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LE MALGHE

Fin dall'epoca romana la zona del monte Baldo si è caratterizzata per una consistente pastorizia ovina e caprina, con forme di transumanza lungo percorsi tradizionali che dalla valle di Caprino risalivano le pendici del Baldo nei due versanti. Migliaia di pecore e capre provenienti dalla pianura veronese e mantovana e anche dalla valle dell'Adige si aggiungevano in estate alle numerose greggi che stanziavano sulle pendici baldensi.
I pastori utilizzavano come rifugio nella zona più elevata ricoveri, costruiti con muri a secco ricoperti di paglia, frasche o rami di pino mugo, oppure cavità sottoroccia. Resti di questi antichi insediamenti sono ancora visibili e rintracciabili a "Malmaor" a quota 1884 nel circo glaciale del Telegrafo, a Valdritta a quota 1800, interessante ricovero sottoroccia con probabile funzione protettiva dai lupi. Si trattava in ogni caso di un allevamento intensivo che interessava negli ultimi tre secoli le aree sopra i 1500 metri.
L'allevamento bovino, invece, presente nell'area baldense ancora nel Medioevo, ebbe un notevole impulso a partire dal XVI secolo, grazie al miglioramento tecnico e qualitativo e quindi alla razionalizzazione dell'alpeggio operati dalla nobiltà locale "veneziana". Il miglioramento prosegue poi nel Settecento e nell'Ottocento a scapito però di quello ovino e caprino sempre più marginalizzato in zone impervie ed elevate.
Nascono allora le tipiche malghe baldensi, dovute alla tradizionale maestria dei montanari e ad esigenze pratiche e funzionali, ma che inizialmente erano molto semplici, con un unico "logo del late" che trasforma e adatta i precedenti baiti dei pastori di pecore situati fra i 1000 e i 1600 metri. Sono edifici formati da un ovile a volto posto davanti o sormontato da più locali, costruiti con muri a secco e ricoperti di paglia e canne, che in seguito saranno trasformati in "casare".
L'esigenza poi di consentire la residenza ai mandriani e di migliorare la lavorazione del latte e la conservazione del formaggio ha fatto sì che verso la fine del 1600 e nel corso del Settecento fossero ulteriormente modificate nella loro tipologia. Artefice del miglioramento è sempre la nobiltà "veneziana" interessata alla razionalizzazione dell'allevamento bovino.
I baiti ora vengono costruiti con due o più locali mentre il camino assume l'aspetto di una torre. Il baito della malga, posto su un poggio in una zona ben areata e ventilata, è costruito con pietrame calcareo raccolto sul posto. Presenta una forma rettangolare ed è diviso in due locali: "logo del fogo" e "logo del late". Il nome "logo del fogo" deriva da un grande camino a forma semicircolare che serve a contenere un grande paiolo di rame (la "caldèra"), che veniva appeso ad una mensola ruotante (la "mussa"), nel quale viene riscaldato il latte per ottenere il formaggio.
Il "logo del late" invece si trova sempre sul lato in pendio della malga e spesso termina in forma semicircolare per facilitare lo scorrimento dell'aria: possiede infatti piccole finestre sbarrate da paletti di legno o feritoie in pietra, in modo da consentire una migliore aerazione del locale che serviva come deposito del latte nelle "mastèle" (bacinelle di legno poco profonde) adatte per far affiorare la parte grassa ("panna"). Nello stesso locale, ben ventilato, erano posti ad asciugare i formaggi prima di essere sistemati nella "casara" e la ricotta. Inoltre con la "zangola" a mano si produceva il burro.
Sotto i due "loghi" si trova spesso una piccola stanza con copertura a volta, che serve per ricoverare il bestiame appena nato o ammalato. Nelle vicinanze della malga sorgevano inoltre altre costruzioni con funzioni accessorie: la "casara" dove erano riposti e conservati i formaggi e il "porcile", formato da tanti piccoli vani paralleli che ospitavano i maiali allevati in malga con la "scota", ossia il siero che rimaneva dalla produzione della "puina" (ricotta).
Altri elementi tipici della malga sono il "marès", uno spiazzo nei pressi del baito in cui sosta il bestiame per le due mungiture; i muretti di delimitazione e recinzione, in pietra a secco; un piccolo orto recintato per coltivare ortaggi che servivano a variare la dieta dei malghesi; la "pozza", dove si raccoglie l'acqua piovana che serve per abbeverare il bestiame, ricavata in doline naturali il cui fondo veniva impermeabilizzato con argilla ("terra crea") facendolo calpestare dalle mucche ed infine le "riserve", cioè piccole aree quadrate o rettangolari di abeti, fittamente piantati e cintati con muretti a secco che servivano per il ricovero del bestiame durante la notte, in caso di temporali o nei giorni di gran caldo.
Dopo la seconda guerra mondiale, a causa della crisi agricola e del conseguente spopolamento della montagna, la malga è entrata in crisi come struttura economica, ma ancora oggi molte malghe sono utilizzate dai malghesi ed ospitano in media 30-40 capi di bestiame (le "paghe") costituendo un paesaggio unico sul monte Baldo, grazie al loro armonico inserimento nel più ampio contesto della montagna.

