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Arena di Verona

Verona / Italia
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Indirizzo Orari Biglietti
Piazza Bra' Verona Orari: 8,30-19,30 - lunedì 13,45-19,30 - orario ridotto durante le giornate di spettacolo Ingresso a pagamento.
Nessun monumento, fra i molti che ingemmano la città di Verona, è forse altrettanto conosciuto come l'anfiteatro romano, più comunemente chiamato Arena di Verona, oggi incastonato nel centro storico a fare da quinta alla piazza detta della Bra’, ma un tempo, quando i Romani lo costruirono, collocato ai margini dell'urbe, fuori della cerchia delle mura, un po' come adesso i moderni stadi, il monumento, non solo riassume in sé quasi venti secoli di storia locale, ma è divenuto via via nel tempo anche il simbolo stesso della nobilitas civitatis, facilmente riconducibile a quel culto della romanità che è sempre stato, nella Verona medioevale e umanistica, sugli scudi.

«Ora, perciocché gli ornamenti delle città tra gli altri sono le origini di quelle, se illustri, e antiche sono, la grandezza, e la magnificenza de gli edifici, e finalmente i nomi de gli huomini famosi e chiari, non ha dubbio nessuno, che la nostra città è stata di cose tali, oltre tutte le altre città d'Italia, copiosa et abbondevole, come si può vedere parte per quelle cose, che ancora restano in piedi, parte per quelle, che essendo in se stesse distrutte, nelle storie però e nelle memorie de gli huomeni ancora rimangono vive». Così scriveva nei primi decenni del '500, Torello Saraina nel suo De origine et amplitudine civitatis Veronae, dialogo da lui immaginato, e forse anche realmente avvenuto, con altri personaggi dell'ambiente umanistico veronese, tra cui quel Giovanni Caroto che la romanità di Verona ebbe ad Illustrare, proprio per il Saraina, in un'opera destinata a rimanere il massimo documento grafico del culto per le antichità di Verona.

Ma, prima di procedere oltre, tentiamo, assai succintamente, di fornire una carta di identità dell'Arena. Il più solenne monumento di Verona romana, con vari ordini di gradinate e, al centro, un'area o arena per gli spettacoli di gladiatori, di combattimenti con belve od altre manifestazioni di carattere popolare, è stato costruito con blocchi di marmo ben squadrati, nel I secolo d.C., cioè tra la fine dell'impero di Augusto e quella dell'impero di Claudio. Dei monumenti di tal genere è tra i meglio conservati. Queste sono le misure che mostrano anzitutto la sua grandiosità: gli assi della platea misurano circa m. 73 quello maggiore e m. 43 quello minore; gli assi invece dell'intero edificio corrispondono rispettivamente a m. 138 e a m. 109 senza l'Ala e a m. 152 e m. 123 compresa la cinta dell'Ala. Il perimetro della platea attuale è di m. 391 ed includendovi l’Ala è di m. 435.

L'anfiteatro è costituito da tre cinte concentriche: della prima esterna ci rimane solamente quella parte, che è comunemente chiamata "Ala". Questa cinta, collegata come le altre alla seconda mediante anelli di volte a botte, ha la base di circa m. 2,50, che al primo piano si restringe a m. 1,80 ed al secondo a m. 1,10. L'altezza è di circa m. 30 ed in ogni piano vi sono 72 arcate. Nell'Ala ve ne sono rimaste solo quattro per piano, alte rispettivamente m. 7, m. 6,36 e m. 4,50. I gradini dell'anfiteatro sono tutti in marmo veronese ed in media sono alti cm. 41 e larghi tra i cm. 63 e 71. Le gradinate sono 45 e i vomitori (cioè le aperture per l'entrata e l'uscita degli spettatori) sono 64. Da una gradinata all'altra il passaggio è facilitato da scalette intervallate. Sotto il piano della platea si trovano (ma ora non si possono visitare) gallerie, anditi e passaggi che un tempo servivano, in parte servono ancora, per il complesso funzionamento dell'anfiteatro.

