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La Lessinia dei villaggi di pietra e degli antichi borghi

Lessinia / Italia
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Uscendo da Verona lungo la Statale del Brennero, prima di Parona si prenda a destra seguendo la segnaletica «Valpolicella» e si proceda fino a San Pietro Incariano, dove seguendo le indicazioni per Fumane si entra ben presto nel territorio di questo comune. La strada procede immersa in bei vigneti a filari, risultato di una moderna razionalizzazione della coltivazione della vite. In passato i vigneti erano pochi perché servivano soprattutto a far fronte all'esigenza di un'economia locale. Le abitazioni agricole erano racchiuse in «corti» autosufficienti (visibili anche adesso): il frumento veniva trasformato in casa in pane, il mais in polenta, l'uva era vinificata direttamente nelle botti di rovere; vi erano poi piccoli allevamenti di mucche, maiali ed animali da cortile che fornivano latte, burro, salumi e carni fresche. Inoltre tutte le attrezzature agricole più semplici venivano fatte in loco. Con il secondo dopoguerra, l'agricoltura si è venuta sempre più industrializzando e meccanizzando e questo fatto, se da un lato ha permesso un minor lavoro manuale ed una diminuzione della fatica fisica, dal lato opposto ha portato all'abbandono dell'agricoltura da parte dei piccoli proprietari terrieri (soprattutto giovani, convogliati nelle vicine fabbriche o nelle cave e segherie della zona).
Prima di arrivare a Fumane, in alto, su di una collina, si nota il piccolo Santuario della Madonna delle Salette; costruzione religiosa del 1864, eretta per un ex voto dai Fumanesi. In quegli anni, infatti, i contadini erano disperati per una malattia che aveva colpito in modo terribile le viti; un frate predicatore raccontò agli abitanti che in un paese della Francia era apparsa la Madonna e li invitò a dedicarle un piccolo santuario: questo li avrebbe sicuramente aiutati nel debellare la malattia. Ed, infatti, così avvenne. Nel paesaggio collinare di Fumane, oltre la vite domina anche l'olivo (belli i terrazzamenti sostenuti da «marogne» a secco dove vivono associati), spesso assumendo forme contorte ed incavate per la vecchiaia. Dalla piazza di Fumane, da cui appare ancora meglio il Santuario delle Salette immerso nei pini, si prosegue per Mazzurega e, dopo la località Banchette, ci si fermi per visitare la bella villa della Torre. Edificata nel XVI secolo su di un preesistente edificio, la villa è armonicamente inserita nell'ambiente e nel terreno e si compone del palazzo, del giardino ricco di una serie di bellissime fontane artisticamente disposte, del brolo e del fondo agrario. La visita è molto interessante, oltre che per le incomparabili prospettive create dagli archi e dalle fontane, per i vari motivi architettonici dei soffitti delle sale, che presentano disegni delle più svariate forme, per i mascheroni che in alcune sale formano giganteschi camini, e per il tempietto sanmicheliano. E’ quest'ultimo un piccolo prezioso gioiello cinquecentesco dell'architettura ecclesiastica, con una caratteristica pianta ottagonale. Nel XVIII secolo, il tempietto venne purtroppo imbiancato all'esterno ed all'interno, distruggendo così gli affreschi di Paolo Farinati. Il tempietto presenta un campanile in cotto, a forma di torre merlata; una delle campane ha incisa la data del 1558.
