Angelo Dall'Oca Bianca - Verona

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Angelo Dall'Oca Bianca

Dall'Oca pittore: riferimento obbligato per una storia della cultura d’immagine veronese a cavallo tra il XIX e il XX secolo; artista acclamato con quasi fanatica devozione, poi abbandonato e banalizzato, costretto all'esilio delle memorie; risorto in parte, per dovere di verifica storica, alla fine degli anni ‘60; di nuovo relegato a ruolo di staffa, più personaggio che artista vero e proprio, in un contesto di valori cosiddetti "provinciali" e indiscriminati.

La sua qualità originale, il peso evolutivo della maturità e della trasgressione, partecipano a tutto tondo dello spessore culturale di un lungo periodo storico in cui le testimonianze dallochiane coincidono con quelle dell'identità cittadina. Orfana di tali premesse analogiche, privata delle sue "strade poarète", delle piazze affollate di popolani, delle chiese monumentali e di quelle neglette della periferia; rapinata della più autentica e inequivocabile veronesità, la pittura di Dall'Oca risulterebbe esibizione manieristica, folklore asettico e convenzionale; un'arte "pitòca" come la definirebbe il linguaggio vernacolo; mentre, per contro, proprio da una corretta rilettura e dal riordino dei suddetti elementi partecipativi, può rinascere un viaggio di riconversione utile, in grado di restituire all'artista prestigio e categoria non solamente in sede locale, bensì in una più dilatata geografia culturale.

Angelo Dall'Oca Bianca era nato a Verona, in vicolo Cavalletto, il 31 marzo 1858, figlio di un modesto carrozziere dalle incerte fortune. Temperamento inquieto e ribelle, aveva consumato infanzia e pubertà bighellonando per strade e fondaci. La morte del padre lo aveva, ad un tratto, riconciliato con la famiglia, con la madre in particolare, figura nobilissima di donna per la quale il giovane nutrirà in seguito autentica venerazione. Aveva ripreso a lavorare, esercitando umili mestieri; contemporaneamente si era dato allo studio e al disegno, con sempre più accanita determinazione.

Protetto dallo scultore Ugo Zannoni, fu iscritto all'Accademia Cignaroli dove seguì i corsi di pittura tenuti da Napoleone Nani; frequentò anche, per qualche tempo, i corsi di nudo all'Accademia di Venezia dove conobbe Favretto che gli fu, oltre che amico, prezioso consigliere e maestro. I suoi quadri ebbero presto successo; esposti in rassegne provinciali e nazionali attrassero facilmente l'interesse di collezionisti e di critici; ancora giovanissimo, guadagnò consensi, premi, denaro; poco più che ventenne era già considerato un maestro, presente nelle più importanti rassegne nazionali ed europee.

Subito dopo, la gloria; si badi bene: non il trionfo manufatto o pattuito come potrebbe apparire da frettolose letture delle testimonianze; un attestato, invece, di profonda estimazione, fino a costruire intorno al personaggio veronese un vero e proprio alone di mito.
Per circa trent'anni si è parlato di Angelo Dall'Oca Bianca come fosse stato l'unico vero ambasciatore della cultura veronese e veneta, come se la pittura veronese non avesse mai conosciuto espressione così valida dai tempi favolosi del grande Paolo Caliari, e che solamente in lui rivivesse con la pienezza dei consensi. Vuoi il carattere, vuoi la sagace gestione della propria immagine, vuoi l'intelligente inserimento e il pilotaggio visivo di soggetti particolarmente sentiti, soprattutto a livello locale, il pittore si è espresso in modo schietto e persuasivo, districandosi tra inevitabili pastoie retoriche di deamicisiana memoria, eludendo, almeno fino agli anni "dieci" del Novecento, la morta gara del quadro di genere, gratuito, inventato con I'ossessiva fantasia dell'arrampicatore sociale o del fabulatore di provincia.

