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Architettura in Lessinia

Lessinia / Italia
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L'architettura cosiddetta spontanea della Lessinia ha da tempo richiamato l'attenzione di numerosi studiosi che si sono resi conto di come questi "villaggi di pietra", sviluppatisi da singole corti in più urbanisticamente complesse contrade, siano fenomeno assai caratteristico della montagna veronese, degno, oltre che di studio, anche di conservazione e magari d’opportuna valorizzazione.
Di tali paesaggi di pietra la zona che va dalla Valdadige alla Valdalpone è notoriamente costellata, ma una loro maggior caratterizzazione si ha soprattutto nella zona centro settentrionale di questa vasta area, dove la Valpolicella trascolora definitivamente in Lessinia, vale a dire nei Comuni d’Erbezzo e di Sant'Anna d'Alfaedo e nelle parti alte dei Comuni di Grezzana, di Negrar, di Marano, di Fumane e di Sant'Ambrogio, perché qui, oltre ad essere fatti di lastame cosiddetto di Prun i muri delle abitazioni, sono interamente ricoperti di tale materiale anche i tetti ed i cortili, e l'uso del lastame lo s’incontra anche lungo i cigli delle strade per delimitare le proprietà, nelle piazze e nelle fontane, e persino nei campi a far da palo di sostegno alle viti (quando qui esistevano ancora).
E non poteva essere altrimenti, perché il materiale edilizio di cui si sta discorrendo è sempre stato l'unico ad essere a portata di mano di quelle popolazioni: dai tempi dei castellieri preistorici o protostorici fino ad una sessantina d'anni fa, quando era ancora impensabile di andarsi a provvedere altrove d’altri materiali, come potrebbe essere, tra gli altri, il cotto.
Persino il legno qui si è sempre usato poco, essendo la Lessinia tanto abbondante di pietra quanto scarsa di quel legname che tanto abbondava evidentemente nelle pur vicinissime regioni trentine, dove le contrade e i villaggi assumono allora caratteristiche del tutto diverse da quelle lessiniche.
Spuntano, le contrade della Lessinia centro-occidentale, a macchia d'olio nel verde di pascoli e di boschi, al di sopra dei cinquecento metri d’altitudine, mancando in genere - se si prescinde da quelli di più recente sviluppo - i grossi centri. Come osserva Eugenio Turri: «l'elemento umano fondamentale del paesaggio lessinico, centro focale della sua organizzazione e delle sue unità elementari, dal quale poi dipendono tutti gli altri elementi particolari, è la contrada (contrà) gruppo isolato di case per molti aspetti simile al Weiler germanico, più raramente corrispondente ad una sola casa singola, che sorge in preferenza sulle ampie dorsali tra vajo e vajo, nelle piccole conche riparate, nelle vallecole laterali a morfologia carsica, sui pendii meno erti, e, in casi assai rari, sui versanti dei vaj».
Le architetture rurali della montagna veronese sono dunque in genere raggruppate a corte, in un’organizzazione dello spazio assolutamente spontanea, priva cioè di una qualsiasi pianificazione: casa dietro casa, queste strutture si sono venute componendo, l'una accanto all'altra, attorno a spazi che sono stati così via via "conclusi". Alla corte, nella quale abitavano più famiglie e che in origine è assolutamente promiscua, si accedeva da un portale che dava sulla strada e che poteva essere, la sera, chiuso da un portone in legno, custodendo in tal modo gli abitanti e le cose da incursioni di malintenzionati, fossero essi persone o animali.
Nelle corti delle zone montane - assai piccole in verità - accanto agli edifici riservati ad abitazione vera e propria, c'erano stallette, fienili, portici per il ricovero d’attrezzi ecc. E a mano a mano che la corte si organizzava, meglio si qualificavano anche le singole "funzioni": dall'abitativa a quelle di supporto. Queste ultime, una volta riempiti i "vacui" attorno al perimetro della corte, erano poi costrette a trasferirsi fuori di esse, possibilmente nelle immediate adiacenze.
