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Verona, città dell'amore

14/02/2002
 
Verona è famosa nel mondo per essere nello stesso tempo una città romana ed una romanica, una gotica ed una rinascimentale, una comunale ed una scaligera, e, grazie a Shakespeare, la città di Romeo e Giulietta.
Ed è proprio su quest'ultima Verona che ci vogliamo fermare oggi, 14 febbraio, giorno di San Valentino.
E' inutile dire che Romeo e Giulietta sono personaggi di pura invenzione artistica, anche se sembra che una leggenda senese del basso medioevo sia la fonte più lontana da cui trasse origine la tradizione letteraria che Shakespeare, con la tragedia sui due infelici amanti veronesi. Se ne appropriò Masuccio Salernitano (pseudonimo di Tomaso dei Guardati, 1415-1476), uno dei maggiori narratori del Quattrocento italiano, che la riscrisse nel suo Novellino con il titolo "I due amanti senesi (novella 33)": Mariotto e Ganozza, finiti tragicamente dopo un amore contrastato. Umanità e originalità nelle situazioni e capacità narrativa caratterizzano l'opera dell'autore salernitano.

A questa novella s'ispirò Luigi Da Porto, nobile vicentino e celebre uomo d'armi (1485-1529), del quale nel 1531, due anni dopo la sua scomparsa, apparve la Istoria novellamente ritrovata di due nobili amanti riproposta, leggermente diversa, in un'edizione del 1539 con il titolo La Giulietta. Mutati i nomi popolareschi del racconto di Masuccio in quelli di Romeo e Giulietta, e così saranno tramandati in tutte le letterature, il Da Porto immagina lo svolgimento della novella in Verona al tempo della signoria di Bartolomeo della Scala (1301-1304). Fondandosi su un'errata interpretazione del celebre verso dantesco ("Vieni a veder Montecchi e Cappelletti" "color già tristi ... ", Purg. VI, v. 106 e v. 108), attribuisce una violenta rivalità tra le due nobili famiglie del ceto urbano veronese con l'amara conseguenza d'impedire il sorgere dell'amore tra i due giovani. Vi entrano pure la rissa, la morte d'un cugino dell'amata perpetrata da Romeo, l'ostracismo dalla città di quest'ultimo e la tragica fine di entrambi. La grazia, la poesia del Da Porto, la calda serena partecipazione concedono un tocco di grandezza alla novella che risente, tutavia, della gracilità dell'ordito.

Forse per questo Matteo Bandello pensò ad un rifacimento. Lo scrittore alessandrino (1485-1561) indirizzò a Girolamo Fracastoro la sua novella (libro 11, 9) La sfortunata morte di due infelicissimi amanti che l'uno di veleno e l'altro didolore morirono, con vari accidenti.
I novellieri italiani ispirarono Lope Félix de Vega y Carpio nel dramma Castelvines y Monteses più volte portato sulla scena. Roselo e Julia sono contrastati dalla rivalità delle due famiglie e la giovane è costretta ad accettare un altro fidanzato; ma al momento delle nozze ella sviene e cade come morta. Deposta nella cripta, al suo risveglio trova Roselo. La voce dell'amore è il fulcro attorno cui ruota il dramma. Con l'opera di Lope nasce i motivo della "morta viva" ripreso da Shakespeare.

Vescovo di Agen, il Bandello ebbe la fortuna di vedere tradotte in francese le sue novelle e Pierre Boisteau le divulgò in Inghilterra dove la tragedia dei due giovani verones trovò terreno fertile e un'accoglienza straordinariamente attiva. Tradotta da Willian Painter che la pubblicò assieme ad altri racconti "amorosi" nel Palazzo del piacere, e poi resa liberamente nel poema The tragical historye of Romeus and Iuliet nel 1562 da Arthur Broocke, la novella conquistò subito gli inglesi e ad essa s'accostò Shakespeare.

La prima edizione del 1591, "An excellen conceited Tragedie of Romeo and Iulíet", fu seguita da molte altre che in questa sede non vale ricordare poiché l'opera shakespeariana, fa parte ormai del patrimonio della cultura del mondo e, quindi, molto noto è tutto ciò che riguarda il genio di Stratford upon Avon. Certamente Shakespeare non inventò la tragicità dell'amore né il dramma degli amanti spesso contrastati; la letteratura precedente riporta capolavori straordinari e sui quali si è incentrata l'attenzione di lettori attratti da una realtà così tanto vicina alla vita dell'uomo e alle vicende della sua esistenza; basterebbero le grandi opere medievali a ricordare quanto avvenne prima del '500: Tristano e le dolorose peripezie de suo splendido amore per Isotta, Lancillotto( con le sue prove per arrivare a Ginevra, Abelardo affascinante e terribilmente punito per il suo sentimento per Eloisa, Sigfrido e Brunilde; e prima di tutti i canti di Snorri Sturlusson con le sue saghe islandesi.

Shakespeare ebbe il merito, al di là della sua capacità creativa, di dare vita e morte, nello stesso tempo, al più puro dei sentimenti sottraendolo, grazie al volto di due giovani succubi d'un mondo feroce di adulti dediti ai loro bassi interessi, alla banalità del sopravvivere quotidiano.