Un culto - quello dell’Arena - che ha radici remote in quell'umanesimo carolingio il quale ha lasciato - circa mille anni fa -due significativi documenti - l'uno grafico, l'altro letterario - della nobiltà di Verona: l’Iconografia Raterian a ed il Ritmo dell'anonimo Pipiniano o Versus de Verona.

Nobile, precipuo, memorabile, grande, è, infatti, definito l'anfiteatro dal vescovo Raterio, in margine all'iconografia che da lui prende il nome. Edificio ben noto, celebre, particolare, distinto da tutto il resto, superiore, famoso, glorioso, degno di essere raccontato, grande, alto, di grosse proporzioni: «nobile, precipuum, memorabile, grande theatrum»; e quindi costruito a decoro della città: «ad decus constructum sacra Verona tuum», e assurto già a quei tempi a simbolo della grandezza e della fama di una città degna di ogni lode e destinata, anche per emergenze urbanistiche di tale importanza, a sfidare i secoli: «Magna Verona vale, valeas per saecula semper et celebrent gentes nomen in orbe tuum».

Analoghi sentimenti aveva espresso anche l'autore del Ritmo Pipiniano, pur contrapponendo la nobiltà della Verona pagana, alla quale aveva reso tuttavia doveroso omaggio, alla nobiltà della Verona cristiana. Nel definire Verona magnifica ed illustre (Magna et preclara), la dice impaginata ordinatamente per quadrati (per quadrum […] compaginata), difesa da forti mura (murificata firmiter), nel cui circuito si elevano, meglio rifulgono, quarantotto torri, di cui otto sono eccelse, alte sopra le altre (quadraginta et octo turres fulget per circuitum ex quibus octo sunt excelse qui eminent omnibus). L'autore del Ritmo passa poi a descrivere le singole emergenze, fra cui anzitutto l'Anfiteatro (altum laberintum), e poi il foro, grande e pavimentato.

Pure negli statuti del 1450 - su probabile suggerimento di Silvestro Lando - l’Arena viene definita "edificium memoriale et honorificum civitati". E, molto opportunamente ha osservato a tal proposito il Franzoni, per la prima volta un documento ufficiale uscito dalla cancelleria cittadina riconosceva all'Arena questi attributi che ci richiamano le espressioni contenute nell’Iconografia Rateriana. E di lì a pochi anni un cancelliere del Comune, l’umanista Virgilio Zavarise, piangerà sull'anfiteatro corroso dal tempo, pensando come esso fosse ridotto a ricovero di donne di malaffare: "Ragazze che con la loro attività rendevano immondi quei luoghi destinati ad onorare coloro che sono amanti del valore". Le meretrici furono in seguito allontanate.

La fama goduta dall’Anfiteatro nella coscienza civica dei veronesi porta così via via il monumento ad assumere sempre più il carattere di simbolo stesso dell'antica nobiltà. Di qui le cure per la sua conservazione ed i suoi restauri, ancora celebrati anche, e sempre in età umanistica, dal Tinto: «Et percioché da alquanti anni in qua, per molto honorata cura de magnifici decurioni, et de Clarissimi Rettori della Città, si va rimettendo, e restaurando, potiamo sperare, che, seguendo que bei spiriti in questi signori et, con nobilissima emulatione, ne successori continuando, habbino i nostri nipoti a vedere questa chiarissima mole, per la maggior parte nei termini antichi, con evidente demostratione della magnanimità de cittadini, et augmento alla città di splendor megliore».

Alto labirinto, lo abbiamo visto definito, il monumento, dall'lconografia Rateriana: e alla leggenda del labirinto si rifà anche un racconto, riportato nelle cronache dello Zagata, che narra come tra coloro che con Enea scamparono all'eccidio di Troia e sbarcarono in Italia, «el venne una donna chiamata Madonna Verona, et ella vedendo al paese essar bello, et aconzo (= adatto) per ella si è edificato il Labirinto, che si chiama La Rena. Sì (= così) che per quello edificio andò poi crescendo la Città e per ella fu chiamata Verona».