L'ultima sofferta apparizione, dopo una latitanza di diciotto anni nei confronti degli "estimatori" locali, risale alla Biennale di Verona del 1908; l'ultima testimonianza corale, ottanta opere, troppe forse, esposte su invito, alla X Biennale di Venezia nel 1912. Il silenzio, allora, della "critica", l'indifferenza dei visitatori, il riserbo di alcuni amici che già lo avevano portato in palma di mano, suggerirono all’artista la strada più giusta da percorrere, quella di un’indipendenza creativa proiettata al di fuori della mischia, estranea, volutamente, ai fenomeni culturali che stavano trasformando il tessuto connettivo culturale contemporaneo con nuove prospettive estetiche; un rifugio, al riparo da polemiche, aggressioni, avvenirismi, dove accanto a rovinose involuzioni, sarebbero convissuti momenti di autentica, generosa laboriosità, illuminati da opere dignitose se non, talora, di tono elevato. A scadenze non prefissate il capolavoro. Una lunga stagione, dunque, prolungata nell'altezzoso e, sprezzante isolamento; vissuta, tuttavia, con l'entusiasmo di un neofita; intercalata da riconoscimenti "camerateschi" e alimentata da segrete speranze; patita tra polemiche intemperanti, ironiche finzioni, gesti plateali e chiusure claustrali; fino alla morte, sopravvenuta il 18 maggio 1942.

Cosa ha dipinto Angelo Dall'Oca Bianca nel corso della sua vita d’artista? Come ha dipinto? Ha dipinto Verona: Verona e la sua gente; Verona e le sue strade, i monumenti, le piazze, i banchi del mercato popolare, le feste dei rioni, gli ammiccamenti scherzosi della primavera e il disfacimento patetico degli autunni. Ha esaltato la bellezza, frivola o esuberante della giovinezza e il giardino avvizzito della vecchiaia; sempre accostando i due capolinea in un percorso di immagini che, fuori di metafora, sono quelli stessi della vita umana.

La "sua" Verona; quella che lo aveva visto balordo nella prima adolescenza; una città, un luogo, sacro per devozione e sentimento, che nella pittura è rimasto intatto, incantata meraviglia delle prime scoperte, a dispetto del tempo e delle trasformazioni che con esso si sono avvicendate. La Verona di Dall'Oca è la grande interlocutrice dell'artista che, proustianamente, ha scavato nel profondo delle sensazioni, della memoria, alla ricerca di un altro tempo, fertile, e di privati amori, di sapori e di profumi, verso cieli variegati di nuvole; cilestrini, trasparenti nel tessuto cromatico che li descrive; alla ricerca di un'età serena, matura, carica di dannunziano erotismo e di pirandelliana, graffiante ironia ("Gli asini a parlamento").

II pittore ha saputo riconoscere, nel coacervo delle alternanze, i soggetti principali che onorerà protagonisti del proprio racconto: i quartieri poveri, diseredati, dove malinconia e disavventura sottolineano l'abbandono in cui era caduta la città dopo la sua annessione al regno d'Italia e I'immane tragedia dell'inondazione del 1882. Case popolate di gente umile, sgomenta, dove il canto gracile di tante "Carbonète" si mescola al basso continuo dei "De profundis"; la vita che scorre, come scorre l'acqua del fiume tra il "sandon da tera" e la "sandona" dei vecchi molini, uguale, nei giorni di magra e in quelli di piena quando si fa difficile reggersi sul "peagno" per salvare il macinato.

Il pittore accorre alle esequie in un giorno senza sole ("Ora pro ea") sulla scarpata antica di Santa Libera; indugia tra le "Civette" di Piazza Erbe; s’incontra con gli "spazzini" e le "donne da rosario" nell'ora della "Prima messa"; ricorda "sacrestani" e "fioraie", "sabbionari" e allegre lavanderine sulla "rosta" di Ponte Pietra; accende il proprio entusiasmo davanti alla "basilica di San Zeno" in occasione della festività patronale; ritrae eleganti "signore", in piedi o sedute, all'interno di vetuste, aristocratiche abitazioni settecentesche; ritrae gli amici, Berto Barbarani, il poeta dei pitochi, e Renato Simoni, la "testa fina" di una generazione di veronesi tipo esportazione. La sua pittura racconta la città, la gente, le tradizioni, i costumi; attenta, ossequiosa agli insegnamenti accademici, nei primi impegni della giovinezza; libera, al limitare di mode e correnti contemporanee, quando l'artista scopre, e lo fa presto, il veleno della nostalgia.

Ecco perché la scelta delle Immagini è caduta su questo breviario simbolico visceralmente sentimentale. Un Dall'Oca messo insieme con tanto amore, corrispondente al vero Dall'Oca, che non riesce affatto il superficiale illustratore di cartoline o il generico imbonitore di scenette; un pittore vero, invece, autentico, grande artista, dotato di qualità rare, tanto nella composizione grafica che assai spesso si rifà all'insistente sperimentazione e alla ricerca fotografica (l'artista ha lasciato oltre duemila lastre impressionate, frutto di un’applicazione metodologica all'avanguardia rispetto alla sua epoca), quanto alla partitura pittorica vera e propria, all'uso, cioè, di una tavolozza pregiata in cui il colore si fa luce e vestizione figurale; un colore che non rimane accidente complementare, ma che interagisce come incidenza primaria, magico legame tra il reale visibile e l'immaginato artistico.