I MOLINI

La vallata di Caprino è percorsa dal fosso "Campion" che trae origine dalla copiosa sorgente chiamata Bergola, che sgorga nella valle di Salve Regina, nei pressi della contrada di Pradonego. In passato questo corso d'acqua rivestiva due importanti funzioni: l'irrigazione di una cospicua superficie agraria (ben 370 "campi veronesi") e l'animazione, ossia energia per 23 opifici, in particolare molini a grano. L'acqua del fosso, condotta in canalette spesso pensili ricavate da blocchi monolitici di pietra, era fatta cadere sulle grandi ruote a pale, in origine di legno, le quali, girando, trasmettevano il moto, attraverso un complicato sistema d’ingranaggi e perni, fino alla "pietra da molin" che, ruotando sulla corrispondente pietra sottostante oppure rotolando verticalmente rispetto ad un perno centrale, macinava il grano.
Parecchi di questi molini hanno funzionato fino a pochi decenni fa. N’esistono comunque ancora, così come sopravvivono alcuni tratti delle caratteristiche canalette in pietra per la conduzione dell'acqua. Uno dei molini meglio conservati si trova in località Valsecca, poco sopra Caprino, sulla strada per Pazzon.

LE FORNACI

La presenza di argilla nel sottosuolo della contrada di Porcino ha dato luogo, sin dalla metà del XVI secolo, ad una fiorente industria di prodotti laterizi (coppi, mattoni e mattonelle) che furono utilizzati non solo nell'edilizia locale ma anche in quella dei paesi limitrofi e pure della città di Verona. Col loro caratteristico colore grigio-giallastro, questi manufatti sono ben distinguibili e tutt'ora molto ricercati per il loro gradevole effetto cromatico, per essere utilizzati nei restauri di edifici nei centri storici.
L'argilla era cavata nei mesi invernali praticando pozzi di metri 4x4, profondi fino a 10 metri. La profondità giocava a favore della purezza dell'argilla. Lasciata in cumuli a gelare durante l'inverno per favorire il processo di disgregazione, era poi immersa nell'acqua e, così inumidita, era pigiata con i piedi per amalgamarla e renderla plastica. L'impasto così ottenuto era posto, utilizzando un apposito desco, in stampi di ferro rettangolari ("chirola") e lisciato superiormente a mano; quindi veniva adagiato sopra un semicilindro curvo in legno ("sipel") per assumere la forma del coppo. Estratti dallo stampo con un deciso e abile gesto delle mani, i pezzi venivano allineati sull'"area", grande spiazzo di superficie sabbiosa tenuto costantemente spianato, affinché essiccassero per poter essere agevolmente trasportati nella fornace a cuocere. Quando i pezzi avevano raggiunto il ragguardevole numero di 30-35 mila, venivano accatastati in strati verticali nella fornace ("biscotta"), sul piano ottenuto da arcate costituite con massi di calcare con i quali si riempiva anche il vuoto formato tra i due archi. Quindi si introduceva sotto le arcate, attraverso le bocche sul davanti, la legna in fascine che, in grandi quantità, era stata raccolta durante l'inverno.
La cottura dei laterizi, che avveniva nei soli mesi di luglio e agosto, durava sei giorni, dalla domenica al sabato successivo, durante i quali il fuoco doveva costantemente essere alimentato. Il calore, che superava gli 800 gradi, provocava anche la cottura dei massi di calcare delle arcate che, gettati in acqua, si trasformavano in calce da costruzione.
Queste fornaci sono state attive fino a 50 anni fa. N’esistono ancora oggi, anche se in stato di completo degrado. Presso la popolazione locale è ancora ben vivo il ricordo di quest’attività che vedeva impegnate, oltre alle famiglie proprietarie delle fornaci, anche molti lavoranti, specie giovani e ragazze. La stessa accensione del fuoco per iniziare la cottura si svolgeva in forma solenne e rituale, con la presenza, si dice, del parroco che l'accendeva con una candelina della "seriola".