Sempre relativa all'Arena c'è un'altra leggenda, riportata nella raccolta "Leggende medioevali", da Arturo Graf: narra di un veronese che, pur di sottrarsi alla pena di morte, per un delitto commesso, avrebbe dato qualsiasi compenso. Gli fu richiesto di costruire in una notte un edificio per spettacoli che potesse contenere tutti gli abitanti di Verona. Egli allora promise la propria anima al Maligno che eresse l'Arena, rimasta però incompiuta (l'Ala) per il sopravvenire dell'Ave Maria mattutina, allorché i diavoli furono costretti ad inabissarsi.

Altre leggende infine relative alla nascita dell'Arena vengono riportate - nel suo poema in ottave - da Francesco Corna da Soncino, allo spirare del '400: dopo aver accennato a una leggenda che ne faceva autori sette re, dei quali però non dà altre notizie, il Corna accenna ad una seconda leggenda, nella quale l’Arena appare edificata «da Diatrico», cioè da Teodorico, il re amalo degli Ostrogoti, che, per aver avuto fra le sue residenze italiane preferite proprio Verona, passò nella saga germanica con l'epiteto di "Dietrich von Bern". Ancora il Corna riferisce altra tradizione che attribuisce l'erezione dell’Arena a un console romano, il quale, bandito dalla patria, ossia da Roma, e rifugiatosi a Verona, dove si sarebbe arroccato tra monte e fiume, cioè tra il colle di San Pietro e l’Adige, riuscì alla fine vincitore in una guerra civile su un esercito venutogli contro da Roma; da lui le truppe vinte sarebbero state costrette ad erigere l’Arena, ancora una volta chiamata labirinto.

Un passo come questo - ricorda il Sartori - non poteva mancare di suggerire a qualche più attento studioso un rapporto, benché viziato da comprensibili travisamenti dovuti alla natura stessa di una trasmissione di notizie per il tramite di racconti popolari, con una vicenda storica di età romana, e più precisamente con quei drammatici eventi del 69 d.C., che videro Verona fra le città in maggior grado coinvolte nella tragica guerra civile in cui, nella pianura fra Verona e Cremona, si contrapposero prima i seguaci di Ottone e di Vitellio, poi quelli di Vitellio e di Vespasiano e donde scaturì il finale trionfo della dinastia flavia, anche per il valido apporto militare di Marco Antonio Primo e Arrio Varo.

In epoca scaligera, l'Anfiteatro era stato ammirato anche da Fazio degli Uberti, che - rifacendosi alla leggenda di Teodorico - nel suo Dittamondo così scriveva: "Vidi l'Arena ch'è in forma chome / a Roma el Colliseo benche chivi / Diatrico [Teodorico] ne porta fama e nome" e da Moggio de' Moggi, in un suo poemetto pervaso di retorica classicistica, mentre un secolo più tardi, poco più poco meno, Francesco Corna da Soncino, nel suo Fioretto, dedicherà ancora come si è veduto parecchie ottave al monumento, oltre ai numerosissimi versi intesi ad illustrare altre "vestigia" romane sparse per la città.

Fra i molti usi per cui fu da subito impiegata, l'Arena servì sempre e soprattutto per manifestazioni spettacolari. In epoca romana servì ad esempio per spettacoli di lotte fra gladiatori. Un reziario alessandrino, di nome Generoso, vi sostenne ventisette incontri. Ai lati della sua iscrizione funebre sono scolpiti un tridente ed un pugnale, le armi con cui combatteva. Meno fortunato di lui il secutore Edone sostenne soltanto otto incontri e morì a 26 anni. Il gladiatore modenese Gauco, morì invece a 23 anni nel suo ottavo incontro: la moglie ed i suoi tifosi lo seppellirono nella necropoli di San Zeno. Il gladiatore Pardon, proveniente da Dertona, sposatosi a 21 anni, morì a 27 nel suo undicesimo incontro.

Nel Medioevo e fino alla metà del Settecento erano d'uso in Arena anche giostre e tornei. La prima menzione di una giostra, avvenuta il 24 maggio 942 nell' Arena, la si avrebbe da un documento - peraltro di contenuto abbastanza fantasioso - compilato da certo Giacomo, medico. Esso narra che per onorare le nozze di Panfilia figlia di Galeotto de' Scacchi e sposa di Galeotto Nogarola, si tenne nell'anfiteatro una solenne giostra della quale furono giudici di campo i principi di Padova, di Ferrara, di Ravenna e di Mantova.

