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Arche Scaligere

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"I Scaligeri non hanno lasciato (in Verona) altra memoria che i loro superbi sepolcri, parte dei quali sono anco stati distrutti; e gli altri per la loro antichità sono male in assetto". Così, commemorando quelli che due o tre secoli prima erano stati i Signori di Verona, scriveva, il primo giorno di marzo dell'anno 1600, indirizzando ad Andrea Bragadino già capitano di Verona, l'anonimo autore di una nota "Informazione delle cose di Verona e del veronese", come a dire che le glorie di questo mondo passano e che spesso, anche di coloro che furono grandi, non restano che verminosi sepolcri o aride ossa in attesa degli squilli delle trombe del finale giudizio.

Poco più di cento anni prima, in altro clima politico, religioso e culturale, su altro tono, e quindi ben diversamente dall'anonimo "informatore", Francesco Corna da Soncino aveva ricordato queste arche sepolcrali del cimitero di Santa Maria Antica, erette accanto alle dimore in cui gli Scaligeri avevano abitato da vivi.

Lì sono gran signori relevati
sopra de le lor magne sepolture,
e con sopra cavali smesurati,
con I'arme indosso, posti in grand'altura.


E ancora

Non si potrebe dire a compimento
de quelle sepolture le belleze:
tra quelle gli è colone più de cento,
chi per sostegno e chi per adorneze;
e più d'un giorno voria, ch'io non mento,
a disponer le forme e le fateze.


Il primo signore scaligero ad essere sepolto alle "Arche" pare sia stato Mastino I, nel 1277, in un semplice avello di marmo rosso, posto a terra, nel sagrato che sarà poi protetto da una cancellata, raro e pregevole lavoro in ferro battuto, con intrecciata la scala, simbolo appunto della Signoria. Le tre arche oggi ancora emergenti sono invece rispettivamente di Mastino Il, di Cangrande I e di Cansignorio e costituiscono esse ancor oggi la singolarità di questo cimitero posto quasi come in appendice a piazza dei Signori, fra la chiesa di Santa Maria Antica e la facciata del palazzo di Cangrande. Un complesso classicamente composto con le arche svettanti contro il cielo e contro il rosso dei palazzi e che rappresenta - come già aveva colto con sagacia il nostro informatore seicentesco - l'unica testimonianza ancora intatta della civiltà scaligera.

Tra i più insigni monumenti dell'arte gotica, di esse ha così recentemente scritto il grande storico francese Georges Duby (L'Europa del medioevo): "Innalzate in pieno centro, a Verona, le tombe dei tiranni della città, gli Scaligeri, somigliano a delle cappelle; le forme ridotte di una cattedrale circondano il letto di parata sopraelevato e il giacente; costui tuttavia ricompare al culmine dell'edificio, niente affatto inginocchiato, in preghiera, devoto, ma con l’elmo, ritto in sella e sulle staffe, incoronato dalle aquile imperiali, a proclamare ai quattro venti la propria vittoria sull'oblio. Lo stato, lo stato laico afferma la propria perennità mostrando ai sudditi il loro padrone in veste di vincitore: un prode che non supplica misericordia, ma la sua gioia di dominare ancora, dal Pantheon dove è andato a raggiungere Ettore, Alessandro, Giulio Cesare, Orlando, Carlomagno: il cavaliere proclamato eroe".

Tutto il cimitero - ma a loro volta anche i due monumenti di Mastino Il e di Cansignorio - è racchiuso - come si diceva - da cancellate in ferro battuto, ammirate fra gli altri da Heinrich Taine che così di esse ha lasciato scritto: "Ogni tomba presa a parte e tutta la cinta sono racchiuse in una di quelle griglie così originali e così scavate di cui si compiaceva l'arte del medioevo: sorte di filetto d’arabeschi ricamato di quadrifogli, impennacchiato di ferri d’alabarde, coronato di fogliami di spine a triplo dardo. È da questa parte, per la prodigalità e l'intrecciarsi delle forme capricciose e scelte, che tutta l'immaginazione era rimasta sconvolta".

Tra gli elementi singoli di queste cancellate, lungo tutto il recinto, era una serie di statue, le superstiti delle quali furono ricoverate qualche anno fa al Museo di Castelvecchio dove si sono potute ammirare, opportunamente restaurate, alla mostra degli Scaligeri. Due di esse - se è esatta un’intuizione di Gian Maria Varanini - dovrebbero rappresentare rispettivamente la città di Verona e quella di Vicenza; altre due Giuditta come Giustizia e dama coronata con vaso (la Temperanza?) .

Il Moscardo, nel 1668, deplorava pure lui il cattivo stato di conservazione di questi quattro cimeli già allora ridotti a rudere e alcuni dei quali mancanti persino della testa: "In oltre si vedono sopra il friso del serraglio del Cimitero quattro figure di donne, che guardano verso la strada; ma perché a chi manca la testa, ad altra le braccia, certamente non può asserirne il suo significato, ma per quello che ne può congetturare da pochi segni, che vi sono dall'ingiuria del tempo rimasi, le intesero per la Prudenza, Temperanza, Fortezza e Giustizia". Sempre il Moscardo si appoggia, a tal proposito, al Corna che aveva lasciato scritto:

Et evvi ancora in forma di persone
di donne la Fortezza, e Temperanza,
e la Giustizia, che tien la bilanza.