Allontanandoci da Fumane per la valle del Progno (torrente), dopo aver percorso una stretta strada a tornanti (in attesa del completamento della nuova carrozzabile), si giunge a Molina, centro situato a 551 m. Il paese è rimasto quello di un tempo senza quasi nuove costruzioni, perché protetto da un vincolo urbanistico che, se da un lato conserva il tipico ambiente, dall'altro ha favorito lo spopolamento (oggi vi sono circa 150 abitanti, mentre in passato ve n'erano anche 600). Il nome Molina deriva dalla presenza, in passato, di numerosi mulini azionati dalle acque di copiose sorgenti; mulini che iniziarono a funzionare, macinando frumento o granoturco prodotti in loco ma soprattutto portati dal piano, verso la fine del XVII secolo, servendo in prevalenza la Val Lagarina, la Valpantena e la zona di Bussolengo. Successivamente, sfruttando ogni salto di pendenza del Progno, si arrivò al funzionamento di ben 23 mulini. Inoltre, sfruttando sempre l'energia prodotta dall'acqua, funzionavano anche un «maglio» per la lavorazione del ferro (si producevano grossi chiodi e catenacci lavorati anche artisticamente), un «torchio» adibito ad oleificio (si otteneva olio per lanterne dalle noci) e cinque o sei «folli» che servivano per «follare» gli indumenti di lana ed il cosiddetto «medolan» (speciale tessuto ricavato sul telaio usando lana e canapa). I tessuti venivano «follati» immergendoli in vasche di rovere dove, in acqua calda, argilla e sapone, un maglio li batteva per più ore in modo che il tessuto s’indurisse ed acquistasse resistenza.
Molina, situato sul versante destro dell'alta valle di Fumane, presenta belle costruzioni in pietra locale, disposte organicamente sul terreno, secondo le sue naturali inclinazioni e pendenze, e distribuite lungo le strade in modo irregolare, creando un paesaggio urbano simile alla struttura d’alcune borgate medioevali. Oltre alle antiche case di pietra, cavata in loco, il paese è interessante per la frequenza dei cortili chiusi da muri, con stupendi esempi di portoni d'accesso ad arco con coperture in pietra sostenuta da grandi mensole. I cortili erano tutti chiusi perché i lupi (Iovi) non assalissero le greggi durante la notte. Come già accennato, oggi il paese è poco abitato ed in maggioranza da persone anziane che vivono praticando ancora un po' d’allevamento bovino e producendo latte e formaggio (esiste una malga), mentre l'agricoltura, un tempo fiorente, è stata completamente abbandonata. A Molina si può visitare il Parco delle Cascate, esteso per 150.000 mq. Seguendo la segnaletica si scende verso il Progno per circa 400 metri. Il corso d'acqua, adeguandosi alla natura del terreno, ha prodotto meravigliose cascate come la cascata Nera (con un pendolo che permette di arrivare vicinissimi alla cascata) e piccoli verdi laghetti. Il Parco è tutto un interessante itinerario naturalistico con sentieri, passerelle ed una scala della vertigine; presenta ricostruzioni di vita preistorica e campioni di roccia (belle le gigantesche colonne prismatiche di basalto). Accanto alla piazza di Molina, vi è un piccolo museo botanico che permette al visitatore di riconoscere le numerosissime specie vegetali presenti nel Parco delle Cascate.
Dopo Molina, proseguendo sulla strada per Breonio, si giunge al caratteristico villaggio di pietra di Gorgusello, chiamato localmente «Garbussel» forse per i numerosi gorghi formati dalle sorgenti d'acqua, nei pressi del paese. Villaggio formato interamente di case in pietra viva e ricoperte di lastroni, Gorgusello presenta tutti quegli elementi architettonici tipici della semplice ma funzionale perizia edile degli antichi abitanti locali: corti, archi e volti d'ingresso, case-torri e scale esterne, pietre di recinzione e di delimitazione delle proprietà. Diviso in due centri: Gorgusello di sopra e di sotto, uniti dal fabbricato della scuola (ora adibito a sala di riunione per gli abitanti, data l'insufficienza del numero dei bambini), Gorgusello è un paese spopolato, decimato dall'emigrazione che ha lasciato completamente abbandonate molte tipiche case di pietra, che avrebbero urgente bisogno d’interventi di restauro per ritornare ad essere abitate e per essere anche in futuro, segno e testimonianza di quella civiltà locale ricca di valori semplici, ma carichi di profondi significati.
Arrivati a Breonio, s’incontrano dapprima il campanile e alcuni resti della chiesa di S. Marziale, una delle ben quattro chiese costruite dagli abitanti (San Giovanni in Loffa nel 1131, San Giovanni e Marziale nel 1493, S. Marziale nel 1825 e Santa Maria Regina nel 1959), in parte demolita perché resa pericolante dal terreno instabile. Risultando inutili i tentativi di porvi rimedio, venne allora costruita la chiesa di Santa Maria Regina.