E se è pur vero che il pittore ha oscillato stilisticamente tra appetiti divisionisti, post impressionisti, liberty e adesioni alla tradizione veneta, tali affacciamenti costituiscono un "a latere" che solo a tratti spiega il senso della ricerca, la necessità del racconto stesso. Dall'Oca si fa portavoce, assumendo di volta in volta i parametri di uno "stile" (ma più che tale è un "modo"), di pensieri, attenzioni, circostanze, che trascendono l'identità fisica dell'immagine per restituirla al regno della meditazioni, apologo aperto: la vita umana è un dono troppo limitato per contenere l'uragano di un grande amore; troppo breve per ospitare bellezza, incanto, magia; troppo avara per concedere esaurienti contemplazioni; "non si fa in tempo ad aprire le finestre di casa, la mattina, che è già ora di rinchiuderle".

L'età verde degli innamoramenti si accompagna così, sempre (o quasi sempre), a quella rinsecchita della nostalgia. Nella Verona dallochiana, di fronte all'impassibile (ma anche ciò non è del tutto vero) fissità dei luoghi importanti, soprattutto quelli in cui sembra affiorare il mito dell'eternità intangibile, la precarietà del travaso umano si traduce in letteratura accorata dell'anima, e si accompagna alla sensibilità delle singole occasioni, una colorazione pittorica che richiama non solo le didascalie interiori delle immagini, ma ne interpreta puntualmente i significati, ora spavalda, aggressiva, luminosa, intonata alla più intensa espressività sensuale ("Verona in un mattino di primavera" - 1884), ora corale e solenne, venata di lusinga linguistica ("Piazza Erbe" - 1903); intristita e dimessa in un piccolo, grande capolavoro ("Dopo messa" - 1883); nostalgica e paradossale ("Santa Libera: Verona nei miei ricordi" - 1937); intensa come una preghiera ("Poemi del cielo" - 1937) quando specchia nel sereno del Benaco cattedrali di nuvole: gli ultimi sogni, schietti, dell'artista.

Liberata dalla demagogia di, purtroppo numerose, licenze creative, digressive e screditanti, la vera pittura di Angelo Dall'Oca Bianca racconta attraverso simboli e analogie, con proprietà e autorevolezza, la storia degli uomini. Da qualche tempo il nome del pittore veronese è ricomparso nei cataloghi di importanti mercati d'arte ed è stato fatto oggetto di "rivisitazioni " e la mostra alla Casa di Giulietta, col suo taglio specifico, ha voluto essere un fattivo contributo alla riscoperta del "Maestro" veronese, facilitata dalla pubblicazione di un esauriente catalogo scritto da Umberto G. Tessari in chiave di commento per una lettura delle opere non astrusa o sofisticata; una mostra che ha riconciliato la qualità al soggetto, la difesa di un artista al giusto peso del suo lavoro, ed è stata nello stesso tempo, occasione di incontro e proposta di godimento spirituale.

BIOGRAFIA

1858
Angelo Dall'Oca Bianca nasce il 31 marzo a Verona in vicolo Cavalletto al numero civico 1084 da Beatrice Resi e Giuseppe Dall'Oca. Il padre, verniciatore, investe i propri risparmi in un'osteria. Il fallimento di tale attività conduce la famiglia in assoluta povertà . Nelle Note biografiche stese nel 1897 il pittore parla della sua turbolenta gioventù trascorsa negli angoli e nelle strade di Verona, lontano dalla scuola e dallo studio.

1873
Dopo la morte precoce del padre, comincia a lavorare come manovale, imbianchino, muratore e a studiare. A 15 anni esegue il ritratto Mio padre, per convincere la madre della consistenza del suo talento pittorico. Con l'aiuto dello scultore Ugo Zannoni, il direttore Napoleone Nani e Angelo Pegrassi, entra all'Accademia Cignaroli - Scuola Brenzoni di Pittura e Scultura di Verona dove rimane, molto probabilmente, fino alla primavera del 1876, anche se il Registro delle Matricole d'Iscrizione dell'Accademia veronese riporta il suo nome solo nell'anno 1873/74. In accademia rivela subito un eccezionale temperamento.

