti vergini, terreno su cui puoi, con una certa responsabilità, seminare e vedere poi cosa spunta. Trasmettere un po’ quello che ho imparato con tanti anni di teatro.Tutti abbiamo tanto da imparare. Ecco allora il discorso con i ragazzi del Galilei, con la compagnia di Castelrotto. Io non sono e non mi sento un regista, perché il regista ha bisogno di un bagaglio, di una cultura teatrale che io non ho. Sarei più che altro un ottimizzatore che un pensatore o ideatore; mi piacerebbe vedere qualche cosa di allestito e dire se alcune cose non vanno bene. Non sono un creativo. Con la compagnia di Castelrotto cerco di trasmettere quello che ho imparato, che ho messo su con gli anni di attività. Sono attori meno esperti che stanno crescendo. Anche con loro lavoro da 4 anni a mi piace notare il cambiamento visto in loro nel modo di recitare. E’ una compagnia nata più come gruppo di amici che si sono ritrovati per fare teatro e divertirsi. Ora si stanno mettendo anche nell’ottica di dire va bene fare teatro e divertirsi ma se lo dobbiamo presentare al pubblico facciamo in modo che si diverta.
- Sei coinvolto anche in letture di poesie….. Sfogo un po’ questa mia propensione a volte per certi testi che mi piacciono. Con il teatro quando decidi un lavoro, lo allestisci e, per quell’anno, se non ne fai due, è quello. Se non è un lavoro che ti gratifica pienamente ti rodi un po’ e quindi ho trovato questa valvola di sfogo nella poesia che mi piace molto. Cerco di farla meglio che posso, quella classica, quella moderna…... Mi trovo meglio con la poesia degli autori più classici. I poeti del 900 li faccio, li conosco…. Montale, Sabba, Ungaretti, ecc…però preferisco ancora una poesia classica degli autori Prever, Neruda, e di autori italiani come Leopardi, D’Annunzio per qualche cosa. Faccio queste serate nei circoli culturali, i pomeriggi nelle varie Università del tempo libero. La poesia ha delle regole in più rispetto al teatro da rispettare. A volte queste richieste… “facciamo una serata con Bodeleire, Prever”… mi hanno maturato, nel senso che sono cresciuto con queste persone che ideavano la serata, l’argomento, il poeta, facevano tutto il loro studio o già lo sapevano perché erano conoscitori del poeta e mi hanno trasmesso di volta in volta…e in questo modo ho conosciuto autori che data la mia cultura letteraria proprio banale non avrei potuto interpreatre e apprezzare e continuo così. Dovrò fare una lettura dei sonetti del Petrarca con la filarmonica di Bolzano nei primi mesi del ’94. Mi piace fare le cose dove le discipline artistiche sono riunite. C’è la musica, la danza, la poesia. Forse la poesia da sola fa fatica. Ha il suo pubblico ma, se gli dai l’offerta con altre espressioni artistiche dentro ben amalgamate o in contrasto feroce, vai ad accontentare tutti i palati del pubblico. Porto avanti serate con il teatro di Coltro che è stato il teatro della prima Barcaccia quando abbiamo fatto “Verona 1901”; ho ripreso insieme a un musicista, Vittorio Bentivoglio, alcune cose che facevamo, le abbiamo completate, abbiamo allestito un mini spettacolo di 1 ora e 15 che si intitola “Paese perduto”. Lo andiamo a fare un po’ di qua un po’ di là; è un “com’eravamo” senza nostalgie, con un po’ di canzoni e monologhi.
