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Arco dei Gavi

Verona / Italia
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Verona pare sia stata la città d'origine della famiglia Gavia, nota anche in numerose altre città d'Italia. Si tratta di una famiglia che costituisce il casato romano veronese forse più famoso fra quelli che conosciamo. L'Arco dei Gavi, ricostruito accanto a Castelvecchio come monumento funebre, fu eretto da membri del casato. Nomi dei Gavi sono incisi anche in elementi di loggia del Teatro Romano e un’iscrizione di Via Rosa ricorda le benemerenze di una Gavia che per testamento provvide alla costruzione dell'acquedotto.

Nella piazzetta di fianco a Castelvecchio, in faccia all’Adige, donde si gode la vista della vicina Campagnola e, più lontano, della catena del Baldo, sorge dunque il maestoso cenotafio cosiddetto dei Gavi qui ricostruito, ma con pezzi autentici, di recente, nel 1932. La sua prima collocazione, infatti, era poco discosta dall'attuale Torre dell'Orologio di Castelvecchio sul corso. Il punto preciso dove esso sorgeva è qui contraddistinto da un rettangolo in marmo grigio ben visibile sul piano stradale.

L'Arco dei Gavi ha un'altezza di m. 12,69; la lunghezza dei lati maggiori è di circa 11 m. e quella dei minori poco più di 6 m. La costruzione è tutta in pietra bianca veronese ed i blocchi sovrapposti sono quattro per il piedestallo, undici per le colonne, tre per la trabeazione e tre per l'attico. Numerose e parecchio variate sono le decorazioni, con motivi vegetali, che adornano anche i capitelli ed il soffitto interno. Nelle nicchie dovevano un tempo trovarsi le statue raffiguranti i personaggi della famiglia.

L'Arco sorse per onorare alcuni membri della Gens Gavia, intorno alla metà del I secolo d.C. Il luogo fu scelto con particolare cura, su una strada di gran transito, la Postumia, ai margini della platea su cui poteva svilupparsi la città. Numerosi disegni attestano l'interesse che il monumento suscitò sin dall'età rinascimentale, anche per la doppia firma dell'architetto L. Vitruvius L. L. Cerdo / architectus, secondo il Mommsen, liberto e discepolo di Vitruvio Pollione. Ma già nel Medioevo l’Arco era comunque scarsamente apprezzabile, perché divenuto porta urbica e compreso tra la cinta scaligera e la Torre dell'Orologio di Castelvecchio. Tutto il basamento si trovava sotto il livello stradale, tranne uno spigolo visibile nella fossa del castello. Nel '500 anzi vi si erano insediate due botteghe con soppalco all'interno e al suo esterno vi erano addossate alcune casette.

L'Arco, come si è già detto, fu ricostruito, in maniera alquanto pesante, nel 1932, a centoventisette anni dalla demolizione di quanto di esso restava sul corso di Castelvecchio. Fu il Genio Militare francese a decretarne nell'agosto 1805 la demolizione, e ciò per migliorare la transitabilità sul corso delle salmerie militari. Le pietre dell’Arco giacquero per lunghi decenni accatastate dapprima in Piazza Cittadella e quindi negli arcovoli dell’Arena, in attesa che qualcuno pensasse ad una sua ricostruzione. La demolizione avvenne con la connivenza di una parte della Municipalità veronese e si lasciò allora in loco la parte rimasta interrata nel corso dei secoli, della quale nel 1814 furono abbattuti basi e imoscapi; quindi, per la nuova selciatura della strada, nel 1829 fu distrutta quasi tutta la parte superiore del piedestallo.

Nel secolo scorso alla sua ricostruzione - rimasta però soltanto allo stadio dei progetti - lavorarono tra gli altri Luigi Trezza, Ferdinando Albertolli, Giuseppe Barbieri, Gaetano Pinali, Bartolomeo Giuliari e anche quel Luigi Negrelli che è ingegnere ben noto per aver pro- gettato l'apertura del Canale di Suez e che risiedeva allora a Verona come capo della Direzione Superiore delle Pubbliche Costruzioni Strade Ferrate e Telegrafi.

L'opera di recupero del monumento fu poi contrassegnata dalle ricognizioni della parte in situ nel 1809, 1892 e 1913 - che seguirono ai rilievi del Barbieri e del Giusti, oltre che al modellino ligneo eseguito dal Sughi sui disegni del Barbieri - e via via anche dal recupero di molti elementi dispersi che andarono ad aggiungersi a quelli custoditi dopo il 1805 negli arcovoli dell'anfiteatro, finché la ricostruzione, avvenuta nel 1932, non suggellò definitivamente le vicende del monumento.