Nella Lessinia le corti non sono sempre isolate, ma spesso si sviluppano ad alveare o lungo la direttrice di una strada, formando appunto la cosiddetta contrada. Nell'ambito delle singole corti i diversi edifici sorgono spesso - anche se di proprietari diversi - uno accanto all'altro, per un processo d’accrescimento di quello che era il nucleo originario di una famiglia o di un clan di famiglie. Anche tra le contrade e le aree coltivate dai singoli piccoli agricoltori s’incontrano fienili o meglio "tezze" dove si tengono stagionalmente animali e dove si ricovera il fieno. Un’organizzazione insomma dell'abitare che è possibile soltanto ove regni la piccola proprietà contadina.
Vincenzo Pavan può così sottolineare che, sempre in queste zone montane, «lo schema "a corte" rappresenta, nello svolgimento storico dell'architettura, una soluzione spaziale completamente bloccata in senso funzionale ed anche in senso formale. L'analisi di tali complessi, quasi sempre dominati da una torretta, denuncia chiaramente il loro aspetto difensivo verso l'esterno e perlomeno accentua l'importanza dello spazio racchiuso tra le costruzioni».
Anche qui, in questi paesaggi della Lessinia, vale così un discorso che si potrebbe fare relativamente a tutto il mondo rurale, dove l'edilizia non è solo costituita di case d'abitazione ma anche di barchesse, di portici, di fienili, di ricoveri per attrezzi, di stalle, di porcili, di legnaie, di granai, d’aie, di pollai, di forni, di colombare, di malghe, di molini, di capanni, di tezze, ed altro, e dove l'abitazione occupa spesso una parte non preponderante. Isolati o disposti a schiera, riuniti spesso attorno ad una o più corti, questi elementi dell'architettura rurale variano di dimensione, costituendo nel loro insieme microcosmi o macrocosmi, secondo regole che possono essere ritenute valide soltanto di luogo in luogo, di tempo in tempo.
E anche in questi casi va ribadito, a scanso d’equivoci, che la pretesa di stabilire valide tipologie edilizie rurali, e cioè di schematizzare e quindi semplificare il problema, sarebbe atteggiamento non del tutto corretto, tali e tante essendo le variabili che di volta in volta, d’occasione in occasione, di terra in terra, di secolo in secolo, di coltura in coltura, s’incontrano, da scoraggiare qualsiasi tentativo di rigida classificazione della materia.
Si tenga anche conto che nel fatto edilizio propriamente rurale si verifica quasi sempre attorno ad una struttura fissa, un ruotare, a seconda delle esigenze, di casotti e tettoie, d’impianti mobili o semimobili, che nascono e muoiono, oppure che cambiano via via funzione fino a diventare essi stessi, da elemento succedaneo, elemento perno e cioè abitazione vera e propria di nuove famiglie contadine generate da uno stesso ceppo, oppure chiamate sul fondo in aggiunta a quelle che già v’insistevano.
Certamente la non precarietà dell’architettura lessinica ha qui reso queste variabili più consistenti che non altrove: e i villaggi di pietra della zona sono lì a sfidare i secoli, meglio che non altri della collina o della pianura (dove le case erano spesso di fango e coperte d paglia). E' per questo motivo che non è raro incontrare anche poverissime abitazioni montanare che possono vantare secoli di vita, e che ci denunciano una tradizione costruttiva eguale salvo poche modifiche, di secolo in secolo, almeno dal basso medioevo fino ai nostri giorni, frutto di una sapiente arte costruttiva tramandatasi di generazione in generazione.