1876
In una biografia, scritta per il catalogo della Biennale veneziana del 1912, Dall'Oca ricorda il suo ingresso nel 1876 all'Accademia di Belle Arti di Venezia, omettendo l'iscrizione e la frequenza all'Accademia veronese. La sua presenza all'Accademia di Venezia non è rintracciabile nei registri, forse perché iscritto a corsi liberi per i quali non si registravano i nomi degli allievi, ma è tradizionalmente menzionata nelle biografie del pittore sulla scorta delle sue dichiarazioni.
Molto probabilmente Dall'Oca, regolarmente iscritto all'Accademia Cignaroli, frequenta contemporaneamente i corsi liberi di nudo dell'Accademia veneziana. Risente della "pittura vernacolare" di Giacomo Favretto che influenza il suo indirizzo artistico, come lo stesso pittore scrive nelle Note biografiche del 1897: "devo all'arte sinceramente viva del povero Favretto - ammirata visitando il suo studio - la buona luce che si è fatta nel mio indirizzo artistico".
Comincia ad esporre insieme ad altri artisti veronesi come Milesi, Novello, Cristani, Navarra, De Stefani. Partecipa per la prima volta all'Esposizione della Società di Belle Arti di Verona. Sarà presente fino al 1892 con regolarità alle mostre (annuali fino al 1886 e biennali successivamente) organizzate dalla Società di Belle Arti di Verona.

1880
Secondo l'articolo di Riccardo Avanzi, pubblicato su "L'Arena" del 2 dicembre, Angelo è sotto le armi. Nello stesso articolo il critico difende il pittore dalle accuse di essere un imitatore di Giacomo Favretto. Oltre all'Esposizione della Società di Belle Arti Dall'Oca partecipa all'Esposizione di Brera a Milano e all'Esposizione di Torino. Vi conosce il pittore Francesco Paolo Michetti.

1881
Nel mese di aprile la stampa parla del suo trionfo all'Esposizione Nazionale di Milano, dove riesce a vendere, ancora prima dell'inaugurazione, tre quadri. Questo appuntamento, le esposizioni dell'anno precedente e quelle successive, lo mettono in contatto con le diverse correnti artistiche italiane ed europee come l'impressionismo, il divisionismo e il simbolismo.

1882
Soggiorna a Roma, dove conosce uomini di cultura come Carducci, D'Annunzio, Pascarella ed è presentato alla Regina Margherita che gli commissionerà diversi dipinti.
Sempre al periodo romano risalgono i primi interessi per la fotografia, dovuti, anche all'amicizia con Francesco Paolo Michetti. Il primo dipinto, comunque, per il quale è documentabile l'uso della fotografia è già Il lavatoio, esposto nel 1881 a Brera. Soggiorna brevemente a Firenze. A causa della disastrosa piena dell'Adige, avvenuta la notte del 15 settembre, l'esposizione della Società di Belle Arti di Verona, programmata per novembre-dicembre, non è effettuata. Molti artisti veronesi, tra cui Dall'Oca, con i piedi nel fango, dipingono la Verona che sta per scomparire.

1883
Non avendo potuto esporre nella propria città nel 1882, a causa dell'inondazione, Dall'Oca, Sorio, Avanzi, Cabianca, Nani, De Stefani inviano le proprie opere, all'inizio del 1883, all'Esposizione Internazionale di Belle Arti, ospitata nel nuovo Palazzo delle Esposizioni di via Nazionale, a Roma.

1884
Partecipa all'Esposizione Nazionale di Torino. In tale occasione i sovrani d'Italia acquistano due sue tele e la regina Margherita gli commissiona altri lavori.
All'Esposizione Internazionale di Barcellona espone ottiene il primo premio con Pelarine e Punto?

1885
Con Mosè Bianchi e Luigi Nono espone ad Anversa. A Vienna tiene una personale. La regina Margherita gli commissiona due quadri, Ritorno dai campi e Vendemmia.

1886
E' nominato membro dell'Accademia di Belle Arti Cignaroli e della Società di Belle Arti di Verona.
In autunno partecipa all'Esposizione di Brera a Milano ottenendo il premio Principe Umberto per il quadro Ave Maria gratia plena, che resta nella Galleria d'Arte Moderna della città.