LE CALCHERE

Così erano chiamati i forni per la produzione della calce viva mediante combustione di massi calcarei. I massi erano disposti a cupola, all'interno della quale s’introducevano, da un apposito buco, alcune fascine di legna. Il fuoco, continuamente alimentato, doveva durare otto giorni esatti, utilizzando quindi migliaia di fascine. Sulla sommità della cupola era posta una pietra con una croce che, quando diventava bianca, indicava la conclusione della cottura. I massi estratti dal forno erano immersi nell'acqua per completare il processo chimico di formazione della calce da costruzione.
Queste costruzioni sono purtroppo in grave degrado, ma se ne può trovare ancora qualche esempio, anche se quasi sommerso dalla folta vegetazione cresciuta dopo l'abbandono.

LE GIASSARE

Queste vere e proprie "industrie" produttrici di ghiaccio sono fatte risalire agli inizi dell'Ottocento. Le giassare erano pozzi interrati, profondi 8-10 metri, costituiti da muratura in sasso cilindrica, con copertura sopraelevata rispetto al terreno per consentire l'apertura di una "bocca" per l'introduzione ed il prelievo del ghiaccio. La copertura era in legno e coppi con falda ad uno o due spioventi oppure conica con manto di "canel" (canna palustre).
Questa struttura era ricavata vicino ad una pozza, collocata in un sito ombreggiato ed esposta preferibilmente a tramontana, destinata a fornire la materia prima: il ghiaccio. Nei mesi invernali, non appena si era formata la lastra superficiale di ghiaccio, essa veniva opportunamente tagliata o segata in elementi regolari di circa 1 metro di lato che venivano poi calati con appositi argani nel pozzo ed ivi accatastati, in strati sovrapposti, fino alla "bocca". Nei successivi mesi estivi, a partire da maggio, le lastre di ghiaccio erano prelevate dal pozzo, tagliate in pezzi a forma di parallelepipedo ed inviate in città e nei centri turistici a chi aveva necessità di conservare cibi, carni e pesce. Nella zona di Caprino esiste un esemplare ben conservato in località Ime ed uno, adattato ad uso abitativo, ad Omaner.

FONTANE E LAVATOI

Le piazze di alcune contrade del Baldo presentano ancora delle splendide fontane, che sono veri e propri monumenti. A Pazzon ed a Lubiara, ad esempio, ci sono magnifiche vasche sagomate circolari sovrapposte, scolpite in un unico blocco e sostenute da uno stelo centrale pure in marmo, in modo che l'acqua, sgorgante dall'alto, formi più cascate concentriche. Altrettanto pregevoli sono i numerosi lavatoi, forniti d’acqua corrente per il lavaggio dei panni, formati da una successione di vasche adatte alle diverse fasi delle operazioni di pulizia e muniti di un piano inclinato in pietra per l'insaponatura.
La conservazione di questi manufatti, posti a lato delle strade in prossimità di quasi tutte le contrade ed oggi naturalmente inutilizzati, è molto importante, non solo per il loro pregio architettonico, ma anche perché costituiscono importanti testimonianze di una memoria storica che rievoca questi luoghi d’incontro in cui tutti gli eventi tristi e lieti delle contrade sono stati raccontati dalle donne attraverso le loro "ciacole".

IL MAGLIO IDRAULICO DI VILMEZZANO

Sicuramente degno di essere ricordato è il maglio idraulico di Vilmezzano, perfettamente conservato ed utilizzato fino a qualche anno fa per forgiare gli arnesi per scolpire il marmo. L'energia per la sua animazione proviene dall'acqua del fosso "Campion" fatta cadere su una ruota girevole.
Caratteristico è l'antro scuro per i fumi provenienti dalla bacinella d'acqua in cui veniva introdotto il ferro rovente, opportunamente modellato dal maglio battendo sull'incudine per essere temprato.

I ROCCOLI

Esempi significativi di un modello di vita e di un certo tipo di economia di sussistenza sono i "roccoli", oggi giustamente vietati. I roccoli erano degli appostamenti per la cattura con le reti degli uccelli, reti che erano abilmente occultate in gallerie circolari formate da alberi opportunamente sagomati e posti su alture lungo le linee di migrazione dei volatili.
Su un punto del cerchio era eretto il "casino", costruzione alta e snella a due piani: quello superiore per le operazioni d’avvistamento e di cattura degli uccelli e quello inferiore per riporre gli uccelli da richiamo o addirittura per pernottarvi ed essere pronti di buonora. Gli uccelli migratori richiamati dai "colleghi" della stessa specie rinchiusi in gabbiette nonché legati a terra (zimbelli) sì da sembrare liberi, si posavano sugli alberi posti all'interno del cerchio e quindi, spaventati dal lancio di forcelle triangolari formate da vimini intrecciati ("strambai") e da fischi che simulavano i falchi predatori, tentavano la fuga lanciandosi in basso verso l'esterno ed incappando così nelle reti. Questi "casini" ci sono ancora; notevoli quelli delle grandi famiglie signorili dei Nichesola, dei Carlotti, dei Zuccalmaglio sulle alture di Ceredello e dei Cimi.