- Hai fatto anche del cinema. Come lo hai vissuto, ti è piaciuto? Si, ho fatto delle piccole cose. Le ho vissute con curiosità. Ho fatto qualche cosa con Paolo Panizza, con la sua casa cinematografica, sulle “streghe” che doveva essere messo in onda in TV, ma in TV non l’ho mai visto; l’ho visto solo in cassetta. Ho fatto quest’ultimo su “Don Stebb”, ho fatto dei piccoli corti, tra cui “Trincea” girato sul monte Ortigaro. Mi piace variare il più possibile anche per accumulare esperienza in settori e campi dove non ho letto e studiato. Quando mi danno l’occasione di aggiornarmi la faccio, anche se non sono proprio pronto e immediato, nel senso che le esperienze nuove le prendi su pian piano, non è che riesci a restituire tutto subito. C’è tutta questa multi attività che mi tiene sempre lontano da casa. Cerco di trasmettere anche quel poco imparato con qualche scuola di teatro. Faccio qualche cosa al CEA, seguo dei progetti nelle scuole medie con prospettiva finale di allestire dei piccoli spettacoli a coronamento di tutta l’attività. Mi piace anche andare nelle scuole, anche se faticosissimo, per insegnare a leggere ai ragazzi; i ragazzi non sanno leggere e gli insegnanti non li sanno correggere perché non hanno fatto questo tipo di formazione. Alcune scuole con presidi più sensibili organizzano corsi per insegnanti, ho fatto corsi di dizione, che poi si trasforma un po’ in recitazione, lettura drammatizzata, lettura espressiva, in modo che gli insegnati potessero ogni giorno intervenire sui ragazzi correggendoli. Questa sarebbe la strada giusta da seguire; far venire degli esterni che vengono lì per un certo numero di ore all’anno… sono sempre poche; la strada giusta per far si che i ragazzi sappiano leggere e parlare bene è quella degli insegnanti. Bisognerebbe formare gli insegnanti.
- Secondo te cosa manca al teatro veronese ? Verona con tutte le compagnie teatrali che ha riesce a coprire tutto l’arco; dalle compagnie più piccole che fanno i lavori più semplici a quelle che fanno dello sperimentalismo; compagnie che se la vai a vedere, uno abituato ad un certo tipo di teatro resta un po’ lì, ma sono proposte che fanno parte dell’offerta variegata che c’è a Verona, quindi direi che c’è un po’ di tutto che può accontentare tutti. Forse bisognerebbe cercare di alzare il livello artistico complessivo. E probabilmente con tutte le scuole di teatro presenti a Verona, che sono anche molto frequentate, probabilmente si riuscirà piano piano ad avere un gruppo di attori, distribuito nelle varie compagnie, che inizieranno ad imparare bene il mestiere; a volte vedi dei bei lavori apprezzabili come idea, ma realizzati male o adagiati su cliché stanchi che bisogna superare. Forse creando una sorta di piano piano, non voglio chiamarla educazione, abitudine nel pubblico ad esigere sempre un po’ di più, non accontentarsi della risata grassa e magari a volte gratuita, ma pretendere e, buona parte del pubblico già è in queste condizioni; dipende dalle compagnie, dalle proposte che fanno e come le fanno perché se una compagnia propone un lavoro teatrale di un autore notissimo, tipo Goldoni, e uno spettatore che va a teatro per la prima volta va a vedere questa compagnia, a volte, si si fa un’idea sbagliata sul teatro. Bisognerebbe affinare il modo di proporlo ad un certo livello e non accontentarsi. Bisognerebbe alzarlo. Quello che manca nel teatro veronese è il raggiungimento di un livello più alto. Ci sono delle buone compagnie, ci sono alcuni gruppi che puoi contare sulle dita della mano e forse ne avanzi e dopo… tante persone che fanno teatro… va bene c’è posto per tutti.. il teatro va visto anche come un mezzo socializzante se non parliamo di teatro professionale, in quanto persone che si mettono insieme, la disciplina dello stare insieme, di sopportare questo e l’altro; è normale e diventa positiva questa cosa ma bisogna metterci vicino quella cifra artistica in più che manca a molte compagnie. Le proposte sono tante, variegate, non tutte qualificate e questo è quello che si deve cercare di rimediare.
- In bocca al lupo… Crepi!