Chiusa, ma visitabile con la guida del parroco di Breonio, è la chiesetta quattrocentesca dei Santi Giovanni e Marziale, vero gioiello d'arte, ritenuta l'unico esempio d'arte gotica di tutta la Valpolicella, con la sua bell’abside e con gli importantissimi affreschi, datati 1510 e 1513, attribuiti sicuramente a Francesco Morone; la decorazione, ricca di figure, di festoni e d’ornati, è attribuita a Domenico Brusasorzi. Breonio, centro più settentrionale della Valpolicella, è famoso per la scoperta di stazioni preistoriche nel suo territorio. Il paese presenta un notevole Interesse anche sotto il profilo architettonico ed ambientale. Breonio possiede poi tre pale e dieci dipinti di cui si discute ancora la paternità. Perché tanta ricchezza d'arte a Breonio? Si racconta che un prete di Verona città, divenuto parroco di Breonio, abbia portato con sé queste opere, tolte da una chiesetta soppressa di Verona. Nonostante l'altezza, a Breonio viene coltivato in piccoli appezzamenti un particolare vitigno: il marzemin. La gran parte della popolazione, rappresentata da pendolari, va a lavorare nei cementifici di Fumane od in cave della zona.
Dirigendosi ora verso il Corno d'Aquilio, lasciando sulla sinistra il Monte Pastello, con le profonde ferite, costituite dalle cave di marmo e di lastame, si arriva in un ambiente suggestivo qual è quello di Fosse, con le case strette lungo la strada, immerse nel verde, con i boschi e con i molti sentieri per escursioni e passeggiate, con i colossi del Corno d'Aquilio e del Corno Mozzo dì fronte, con la quiete del paesaggio. Per tutte queste caratteristiche, Fosse è centro di villeggiatura estiva. Dopo il pranzo, è consigliabile un'escursione sul Corno d'Aquilio (vicino alla chiesa vi è una strada asfaltata a sinistra, che s’inerpica sul monte, giungendo in breve quasi alla cima), alla cui sommità, nel tragitto che porta alla croce, è situata l'apertura d'accesso della Spluga della Preta: è questa una delle cavità carsiche più profonde d'Italia, che con una serie di cunicoli, pozzi e discese verticali, giunge ad una profondità accertata di 875 metri. Dalla cima del Corno si osserva un panorama grandioso che va dalla Val d'Adige al M. Baldo, ai Lessini, punteggiati dalle abitazioni e dai piccoli paesi.
Scesi dal Corno d'Aquilio e presa la strada per Sant'Anna d'Alfaedo, nei pressi di una base militare si diparte una strada che porta a San Giovanni in Loffa. Ai lati della stradina vi sono delle cave di pietra, dove si potrà osservare (soprattutto in una cava a sinistra) il processo d’estrazione (dagli strati di pietra, al taglio ed al deposito in attesa di essere portati alla pulitura ed alla lavorazione). Dopo le cave, in una pineta alla sommità del monte si visiti la chiesa di San Giovanni in Loffa: chiesa parrocchiale più antica della Lessinia occidentale (e per vari anni l'unica), con giurisdizione su Breonio, Sant'Anna ed Erbezzo. Posta a 1055 metri s.l.m., la chiesetta sarebbe stata costruita nel 1131 (secondo la data incisa sulla porta maggiore). La tradizione vuole che nelle immediate vicinanze ve ne fosse un'altra precedente, risalente all'800 (sono stati trovati anche alcuni ruderi). Radicalmente restaurata nel 1633, la chiesetta di San Giovanni presenta all'interno tre magnifici altari di vario marmo, in differenti stili. Sopra la porta d'entrata, una tela di notevole importanza artistica rappresentante il Battista, titolare della chiesa, S. Marziale, titolare di Breonio e S. Urbano papa, titolare di Molina. Bello è il quadrato, tozzo campanile romanico, costruito in calcare locale e presentante una cella campanaria con quattro bifore. Sul Monte Loffa sono stati rinvenuti oggetti appartenenti ad un locale villaggio preistorico (ora nel museo di Sant'Anna).