1887
Partecipa all'Esposizione Nazionale di Venezia.

1888
Partecipa ad altre esposizioni a Monaco, a Barcellona, a Vienna, a Bologna, a Torino, a Milano.

1891
Sul finire dell'anno presenta due opere all'Esposizione Nazionale di Belle Arti di Palermo; con lui ci sono anche Avanzi, Nani e Calvi. A Monaco di Baviera espone invece - alla Mostra Internazionale - accanto a Vincenzo De Stefani e Francesco Danieli. Il De Stefani vince la Medaglia d'oro con il dipinto A lavoro finito. La cosa suscita scalpore sui giornali di Verona e si accendono le polemiche: il Dall'Oca è "battuto a Monaco da un suo compaesano"; ma l'artista rettifica "no non è vero che sia stato battuto, io concorrevo nelle scene di figura mentre il De Stefani è stato premiato per il paesaggio". Partecipa inoltre alla Triennale di Brera, a Milano.

1892
E' tra i soci fondatori del Circolo Artistico che, travolto in breve tempo "dallo spirito di fazione e dalle beghe", finirà con il dissolversi. Alla mostra inaugurata il 2 maggio il pittore non prende parte giustificandosi con i troppi impegni fuori Verona. A partire da quest'anno diserterà tutte le esposizioni della sua città. Partecipa invece all'Esposizione Nazionale di Belle Arti di Palermo e di Genova.

1893
A Chicago si tiene l'Esposizione mondiale. Il Veneto è rappresentato da Nani, Dall'Oca, Ciardi, Fragiacomo, Nono, Milesi, Da Molin, Gasperini, Lancerotto.

1894
Partecipa in maggio all'Esposizione internazionale di Berlino con La Prima Messa, acquistato dalla Società Artistica per il Museo Civico di Berlino.

1895
In aprile presenta due quadri all'Esposizione di Berlino e, altri due, a quella di Praga. Nel mese di settembre attacca, con lo pseudonimo B. Gugole, il maestro-direttore Napoleone Nani, dell'Accademia di Pittura e Scultura Cignaroli.

1896
Continua a battersi, contro Napoleone Nani, per il rinnovamento dell'insegnamento all'Accademia Cignaroli e ad esporre con assiduità all'estero.

1898
Lavora al dipinto Gli amori delle anime, esposto a Torino e giudicato la più forte opera del pittore.
Il dipinto, premiato nel 1900 a Parigi, successivamente a Saint Louis e nel 1908 a Verona, costituisce una svolta importante nella attività pittorica dell'artista che vi affronta temi d'ispirazione foscoliana, ripresi fino agli inizi del Novecento, e si accosta alle tecniche divisioniste.

1899
Appoggia, nelle polemiche nate all'interno dell'Accademia Cignaroli, Mosè Bianchi che giudica il Nani conservatore.
Su "L'Arena" sono pubblicati due articoli, firmati G. N., con i quali il pittore è accusato di "truffare il pubblico avvalendosi dell'uso di fotografie" e di agire con "talentone da industriale".
Espone per la prima volta a Venezia alla III Esposizione Internazionale.

1900
Partecipa all'Esposizione Universale di Parigi ottenendo la Medaglia d'oro per l'opera Gli amori delle le anime del 1898; è all'Esposizione Triennale di Milano e infine all'Esposizione Internazionale di Berlino con Anime assolte.

1901
A Budapest espone 56 opere.

1903
Riceve l'invito all'Esposizione di St. Louis. Prima dell'apertura della V Esposizione Internazionale d'arte della città di Venezia, nascono polemiche: Dall'Oca ha presentato alla giuria otto opere ed ha espresso il desiderio di essere "in tutto accettato o in tutto rifiutato", per poter mostrare "ognuna delle forme in cui si cimenta l'arte moderna". La giuria ritiene degne solo tre di esse e il pittore, deciso a ritirarle, riesce ad esporle tutte solo per l'intervento in extremis del presidente.

1905
Partecipa alla VI Esposizione Internazionale di Belle Arti della città di Venezia.

1907
Presenta due quadri alla VII Esposizione Internazionale di Belle Arti della città di Venezia e due a Barcellona.

1908
Torna ad esporre nella propria città dopo diciotto anni d'assenza in occasione del cinquantenario della fondazione della Società di Belle Arti di Verona con l'opera Gli Amori delle anime e Testa di donna.
Per tutto l'anno le cronache riportano il caso de Gli Amori delle anime (1898): la Giunta Comunale di Verona interessata all'acquisto ritiene il prezzo (25.000 lire) eccessivo per il proprio bilancio; il quadro viene, infine, acquistato da Rodolfo Angheben, assessore comunale, e da lui donato al Comune di Verona.