Secondo Donata Samadelli - l'ultima studiosa che in ordine di tempo si sia occupata di queste quattro sculture, e ciò proprio in occasione della mostra degli Scaligeri, in queste figure dal "dinamismo ancheggiante" (l'espressione è di Magagnato) si avvertirebbe un linguaggio vicino a quello dei rilievi dell'arca di Mastino II o del capitello di San Pietro Incarnario o del dossale di Santa Maria in Organo.

"Comune è il riferirsi a moduli, anche iconografici, della tradizione toscana. Tramite sembra, anche per queste statue, come per molte contemporanee sculture veronesi, l'opera di Giovanni di Balduccio ed in particolare le Virtù cariatidi dell'arca di San Pietro Martire in Sant'Eustorgio in Milano (1335-1339)", anche se "tuttavia le quattro sculture veronesi si distinguono per la corporatura meno snella, per una plasticità meno risentita, per un realismo più pacato, temperato da una misura classica dei gesti e delle pose".

Si è già detto come alla fine del Cinquecento le arche presentassero già seri problemi per la loro conservazione. Un tema, questo, che verrà (ed è tuttora) periodicamente riproposto alla attenzione dei responsabili della cosa pubblica. Sappiamo ad esempio, da una delibera del Consiglio Comunale di Verona del 19 agosto 1705, di una "ruina, che vien minacciata da alcune lastre del Cimitero di Santa Maria Antica, che sono per cadere sopra la pubblica strada a pregiudizio della medesima e con pericolo di grave danno a passeggeri, che frequentano detta strada", "però a divertimento di qualunque dannoso accidente fu proposto - continua il testo della delibera - che restino incaricati li fabriceri pubblici a far riparar in forma consistente la ruina predetta".

Mentre un completo restauro dell’arca di mastino fu realizzato nel 1786, è da ricordare un progetto di restauro generale del 1839. Si tratta di un progetto di spesa per i lavori della arche, inviato dal podestà Gian Girolamo Orti Manara alle superiori autorità di governo, che veniva approvato dall’ingegnere della Provincia (appartenente all’Amministrazione del Regno Lombardo Veneto) in data 9 giugno 1838, anche in considerazione che sarebbe parsa "dolorosa cosa che all’epoca del fausto arrivo di S.M.I.R.A., il monumento non si trovasse in compatibile stato di conservazione".

S.M.I.R.A., ossia Ferdinando I, arrivò festeggiatissimo a Verona il 26 settembre 1838, mentre la pratica del restauro seguiva lentamente il suo corso. Solo il 31 maggio 1839 il podestà Orti, cui in occasione della visita l’imperatore aveva conferito la dignità di Ciambellano, riuscì a far approvare la spesa, non senza richiamare "gli impulsi dati ad ogni opportunità dallo stesso I.R. governo".

Questi i lavori allora previsti: "Vuolsi rimettere in pietra il basamento del recinto tutto roso dal tempo, e il lastricato tutto spezzato della piazza che mette al cancello; bisogna selciare con pietre di stillare doppio lo spazio interno acciottolato; sostituire alcuni pezzi mancanti ai finimenti delle tombe e delle gelosie di ferro che le custodiscono, e ristorare le ingiurie del tempo e rendere a questo monumento prezioso che le arti onora del 300 e ricorda la Potenza Scaligera, il prisco esser suo".

Nell’operazione si cercò di coinvolgere anche la Fabbriceria di Santa Maria Antica, invitata a levare "nella casa respiciente sulla Piazzetta" "lo sporgente verrone che toglie in parte la vista del sepolcrale monumento di Can Grande I, e di ridurre a miglior forma la grondaia e la porta della casa medesima, la quale venne manomessa all'atto della ricostruzione della Piazzetta suddetta", ciò che si evince dalla lettera della Fabbriceria al Municipio del 29 maggio 1842.

A non apprezzare probabilmente questi restauri sarebbe giunto di lì a pochi anni, e ripetutamente, a Verona, un ammiratore delle arche, il più ii grande forse d'ogni tempo: quell’interprete della civiltà scaligera che fu John Ruskin, il quale ha lasciato scritto come la grazia dell'attività edificatrice, quella grazia che prima era riservata alle chiese, fosse stata dagli Scaligeri impiegata nei sepolcri, non semplicemente come tombe di santi, bensì come dimore di coloro che si sono addormentati. Sicché a buon titolo, e con questi sentimenti, secondo Ruskin, le arche sepolcrali di Verona erano state giustamente ammesse - uscendo dal chiuso delle cripte medioevali - fra i palazzi dei principi, a gloria e ad onore di un casato, a testimoniare allora e pur adesso, la grandezza di una Signoria già intrisa, in un secolo ancora gotico, di sentimenti umanistici.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1988

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