Passarono dunque lunghi anni prima che l'Amministrazione Comunale di Verona, nel 1920, decretasse definitivamente la riedificazione dell'Arco, non sul posto originario, ma nella piazzetta attigua al lato orientale di Castelvecchio. Da qui altri anni ci vollero perché l'Arco fosse rimesso in piedi a cura dell'ufficio Tecnico Municipale, per la parte tecnica, e di Antonio Avena, direttore dei Musei Civici, per la parte artistica, d'intesa naturalmente con le Soprintendenze alle Antichità e all’Arte Medioevale e Moderna. In quella stessa occasione si pensò che era bene lasciare attorno all'Arco un'area tenuta a verde mentre al di sotto di esso furono collocati alcuni basoli di strada romana.

Il monumento, largamente lacunoso, fu ricomposto in parte per anastilosi in parte per integrazione, basandosi sui disegni del Palladio, i cui limiti, per le sopraccennate difficoltà di rilievo del monumento, sono evidenti. Nel 1961 un elemento angolare di cornice, scoperto in uno scavo entro il cortile di Castelvecchio, ha mostrato inesatta la ricostruzione dell'attico. Altresì errate sono le quote di base. Secondo il rilievo del Barbieri è, infatti, evidente che non solo l'euthynteria era completamente interrata ma anche lo zoccolo per circa venti centimetri. Comunque, nonostante tutte le traversie attraverso le quali è passato, l’Arco veronese è uno dei rari esemplari superstiti, nel nostro territorio, di una tipologia particolarmente significativa nella storia dell'architettura romana; e benché fosse frequentemente citato nella letteratura archeologica e fosse stato oggetto di studi specifici - da quello pregevole di Carlo Anti, ai contributi puntuali di Antonio Avena e Pirro Marconi, alla penetrante analisi di Luigi Beschi e al recente volume di Giovanna Tosi - la sua forma architettonica e la datazione hanno continuato fino a pochi anni fa ad essere interpretate e definite in modo diverso dai singoli autori.

«D'altra parte - ha asserito la Tosi in questa sua monografia - per le note vicende del monumento, demolito agli inizi dell'800 e ricostruito a oltre un secolo di distanza, erano stati acquisiti dati raramente verificabili altrimenti, in particolare sulla struttura e sul sistema di siglatura. A questa documentazione si affiancavano quella grafica e letteraria, che si erano formate, a partire dal Rinascimento, per il valore di modello architettonico attribuito all’Arco veronese da numerosi architetti ed eruditi, oltre che per la circostanza singolare della duplice firma dell'architetto romano, apposta sui piedritti del fornice, con la presenza di un gentilizio che richiamava quello del grande trattatista di età augustea».

Proprio attraverso tutto il materiale disponibile nei diversi settori, Giovanna Tosi, utilmente riesaminando il monumento, ne ha potuto illustrare l'importanza storica, definendone la posizione e il ruolo all'interno della classe architettonica e assumendolo come parametro nella problematica sull'attendibilità dei disegni rinascimentali di monumenti architettonici antichi.

Quanto alla datazione, la Tosi conferma che l'Arco può essere stato costruito nel tardo periodo augusteo o, al massimo, nella prima età i tiberiana: l'arco veronese segue comunque quelli di Aosta, Susa, Rimini, Pola e precede la Porta Aurea ravennate, gli archi di Tito a Roma, di Traiano ad Ancona e a Benevento. Pure sulla figura dell'architetto del monumento - tale Vitruvio Cerdone - si fanno interessanti annotazioni: di esso non è esclusa una relazione con il celebre trattatista Vitruvio che visse in età cesariana e nella prima età augustea: «anzi - afferma Giovanna Tosi - questo rapporto tra il dominum e lo schiavo liberato, che in questo caso si estenderebbe all'esercizio della medesima arte, diviene più plausibile con la datazione dell'arco veronese all'età augustea o tiberiana».

Ancora una pertinente osservazione della Tosi: la pietra bianca, completamente decolorata, del cosiddetto rosso ammonitico veronese, con la quale si è costruito l'Arco, potrebbe provenire dalla Valpantena ma più probabilmente dalla Valpolicella: «poiché molti blocchi, per esempio i lastroni monolitici del soffitto, avevano un notevole peso ed ingombro, la via di trasporto più idonea mi sembra quella fluviale, anche per la stretta vicinanza del monumento alla riva dell’Adige». E la Valpolicella in effetti - zona marmifera di Ponton e Sant'Ambrogio - è più prossima al fiume che non la Valpantena.

Si ricorderà ancora che l’Arco dei Gavi fu uno dei monumenti romani di Verona più studiati ed ammirati in età rinascimentale. Tanto per fare qualche esempio, nel 1535 Francesco lapicida lo riproduceva nell'altare Pindemonte in Sant'Anastasia. Nel 1547 anche la cappella Alighieri, in San Fermo, si richiama alla stessa fonte. Infine, nel 1556, a Padova, in occasione del passaggio di Bona Sforza, ex-regina di Polonia, si costruì in legno un grande arco onorario, che riproduceva quello veronese e del quale il disegno fu fornito da Michele Sanmicheli.
Fonte: Notiziario BPV numero 4 anno 1991

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