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"Tosca", finalmente una regia intelligente

12/03/2004
 
“Tosca”, in scena al Teatro Filarmonico: una regia pensata, di straordinario impatto teatrale ed emozionale, in cui dall’inizio alla fine Giovanni Agostinucci, regista, scenografo e costumista dell’opera, riesce a creare uno spettacolo assolutamente al di fuori di qualsiasi cliché, perseguendo tuttavia, con consapevole continuità, una lettura nata evidentemente da un attento studio dei personaggi e della cultura dell’epoca, non da una di quelle “idee” per forza innovative, con cui molti registi, affetti da pernicioso “modernismo”, spesso riescono a rovinare opere anche egregie, sia nella lirica che nella prosa.

La prima emozione scenica si prova all’alzare del sipario: non il solito interno della chiesa di Sant’Andrea della Valle, ma una serie di bianche sculture avvolte in teli che presto scoprono elementi architettonici, di raffinata suggestione, che tuttavia non sono né di interno né di esterno, ma possono essere benissimo di entrambe le situazioni...

“E’ uno spazio astratto - commenta infatti Agostinucci - in cui vivono elementi architettonici non connotati, un’architettura che va da Vitruvio a Michelangelo, quindi un’architettura per eccellenza. Per questo i vari elementi sono spezzati e possono condividere l’esterno e l’interno. Mi sono ispirato alla lettura di Sardou che, quando parla di Sant’Andrea della Valle, ignorandone la connotazione squisitamente manierista, la descrive invece come la Sant’Andrea del Bernini.
Da Sardou appunto trae spunto il mio progetto di scene e costumi, con cui ho inteso esaltare soprattutto il rapporto psicologico tra i personaggi, che in “Tosca” sono un po’ tutti rappresentati.
Non ho voluto puntare sulla trovata, ma piuttosto evidenziare il testo: Scarpia e Cavaradossi, ad esempio, rappresentano due mondi opposti, che ho rappresentato filtrandoli attraverso due periodi pittorici: Jean Louis David, di cui Cavaradossi era stato allievo a Parigi, mi è servito per raccontare l’eroe romantico, di raffinata cultura, l’illuminista di quell’ultima fase dell’illuminismo del dopo Diderot, in cui emerge una forte ostilità verso la religione, che è ricerca di libertà e di progresso attraverso la ragione.
Per Scarpia, invece, mi sono ispirato al mondo pittorico di Géricault, un artista, allievo anch’egli di David, vissuto solo trentatré anni, fortemente interessato alla psichiatria sociale, con un particolare gusto per le scene macabre: nei suoi quadri c’è tutto il mondo di Scarpia”.

E arriviamo alla morte, in quell’alba grigia di un Castel Sant’Angelo, anche quello appena accennato. Cavaradossi, dopo la fucilazione entra morente lasciando una scia di sangue sul muro e Tosca, affranta, non si butta nel vuoto, ma sceglie invece di gettarsi contro le baionette del nemico.

“L’idea di questa morte mi è nata ascoltando i duetti finali tra i due protagonisti: lei viene come filtrata attraverso il mondo pittorico di lui e diventa una donna di David. E, come tale, rifiuta il suicidio rinunciatario, per scegliere invece la morte come atto di sfida politico e sociale.
Tra l’altro, sia a Verona che ad Ancona, dove quest’opera ha da poco debuttato, ci sono due donne - Carlotta Aschieri e Stamira Ostamura - che entrambe si sono gettate contro le baionette dell’oppressore. Strane coincidenze della storia e strane suggestioni che emergono dal passato.
Comunque, facendo scegliere a Tosca questo eroico e consapevole modo di morire, ho inteso restituire al personaggio il suo onore e la sua integrità di donna e di eroina”.