Carlo De Brosses, il primo Presidente del Parlamento di Digione, che fu in Arena nel luglio 1739, scriverà poi: «Non so abituarmi alla modicità dei prezzi degli spettacoli. I primi posti costano 10 soldi; ma l'Italia ha talmente il gusto degli spettacoli, che la quantità di persone che vi accorre compensa il basso prezzo. Grazie a Dio, non si pena a trovare dei posti alla Commedia di Verona; essa si rappresenta nel bel mezzo dell'Anfiteatro e gli spettatori non hanno che da sedersi tutti allo scoperto sui gradini dell'Anfiteatro, dove c'è posto per trentamila persone».

Ma sarà dal 1913 che l'Arena sarà finalmente scoperta per quello che adesso è conosciuto come il primo vero e più importante teatro lirico all'aperto del mondo. L'Arena lirica di Verona, iniziata con la memorabile "Aida" d'allora (un'idea nata dalle discussioni di Rovato, Zenatello, Cusinati e Fagiuoli) una lunga serie di stagioni musicali, ha allineato una collana di successi meritando il titolo di "Scala all'aperto" e laureando via via cantanti e musicisti, Maria Callas compresa. Da allora l’Arena si è fatta veicolo delle musiche più celebri, si è fatta eco degli acuti dei più grandi cantanti, luogo d'esecuzione dei più formidabili cori, soprattutto verdiani.

Era la sera - in quel lontano 1913 - del 10 agosto: sera magica anche per quel tanto di stelle che si apprestavano, in quella stessa notte, ad ardere e cadere. E magica era la rievocazione di un Egitto esotico ricostruito abilmente, anziché in riva al Nilo, in riva all'Adige, con templi e palmizi che erano nati d'incanto fra le pietre del bimillenario anfiteatro romano per mano di Ettore Fagiuoli, architetto di grido, attento anche al dato archeologico, ma non insensibile a quel clima romantico cui lo stesso Verdi ed i suoi librettisti si rifacevano. Sul podio l'indimenticabile Tullio Serafin, a dirigere un'orchestra messa insieme poche settimane prima eppure composta di validi "professionisti" e forse di ancor più validi "dilettanti": tutt'altro - stando almeno alle cronache - che un"'armata brancaleone". Esecutori principali: Ester Mazzoleni, Gaudio Mansueto, Carlo Mangini, Ugo Malfatti, Amerigo Passuelo, Maria Gai Zenatello e Giovanni Zenatello, quest'ultimo anche in veste di promotore dell'iniziativa, intesa come commemorazione verdiana, nel centenario della nascita del cigno di Busseto.

Possiamo ancor oggi immaginare quella prima recita, seguita di anno in anno da numerosissime altre. Passano davanti ai nostri occhi carrozze e diligenze, uniformi militari ed abiti di gala, artisti e personalità politiche, nobili e popolani, scrittori e critici; tutti a modo loro coinvolti nello spettacolo; tutti, essi stessi, parte di uno spettacolo che per la prima volta al mondo rappresentò all'aperto, ma col rigore del teatro chiuso, un'opera lirica; tutti protagonisti di un trionfo nel "trionfo" «consacrato - come scriveva in quella prima occasione il giornale cittadino L' Arena - dal delirante entusiasmo di una folla cosmopolita»; tutti celebratori de «la vittoria del tenore Zenatello» e de «la sua ardita iniziativa».

Una macchina - quella degli spettacoli lirici - consolidatasi in alcuni decenni, con il prezioso apporto di tutti coloro che nel settore hanno operato ed operano, per assicurare a questa quercia dapprima una crescita e quindi uno sviluppo, con estensione di relativi verdeggianti rami. Dal piccolo seme gettato in quei lontani giorni è nato l'attuale Ente Autonomo Spettacoli Lirici Arena di Verona, che con le sue rappresentazioni celebri in tutto il mondo, attira folle di appassionati italiani e stranieri.
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1992

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