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Arco dei Gavi

Verona / Italia
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Nell’ambito dello sviluppo di Verona, il confine della zona di ampliamento fuori le mura era certamente l'arco eretto verso la metà del I secolo d.C. dalla gens Gavia, da quella famiglia patrizia il cui nome ricorre in numerose lapidi e particolarmente in due che attestano una generosa donazione per l'acquedotto.

Oggi l'Arco dei Gavi, per un seguito di avvenimenti che descriveremo, sorge nella piazzetta a fianco di Castelvecchio in riva all'Adige. Tale sistemazione è recente, risale al 1932 e si deve all'opera del professor Avena, allora direttore dei musei cittadini.

In origine, il monumento sorgeva, come scrive il Franzoni, "ai margini della platea su cui poteva trovare logico sviluppo la città, avendo davanti, verso l'agro, un limite naturalmente segnato da un vecchio alveo di rotta del fiume". Il punto esatto su cui posavano i quattro piloni di sostegno dell'arco sono segnati attualmente con pietre più chiare incastonate nella pavimentazione a cubetti di porfido che fronteggia la torre degli orologi del castello.

L'arco restaurato non reca più le iscrizioni che ne occupavano il fregio, indicando a chi era dedicato, e per iniziativa di chi era stato costruito. Si leggono invece le dediche a Caio Gavio Strabone e a Marco Gavio Macro scolpite sotto le due nicchie che si affacciano ora sul fiume e un tempo guardavano la campagna.

Nelle nicchie erano certamente collocate le statue dei due personaggi. Verso città soltanto una delle due nicchie conserva ancora un frammento di dedica a Gavia Massima, figlia di Marco.

L'arco era stato edificato a decoro della città e in onore della gens Gavia, forse in relazione con qualche importante avvenimento della vita del municipium, ma non era opera pubblica. Era infatti tradizione romana quella di opere fondate da privati non per proprio uso ma a beneficio di tutta la cittadinanza. E questo non soltanto in Roma ma anche in molte città italiche e provinciali. I motivi di tale generosità erano il patriottismo, la pietà religiosa, l'ambizione di apparire, lo stimolo della popolarità.

Questa tradizione di edificare opere pubbliche da parte di cittadini privati va sotto il nome di beneficentia o, alla greca, evergetismo. Teatri, anfiteatri, terme ecc. sono costruiti o restaurati in Italia, in Africa, in Acaia e nelle province asiatiche da privati cittadini, da ricchi beneficenti o evergeti.

Erode Attico rivaleggia in generosità con Adriano e finanzia un acquedotto del costo di quattro milioni di dracme, uno stadio in marmo pentelico ad Atene, uno a Delfi, oltre all'Odeon e mette addirittura in cantiere il progetto di tagliare l'istmo di Corinto. Perché? Forse perché considerava il denaro inutilizzato una ricchezza sterile. Oppure per desiderio di gloria e di emulazione. Certo non si deve pensare che la beneficentia corrispondesse alla cristiana cura pauperum, assistenza dei poveri, ma che fosse piuttosto in relazione al bene di tutti, benessere della collettività.

Il motivo più esplicito e manifesto di tale generosità, oltre al proposito di giovare alla collettività, è la ricerca della gloria. Le cariche pubbliche ed elettive si raggiungevano in Roma intervenendo direttamente nella realizzazione di opere pubbliche: Cesare rischiò di rovinarsi per debiti per fare fronte alla sua carica di edile. Il "ricco" romano è obbligato moralmente a spendere per la collettività che si attende da lui questo ruolo. È evidente quindi che i Gavi veronesi di cui troviamo il nome sull'Arco e sugli acquedotti sono da considerare nel novero dei beneficentes o evergeti locali.

L'Arco dei Gavi, all'inizio del XII secolo fu incorporato nelle nuove mura della città che furono edificate appunto a partire dall'altezza dell'Arco stesso e si prolungarono fin alle opposte rive dell’Adige, dove oggi si trova il ponte Aleardi. L' Arco divenne allora porta a un solo fornice della città con il nome di Porta San Zeno.

Fino dall'epoca rinascimentale il monumento godette di fama e rinomanza presso studiosi e pittori che Io riprodussero nelle loro opere. Rimangono disegni del Palladio e incisioni del Caroto oltre a immagini pittoriche di Bellini, di Mantegna, Falconetto. Il Sanmicheli ed altri architetti ne fecero modello per altari nelle chiese veronesi.