Da San Giovanni in Loffa l'itinerario ci porta ora a Sant'Anna d'Alfaedo il cui comune, con oltre 40 cave attive, detiene il primato di produzione della scaglia calcarea (meglio conosciuta come «pietra di Prun»). Sant'Anna e dintorni è la zona della Lessinia occidentale che più si è rinnovata dal punto di vista architettonico; le nuove costruzioni conservano però esternamente il tetto in pietra e spesso anche i muri di cinta ed il lastricato attorno. E’ questo un fatto che dimostra il desiderio di non staccarsi completamente dal passato, e, pur nell'evoluzione umana, conservare inalterato l'aspetto paesaggistico locale. A Sant' Anna si visiti il Museo situato nel Municipio. Nel Museo, il reperto certamente più appariscente e uno squalo fossile lungo quasi 7 metri e risalente a circa 70 milioni d’anni fa; ma forse molto più interessante dal punto di vista scientifico è una razza, per le placche dentarie in associazione a vari frammenti d’ossa. Inoltre nel Museo vi sono manufatti litici, asce di selce rozzamente lavorate, punte di freccia peduncolate, coltelli acuminati, raschiatoi, punteruoli, lisciatoi di serpentino, una macina per granaglie, fibule, punte di freccia e di lancia di ferro ed in bronzo, vasi di terracotta, cocci di vaso con incisioni a crudo, monete romane di diverse epoche. Interessanti sonò due alari di tipo gallico in pietra ed anche una tartaruga fossile. Molti dei reperti paletnologici provengono dal castelliere di Monte Loffa.
Prendendo ora la strada che porta a Negrar, ci si può fermare a Vaggimal per visitare la «giassàra» edificata in forma cilindrica per sopportare maggiormente le pressioni del terreno circostante. Costruzione esternamente modesta (sempre in pietra di Prun), la ghiacciaia è internamente enorme per offrire una scarsa esposizione al calore esterno nel profondo pozzo in cui si accumulava il ghiaccio. Vicino vi è la pozza che d'inverno, gelando, forniva il ghiaccio. Proseguendo sulla strada, in località Schioppo, si prenda una stradina che, attraversato il centro di Giare, porta a visitare il più spettacolare fenomeno naturalistico veronese: il ponte di Veia. Il sentiero che porta al ponte parte da uno spiazzo in cui vi sono una trattoria e dei secolari castagni. In vicinanza del ponte vi sono delle piccole grotte, mentre un ruscello passa proprio sotto il ponte e forma poi una piccola cascata; a sinistra, sotto l'arcata del ponte, si trova l'ingresso protetto di una grotta dove sono avvenuti importanti ritrovamenti preistorici. Il ponte di Veia rappresenta l'architrave d'ingresso di un’antica caverna carsica, sottrattosi al crollo della volta centrale della caverna. La distanza massima tra le basi dei piloni è di 52 metri, mentre il punto dell'arcata più elevato dal suolo raggiunge i 29 metri. L'arcata è costituita da calcari del rosso ammonitico, mentre le «pile» del ponte sono costituite da calcari gialli oolitici. Vuole la tradizione che Dante, nel descrivere le Malebolge dell'Inferno, si sia ispirato al ponte di Veia, mentre è certo che il Mantegna lo ha ritratto più volte in alcuni suoi dipinti.
Scendendo ora verso valle, per Fane o per Prun, si arriva a Negrar dove è indispensabile visitare il Parco Nazionale di Villa Rizzardi. Disegnato da Luigi Trezza verso la fine del XVIII secolo, l'eccezionale giardino architettonico è molto vasto, estendendosi su circa 54.000 metri quadrati, in parte sistemati all'inglese ed in parte all'italiana. Dall'abitazione padronale si dipartono tre viali paralleli: il primo, formato da una galleria di carpini, termina in un chiosco con statue; il secondo, formato da una duplice fila di pini e di palme, conduce al teatro ed il terzo, formato da carpini, porta nel bosco ed al belvedere. Famoso è il piccolo teatro verde all'aperto, con palcoscenico e cavea semicircolare ottenuti con siepi di bosso, carpino e cipresso, nel quale durante la seconda metà dell’800 si davano spettacoli di recitazione e di musica. Il bosco è formato da carpini, abeti, gelsi, ginepri, frassini; vi si trovano tempietti, chioschi e varie statue di marmo. Vi sono poi bellissime siepi, una piscina e meravigliose aiuole. La villa è stata ricostruita tra il 1868 e il 1870 su progetto dell'ingegnere-architetto Filippo Messedaglia; il suo stile, tra il barocco ed il rinascimentale, non è però di grand’attrattiva.