CAPITELLI E CROCI VOTIVE

Abbastanza numerosi in zona i "capitèi" o "stafoleti", cioè le stele e croci votive, espressione di arte popolare religiosa e frutto di una convinta religiosità e pietà popolare. Si tratta di simboli sacri, innalzati secondo una tradizione cattolica che vuole immagini della Vergine, di Cristo, di Santi, o di segni sacrali a protezione di raccolti, oppure di contrade, di fonti o luoghi particolari.
In ogni caso, la posizione non è mai casuale: può essere un'altura, un albero isolato, una fontana, un punto panoramico o storico; necessariamente deve essere una posizione dominante o frequentata per vari usi inerenti alla vita locale. Sembra esserci una continuità ideale in molti di questi segni sacrali tra il pagano "deus loci" (dio del luogo) d’epoca romana e il simbolo cristiano che lo ha sostituito nel medesimo luogo. La cristianizzazione dei simboli pagani è testimoniata ad esempio dai dischi solari, cui vengono aggiunte piccole croci, oppure dalla persistenza come fregi in diversi capitelli.
Generalmente tali simboli sacri sono frutto di ex-voto, di grazie ricevute o di scampati pericoli, come la cessazione di epidemie di peste, di vaiolo, o di afta epizootica (malattia che colpisce il bestiame), conclusione di guerre, di carestie o di siccità e talvolta vogliono ricordare tragiche vicende accadute in qualche località (morti per disgrazie, incidenti sul lavoro, ecc.).
Nella zona baldense si aggiungono però altre due specifiche motivazioni: la presenza del Santuario della Madonna della Corona, con tutta una serie di itinerari tradizionali percorsi dai pellegrini per recarsi in visita e con una forte diffusione del culto della Vergine Addolorata.
I più antichi capitelli risalgono ai secoli XVII-XVIII, come testimoniano spesso le date incise nell'edicola; si denota poi come l'effige affrescata o la scultura più frequente sia quella appunto della Vergine Addolorata con il Cristo morto disteso sulle sue ginocchia, venerata dalle popolazioni locali come Madonna della Corona, per l'omonimo santuario posto a 775 metri di quota su uno strapiombo sulla valle dell'Adige. Tra i più begli esempi di capitelli dedicati alla Madonna della Corona ricordiamo quello di Caprino (quasi di fronte alla Stazione dei Carabinieri), quello settecentesco di Salve Regina nei pressi di Pradonego e quello di Fraine di sotto nei pressi di Ferrara di monte Baldo. Nella maggior parte di questi capitelli l'effige della Madonna Addolorata è incoronata da due angeli, come nel medaglione con affresco che si trova su un’abitazione in centro a Boi, a pochi passi da Caprino.
Lungo i sentieri e gli itinerari percorsi dai pellegrini per recarsi alla Madonna della Corona sono posti, e si ritrovano ancor oggi, numerosi capitelli ed immagini della Madonna, con la funzione di invitare alla preghiera ed alla meditazione quanti salivano a piedi al Santuario, oltre che indicare il percorso.
Generalmente i materiali impiegati nella costruzione dei capitelli del Baldo sono poveri e rinvenuti in loco (sassi calcarei, ciottoli, ecc.) con tettuccio ed eventuali rivestimenti in lastre calcaree. Si tratta di un’architettura semplice e spontanea che esprime una profonda religiosità popolare, ma che non tralascia alcuni aspetti decorativi.
Altra importante testimonianza di religiosità popolare sulle pendici meridionali del Baldo e nella piana di Caprino sono le croci votive, scolpite da artisti locali nell’Ottocento, che rappresentano motivi della Passione di Cristo (calice, corona di spine, chiodi e martello, tenaglia e frusta), nonché la tradizionale Pietà con la Madonna della Corona. In particolare sono pregevoli e di stile raffinato le croci del lapicida Antonio Tinelli di Lubiara, che ha operato nella zona nella seconda metà del Settecento.
Sono sue, infatti, le splendide croci alle Acque, periferia di Caprino, ed a Montecchio ed inoltre alla sua scuola appartengono quelle di Ceredello e di Rubiana. Le croci del Tinelli si presentano con una parte frontale in cui sono incisi in altorilievo gli strumenti della passione di Cristo: il calice, la scritta INRI, la corona di spine, la frusta e la colonna o la spugna imbevuta di aceto e la lancia che lo ha trafitto, la veste e la scala con cui viene deposto. Nella croce di Montecchio, del 1819, sono presenti anche la Madonna della Corona, un disco solare ed un piccolo gallo (da cui deriva la denominazione "Croce del gallo").