Del resto, fino a non molto tempo fa, - fino a che il "sistema" non entrò in crisi - si poteva star pur certi che, tanto da parte dei proprietari di case o terreni, come da parte delle maestranze, nel costruire e nel restaurare, ci si sarebbe, anche qui come altrove, comportati in un solo modo: non si sarebbe dato luogo a sorprese. I gusti dei committenti e le tecniche dei muratori - entrambe necessariamente legate all'uso dei materiali disponibili - non potevano che essere quelli del posto e quelli soltanto: altri non se ne conoscevano. Se si erano sempre messe pietre a copertura dell'edificio, non c'era ragione di fare diversamente; se si era impiegato tale materiale anche per altri usi, non si vedeva perché si sarebbe dovuto adoperare qualche altro materiale, che tra l'altro non era nemmeno recuperabile in loco.
Osservazioni sul clima - sempre piuttosto fresco quando non addirittura freddo - avevano ad esempio insegnato che la casa doveva essere ben orientata, in modo da godere il massimo dell'insolazione: le facciate sono quindi in genere a sud. Soltanto quando la corte o la contrada aveva occupato con abitazioni i lati che guardavano a meridione - riservando altri lati per edifici atti ad accogliere fienili o ricoveri d’attrezzi - soltanto allora alle case più antiche vennero fronteggiandosi case più recenti, spesso ottenute dalla trasformazione di vecchi edifici in precedenza destinati ad altri usi.
E' per lo stesso motivo che, a mano a mano che ci si sposta in località dove l'inverno si fa più lungo e più rigido, le aperture per dare aria e luce ai locali si fanno sempre più piccole: le difficoltà di chiudere porte e finestre con serramenti e vetri, che dessero serie garanzie d’isolamento termico, certamente esistevano allora più che oggi, in tempi tra l'altro nei quali si badava anche ad essere più parsimoniosi in fatto di consumi di combustibile e quindi di produzione di calore.
Ed è sempre per lo stesso motivo che la casa è qui raramente doppia. Più spesso essa è ad una sola schiera di locali, tutti con finestre rivolte a sud. L'impossibilità di scaldare con il calore solare i locali sul retro della casa - e l'insolazione invernale è sulla collina e la montagna veronese abbastanza efficace - rendeva sconveniente, salvo casi d’assoluta necessità, costruire sul retro, come sul retro non venivano mai aperte finestre che avrebbero portato in casa i gelidi venti che soffiano dal nord.
In relazione con il vario uso dei materiali sono anche qui dunque alcune tecniche costruttive: diversi problemi presentava ad esempio il costruire altrove con ciottoli e laterizi (e in questo caso non sono rare le murature verticali cosiddette a sacco con grande uso di malte e conglomerati leganti) e il costruire con pietra di Prun o con la scaglia da rosso ammonitico (e in questo caso le mura verticali sono ottenute sovrapponendo i conci assai regolari di tale pietra con un procedimento quasi a secco, impastando un po' di terra con un po' di calcina, ottenendo cioè un legante assai debole).
Qui, dove si costruiva con questi tipi di pietra, gli intonaci esterni erano un tempo per lo più sconosciuti: i muri della casa si presentavano a faccia a vista: soltanto di recente - come hanno osservato architetti e studiosi del paesaggio - si è creduto opportuno "smaltarli", togliendo a molte contrade e case montane una loro peculiare caratteristica. Così come il paesaggio della montagna è cambiato da quando, anziché intonacare le case con sabbia di roccia, di colore dorato, mista a calce, si è trovato più comodo ricorrere alla sabbia di fiume, di color plumbeo, mista a cemento, di colore ancor più tetro. Sicché ai gialli naturali del paesaggio umano della zona montana si sono andati progressivamente sostituendo i tetri grigi degli attuali paramenti, quando essi non siano stati più volgarmente ricoperti con tinte di resina sintetica, magari trattate "buccia d'arancio".
Si osserverà infine che sempre qui dove si costruiva con lastame di pietra di Prun, le coperture ad arco sono rare e subentra invece l'uso frequente d’architravi in pietra, sormontati dal triangolo di scarico, mentre là dove era più comodo costruire in tufo o in cotto, cioè in alcune zone pedemontane e di pianura, l'arco fa spessissimo bella mostra di sé in porte e finestre, nonché in portici anche monumentali.
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