Scrive il Palladio su un suo disegno, quasi a motivare la propria ammirazione: "In Verona al castelo vegjo sta questa porta qui soto, et è di mano de Vitruvio chome si trova schrito". Motivi di attenta ammirazione erano dunque sì le eleganti proporzioni del manufatto ma anche la firma dell'architetto apposta in due parti dell' Arco, sul pilastro anteriore e su quello posteriore, "L. Vitruvius L.L. Cerdo/architectus". Nell'architetto Lucio Vitruvio Cerdone si volle riconoscere un liberto del grande Vitruvio Pollione, vissuto nel I secolo a.C. e autore dei dieci libri "De Architectura", unico studio organico dell'arte del costruire giunto fino a noi dall'antichità. Il Mommsen ritiene appunto il Vitruvio veronese liberto e discepolo del "grande" Vitruvio, un erede del nome e della fama del maestro. Questo il motivo della doppia firma che abitualmente non veniva apposta sulle costruzioni anche per la modesta considerazione in cui erano tenuti gli artisti nella Roma repubblicana e nei primi tempi dell'Impero.

Soltanto sotto Settimio Severo si istituirono per la prima volta speciali scuole di architettura civile che furono poi favorite per la loro intrinseca utilità. Diocleziano stabilì i prezzi delle opere dei maestri: per quelli di disegno non sono previsti compensi, per gli architetti si dice che devono essere pagati come un grammatico. Quello che oggi sarebbe un professore di lettere delle scuole medie.

L 'architettura civile è dunque l'unica delle arti di cui ci sia pervenuto un trattato teorico, il già citato "De Architectura" che sceglieva il meglio delle precedenti esperienze nell'arte del costruire. In questa opera l'architetto appare anche socialmente come persona di prim'ordine e va sottolineato il fatto che gran arte degli architetti erano ingenui, cioè liberi e nati da genitori ugualmente liberi.

Poiché le cariche pubbliche non erano retribuite, si ebbe in Roma un governo di ricchi i quali si compensavano ponendo il proprio nome sull'opera offerta alla collettività come voto o dono. Questo onore continuò anche quando si impose che soltanto l'imperatore dovesse apparire col suo nome sui pubblici edifici. Il fatto che sull'Arco dei Gavi sia scolpito anche quello dell'architetto conferma la riconosciuta autorevolezza di costui. Se l' Arco dei Gavi, sia pure manomesso, demolito per ragioni militari dai Francesi nel 1805, è giunto fino a noi, si deve in parte a quel Vitruvio Cerdone che l'ha creato con tali valori che sono poi stati assunti come simbolo di classicità. Nel 1812 Giuseppe Barbieri, ingegnere del Comune, fu incaricato di catalogare le pietre che dopo l'abbattimento erano state accumulate in Cittadella.
L 'anno dopo il Barbieri riparò le reliquie numerate e catalogate sotto gli arcovoli dell' Arena e incaricò l'intagliatore Luigi Sughi di eseguire un plastico in legno in scala 1:100 ora conservato al Museo archeologico.

In base a quest'opera di catalogazione, di reperimento di nuove parti del monumento rinvenute nel corso di scavi e di lavori stradali, di disegni di varie epoche e autori diversi, si poté affrontare nel 1932 una attendibile ricostruzione del monumento.

L'arco si eleva su quattro piloni che delimitano le quattro facce, due maggiori e due laterali minori, ognuna attraversata da un fornice proporzionato alle dimensioni della superficie.

Dai piedistalli si levano otto semicolonne corinzie scanalate che sorreggono la trabeazione. Il soffitto interno non è a botte come nella gran parte degli archi romani, ma a copertura orizzontale decorata a cassettoni ornati di rosoni e di una testa di Medusa al centro. All'atto della ricostruzione, le parti mancanti furono sostituite con inserimenti lavorati in maniera diversa dalle originali per non creare falsi o simulazioni, ottenendo così un risultato complessi- vamente positivo.

Nel 1961, nel corso di lavori di restauro di Castelvecchio, venne alla luce un elemento angolare che formava la cornice dell'attico dell' Arco dei Gavi che ci permette - come scrive Lanfranco Franzoni - di ricostruire l'esatto profilo della cornice stessa con notevole vantaggio per l'autenticità e bellezza del monumento nel suo complesso. I Iati corti, che anche nel disegno del Caroto appaiono diritti e "novecenteschi" rispetto a quelli frontali, acquistano con l'inserzione di queste cornici originali dalla linea spezzata anziché retta, una visione nuova determinata dallo sbalzo degli angoli, coerente con quella del lato maggiore e stilisticamente più fedele alla tradizione romana.
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