Antonio Da Legnago - Verona

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Antonio Da Legnago

Pochi ma sufficienti sono i documenti che mettono in risalto la figura di Antonio Gaio da Legnago, l'amico e Consigliere di Mastino II e soprattutto di Cansignorio.

Nato a Legnago da certo Gaio d’umile origine (villicus lo chiama il Marzagaia) un po' prima della metà del 1300, si distinse subito fra i coetanei per la vivacità dell'ingegno. Iniziati gli studi in patria, forse sotto la guida di Zucchetto, pure da Legnago, ambasciatore di Mastino della Scala presso il Patriarca d’Aquileia, si addottorò all'Università di Padova dove, forse, anche insegnò. Nel Testamento di Cansignorio egli, infatti, è chiamato: Grammaticae in Padua (altri leggono in Patria) doctor.

Studiosissimo degli antichi scrittori n’assimilò il pensiero umanistico ed ammiratore, come molti del suo tempo, degli antichi monumenti, soprattutto di Roma, ne rimpianse l'abbandono e la rovina.

Da Dante, di cui fu devoto studioso, ereditò il pensiero politico. Anch'egli, come il grande Poeta, riteneva necessarie all'umanità due Monarchie universali: quella dell'Imperatore la cui autorità viene direttamente da Dio per la felicità temporale degli uomini e quella del Papa la cui autorità viene pure da Dio per la felicità eterna.

Col Petrarca, che egli certo conobbe a Verona, parteggiò per il papa Urbano VI ritenendolo legittimo. Come tanti altri del suo tempo, egli era persuaso che solo quando il Papa si fosse fissato definitivamente a Roma, abbandonando Avignone, il mondo e soprattutto l'Italia e Roma avrebbero ritrovato la loro antica grandezza. Per questo scrisse due Epistole all'Imperatore Venceslao di Lussemburgo perché la sua autorità mettesse fine allo Scisma d'Occidente.

Mastino della Scala conobbe Antonio in casa di Zucchetto in Legnago dove il Principe risiedeva durante i convegni che egli aveva con i suoi confederati. Condotto a Verona, divenne precettore del figlio Cansignorio al quale fu sempre carissimo e fedele. Cansignorio nel suo Testamento lo dice qui semper fuit fidelis et legalis in omnibus suis factis et consiliis. Così Antonio fu l'ispiratore e, per le meno, il consigliere delle molte opere di quel fastoso Principe giustamente chiamato: il mecenate e costruttore di Verona.

Alla sua morte (17 ottobre 1375) Cansignorio affidò ad Antonio, con Guglielmo Bevilacqua, Giacomo di San Sebastiano e Avogario degli Ormaneti, la reggenza del Principato durante la minorilità dei figli Bartolomeo e Antonio, che, quando assunsero il governo, chiamarono Antonio a far parte del Consiglio Supremo dello stato scaligero. Il Nostro avendo in seguito rimproverato al principe scaligero l'uccisione del fratello Bartolomeo (12 luglio 1381), anche per invidia dei cortigiani, dovette lasciare la carica e, dimenticato, morì poveramente «per aulicos stimulos compunctus inediae, ultima vitae, die caluxit infelix».

Fu sepolto nella chiesa di Sant'Eufemia con un’epigrafe dettata dall'amico suo Rinaldo da Villafranca. L'epigrafe riportata dal Maffei dice: Hic situs officiis celebrem se grandibus egit - Fasque piumque sequens, Antonius usque peregit - Scaligeris consultor heris, virtute subegit Fortunam, viresque enim ratione coegit - Grammata dilexit veterumque volumine legit - Heu! Leniaci tibi quod mors caput impia fugit.

Il Maffei aggiunge che Antonio scrisse alcune Epistole conservate nel cod. n. 454, senza però riportarne alcuna. Tempo fa l'avv. Gianni Prosperini poté avere copia delle due epistole tratte da codici conservati nelle biblioteche tedesche di Dresda e Wittingen. La prima (la più importante) è indirizzata all'Imperatore Venceslao di Lussemburgo, successo al padre Carlo IV nel 1378, pronipote di quell'Arrigo VII, cui si era rivolto Dante invitandolo a discendere in Italia e mettere finalmente pace ed ordine. L'Epistola, che fa seguito ad un'altra scritta allo stesso imperatore ma lasciata senza risposta, è importante per conoscere il pensiero politico di Antonio, la sua cultura umanistica e l'amore grande per la sua patrIa.

Venceslao incominciò a regnare all’età di ventiquattro anni ma, dimentico dei suoi doveri di difensore della cristianità, consumava i suoi giorni nelle cacce, nei piaceri e nelle dissolutezze, mentre l'Italia e Roma erano preda delle fazioni.

Anche Venceslao parteggiava per Urbano VI il quale, vincendo numerosi ostacoli, era riuscito a riportare la sede papale a Roma dove però non si sentiva sicuro. All'Imperatore, Antonio si rivolge e con forte parola gli ricorda l'obbligo della difesa della Chiesa, d'Italia e di Roma incitandolo a non dimenticare le imprese dei suoi avi e a non permettere che Roma avesse più oltre a subire devastazioni ed oltraggi.

La seconda Epistola è indirizzata all'amico suo Pietro da Ravenna (non altrimenti identificato) che come lui però doveva essere uno studioso umanista e come lui geloso delle glorie antiche di Roma e d'Italia. Descrive un suo viaggio fatto a Ravenna alla tomba di Dante e a Roma dove rimase dolorosamente colpito dall’aspetto squallido dell'Urbe, ritornando però con in cuore la speranza anzi la certezza che Urbano VI l'avrebbe riportata al suo antico splendore.

Fonte: Vita Veronese – 6/1956
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