Nella zona di Negrar, grazie alle felici caratteristiche dell'ambiente, sorsero in varie epoche diverse ville, tra cui citiamo: Villa Bertoldi all'inizio della salita per Torbe, risalente alla seconda metà del XV secolo, con sette grandi archi nel portico e con i corrispondenti quattordici piccoli archi nella loggia del primo piano, con cinque fori ovali nel granaio e con due torrette, una a destra ed una a sinistra; Villa Ruffo (del 1510) in località Villa; Villa Gonella e la Sorte a S. Peretto; Villa Tommasi a S. Ciriaco; Casa Sartori (del 1373); Villa Novare a Novare, in belle forme classiche con particolari barocchi.
Nella piazza di Negrar si visiti il maestoso campanile, datato 1101, in stile romanico, oggi monumento nazionale, che reca sul lato volto a sud un'iscrizione del XII secolo lunga ben 62 righe (una delle più lunghe d'Italia). La chiesa parrocchiale, pure in stile romanico, venne abbattuta intorno al 1800 e sostituita nel 1807 con l’attuale, costruita su disegno dell'architetto veronese Giuseppe Piazza. Esteticamente rilevanti sono le quattro colonne ioniche, con sopra un timpano, in mezzo al quale è scolpito un meraviglioso bassorilievo rappresentante Cristo fra i dottori. Al centro del parapetto dell'altare maggiore vi è un bassorilievo rappresentante la cena di Emmaus. A questo punto, se siete stanchi dell'itinerario, bagnatevi la gola con un buon bicchiere di «recioto» in un bar nei pressi della chiesa; bevetelo con calma, guardatelo prima in controluce, annusatelo lentamente, assaporatelo in bocca qualche secondo, carpendo quei gusti caratteristici: è eccezionale! Negrar è il principale centro vinicolo della Valpolicella, con numerose cantine private ed una grossa cantina sociale.
Scendendo da Negrar verso Verona, si prenda a sinistra per S. Peretto dove è la chiesa di San Pietro, in stile romanico ma di scarso valore architettonico. All'interno, oltre a pregevoli decorazioni, possiede un affresco gotico raffigurante San Pietro, ed una pala rappresentante la Madonna col Bambino che dà la corona a S. Eugenio e col ritratto del donatore, di pregevole valore artistico. La chiesa era chiamata di San Pietro in Tomanighe. Tomanighe, termine che ha origine da una lingua più antica della latina, ha fatto pensare agli abitanti del luogo che la loro chiesa sia stata parrocchia ancor prima di quella di Negrar. Il campanile in calcare, somigliante a quello di Negrar, ha la base quadrata con lato di m. 3,60 ed è alto 26 m. Senza pina, con logge bifore, venne restaurato nel 1950, ed è oggi monumento nazionale.
Lasciato S. Peretto, si ritorni verso Verona e ci si fermi a S. Vito; qui, posto vicino alla settecentesca trattoria «Villa Renzi», si trova il campanile romanico di S. Vito, privo della sua chiesa originale. Oggi monumento nazionale, il grazioso campanile è alto 25 metri, ed è stato ricostruito con i suoi materiali originari nel 1952 da parte della Soprintendenza ai Monumenti, perché le ingiurie del tempo l'avevano reso cadente. Possiede due logge bifore e la cuspide conica; l'attuale chiesa, attigua al campanile, è di recente costruzione. Con S. Vito termina l'itinerario, e, per Santa Maria di Negrar e Parona si ritorna a Verona.
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