FORTIFICAZIONI E TRINCEE

La zona del Baldo, per il suo ruolo storico di confine ma anche di cerniera tra il nord ed il sud, è particolarmente ricca di fortificazioni e di campi trincerati. Esistono proprio per questo motivo forti costruiti sia dagli Austriaci che dagli Italiani, sparsi su tutto il monte Baldo.
Degni di menzione, nonostante il loro stato attuale d’abbandono, sono quelli di San Marco (poco sopra Lubiara) e di Cimo Grande (vicino a Spiazzi, a picco sulla Valdadige). Durante il 1914, anno di neutralità italiana allo scoppio della prima guerra mondiale, essendo la zona baldense il punto di contatto tra i due eserciti in conflitto, ci furono molti preparativi da entrambe le parti: furono così costruiti camminamenti, trincee, strade, nidi di mitragliatrice. Queste opere non furono utilizzate durante il conflitto, ma rimasero comunque ben conservate; ora purtroppo non lo sono più, ma rimangono comunque tratti significativi che potrebbero essere ripristinati.

MURI, INTROI, VICOLI

Costituiscono certamente degli aspetti caratteristici del paesaggio baldense.
I muri, infatti, delimitano gran parte delle strade dei centri storici del Baldo. Particolarmente significativi sono quelli che recintano le campagne, i fondi delle varie proprietà e che sostengono i terrazzamenti. Da ricordare inoltre i muri che delimitano gli "introi", i vicoli ed i passaggi pedonali. I muri sono costituiti da "seregni", ciottoli morenici nella zona collinare, sassi calcarei nella zona montana, pietrisco di riempimento e poca calce. Frutto di una lavorazione artigianale che rispondeva all'esigenza di delimitare diverse proprietà, i muri hanno assunto un particolare cromatismo dovuto al contrasto tra i colori chiari della pietra calcarea o quelli rossastri e scuri dei seregni morenici con la patina scura che hanno acquisito con il tempo, per l'aggressione di muschi e licheni, creando suggestivi scorci ed un paesaggio unico.
Gli "introi" sono dei vicoli della zona collinare, stretti passaggi pedonali che collegano tra loro strade più importanti e che presentano il tipico selciato in ciottoli a "saleso", con gradini in pietra, delimitati da altri muri in seregno che recintano le proprietà prospicienti. Il termine "introi" è un vocabolo retico che significa appunto sentieri.

LE MERIDIANE

Nonostante l'invenzione dell'orologio meccanico, per molto tempo resistettero le meridiane, quadranti variamente elaborati che permettevano di conoscere l'ora solare quando l'ombra di un'asta metallica si proiettava sulle ore disegnate sul quadrante. Di queste testimonianze rimangono ancora alcune significative tracce sulle facciate di qualche casa e sono interessanti non solo per il loro valore storico, ma anche perché talvolta sono munite di pregevoli ed elaborate decorazioni ed impreziosite da iscrizioni che generalmente ricordano l'implacabile fuggire del tempo ed ammoniscono sulla brevità della vita.

LE CAVE

L'area del monte Baldo ha antiche tradizioni nel settore lapideo; in passato questo significativo comparto ha esercitato un ruolo preminente nella realtà produttiva caprinese. Basti pensare che tutto il Nord-Est del territorio (dalla classica frazione di Lubiara, a Gamberon, Spiazzi, ecc.) era interessato da numerose cave di marmo, le famose "preare", dove lavorava la quasi totalità della popolazione attiva locale. Addirittura "mitici" erano gli scalpellini e i lapicidi nostrani, autentici artisti, richiesti ovunque anche all'estero, ed ora quasi completamente scomparsi.
Dopo l'eliminazione della ferrovia Verona-Caprino, il settore scivolò verso la marginalità. Al presente la situazione è in netta ripresa a seguito della realizzazione a sud di Caprino dell'autostrada Modena-Brennero e della disponibilità di aree. Attualmente in Caprino sono attive sei cave da cui si estrae "Rosso Verona" e "Nembro". Esiste inoltre circa una dozzina d’aziende dedite alla lavorazione.
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