1910
Partecipa alla IX Esposizione Internazionale di Belle Arti della città di Venezia.

1912
A tre anni dalla pubblicazione del manifesto del Futurismo l'artista difende, nel catalogo della X Biennale, la propria pittura, da molti considerata invecchiata e sorpassata.
È presente alla X Esposizione Internazionale di Belle Arti della città di Venezia con una Mostra individuale di 81 opere. L'esito della mostra è contestato dagli stessi veronesi. Il pittore risulta estraneo alla cultura di questi anni - segnata da pittori come Casorati, Trentini, Nardi - in quanto insiste su tecniche e temi ormai desueti.

1915
Riceve l'invito a partecipare alla Biennale del 1916. Malgrado risponda positivamente all'invito, non vi partecipa: il suo nome, infatti, non risulta nel catalogo della successiva Biennale, tenutasi nel 1920, dopo la fine della guerra.
Da questo momento, pur continuando a lavorare fino agli ultimi anni, rifiuta di partecipare ad altre esposizioni e diventa il difensore, della "Vecchia Verona minacciata dal progresso civile". Diversi sono i suoi scritti e articoli contro le istituzioni moderniste.

1921
Al Teatro Filarmonico, il 18 dicembre, Renato Simoni tiene un discorso in onore degli amici Dall'Oca e Berto Barbarani. In aprile il Comune di Verona organizza, nella sede museale del Teatro Romano una mostra di disegni del pittore. Intorno a questi anni frequenti sono i soggiorni sul Lago, a Garda e a Torri del Benaco dove l'11 ottobre del 1925 pronuncia un discorso di ringraziamento per aver ricevuto la cittadinanza onoraria del paese.

1931
Giovani allievi di Guido Trentini, all'Accademia Cignaroli, distruggono in 52 pezzi un nudo giovanile del 1875, per protestare contro chi considerano un "ingombrante relitto del passato". Il disegno ritrovato in un pozzetto stradale è ricostruito da un restauratore, ed è oggi conservato alla Galleria d'Arte Moderna di Verona.

1932
Reclama, indignato, la restituzione del quadro Piazza Erbe, esposto alla Biennale di Venezia del 1903, rimasto per anni nella Galleria d'Arte Moderna della città lagunare, rimosso dalle sale aperte al pubblico e confinato nei magazzini delle "croste". Il dipinto entra a far parte, in deposito permanente, della Collezione Civica della Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea di Verona.

1937
Dona il ricavato della vendita del dipinto Ave Maria (un primo bozzetto del quadro Ave Maria gratia plena) a favore delle povere famiglie delle Casematte.

1939
Il 24 dicembre è inaugurato il Villaggio Dall'Oca, costruito grazie ad una donazione del pittore e in seguito ampliato con il suo lascito testamentario. Nell'estate sono inaugurate quattro sale "dallochiane" nella Galleria d'Arte Moderna di Verona e il Comune pubblica un fascicolo Opere di A. D. B. alla Galleria d'arte Moderna, con prefazione di M. Biancale. È pubblicata, a cura di Carlo Manzini, dall'editore Mondadori, la monografia Angelo Dall'Oca Bianca nell'arte e nella vita, con saggi di R. Simoni e G. Marangoni, corredata da novantuno tavole in bianco e nero e in tricromia, riproducenti le opere più significative dell'artista.

1941
Il 26 maggio dispone, per iscritto, del proprio patrimonio e nomina erede universale il Comune di Verona al quale lascia le opere, lo stabile di via Santa Maria Rocca Maggiore 13, titoli e denaro. Chiede al Comune di raccogliere le sue più importanti opere in una Galleria, disposta in modo "che la luce dall'alto le illumini tutte", e di costituire, con queste e quelle donate due anni prima, "in perpetuo un complesso, una galleria, a carico dell'Erede Universale".
Autorizza la vendita delle altre opere e dispone che, con i redditi del patrimonio, sia garantito un assegno annuo (50.000 lire) alla nipote Teresa, che riceverà anche l'usufrutto della casa in via Santa Maria Rocca Maggiore; dispone che siano istituite tre borse di studio annue (2.500 lire) per gli allievi dell'Accademia Cignaroli e sia dato un sussidio a favore delle vecchie povere di San Tommaso, ai bambini abbandonati dell'Istituto E. Caldara, e del Villaggio.

1942
Il 18 maggio muore a 84 anni, in via Santa Maria Rocca Maggiore 13.
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