Basilica di San Zeno - Verona

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Basilica di San Zeno

Verona / Italia
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Indirizzo Orari Biglietti
Piazza San Zeno - Verona Inverno (Novembre-Febbraio): Feriali 10.00 – 13.00/13.30 – 16.00 Festivi 13.00 – 17.00
Estate: (Marzo – Ottobre): Feriali 8.30 - 18.00 Festivi 13.00 – 18.00
Scrive monsignor Guglielmo Ederle, uno dei più recenti abati di San Zeno, che questa basilica "è il Palladio di Verona ed unisce religione e patria, storia ed arte in armonioso intreccio". Un tempo si guardava infatti alla basilica di San Zeno come al tempio della città-stato, il sacrario del Comune dove si conservava il Carroccio. Il suo interno, diviso in tre parti: quella plebana, il grande spazio riservato ai fedeli; la cripta, dove è custodito il corpo di Zeno e quella superiore su cui si celebrano i sacri riti, rappresenta l'espressione mistica di tre chiese simboliche, la Militante, la Purgante e la Trionfante.

Sono i momenti in cui la fede cristiana si manifesta al massimo dei suoi valori racchiusi negli ambienti modellati dallo stile romanico. Come Parma, Piacenza, Cremona, Modena, Ferrara, Milano e altre città della pianura padana anche Verona si copre dall'XI secolo del mistico manto di bianche basiliche. E quella di San Zeno è forse la più possente ed espressiva per linearità di forme e grandiosa semplicità strutturale. È l'unica inoltre a sorgere fuori dal tessuto urbano e a mantenere nel tempo il suo splendido isolamento non di cattedrale ma di chiesa dedicata, alla maniera dei Franchi, soltanto al santo patrono cittadino.

Non serrata fra edifici che sono mutati col trascorrere dei tempi e ne attenuano le dimensioni grandiose, è sempre fiancheggiata dalla torre della abazia benedettina, dal campanile altissimo e dalla ve- tusta chiesa di San Procolo. Ai Iati della piazza due schiere di case basse e celate dalla cortina degli .alberi esaltano la sovranità della basilica zenoniana. Quando Zeno, ottavo vescovo di Verona, mori, negli anni fra il 372 e il 380, il suo corpo fu sepolto, secondo la tradizione, in questi luoghi allora zona cimiteriale lungo la via Gallica. Sul suo sepolcro fu edificata una modesta chiesa, poi ingrandita al tempo di Teodorico, secondo quanto scrive il vescovo Petronio nel V secolo.

Sarebbe questa la chiesa che vide il prodigio delle acque dell'Adige in piena fermarsi sulle soglie senza danno per i fedeli rifugiati all'interno. Era l'anno 589 e il fatto è avvalorato per essere narrato in un libro donato alla regina longobarda Teodolinda, moglie di Autari, citato come testimonio oculare e ripreso da Paolo Diacono nella sua Historia. Distrutta ai primi del IX secolo, fu riedificata nell'806 da Pipino re dei Franchi e dal vescovo Rotaldo su progetto, si dice, dell'arcidiacono Pacifico. In un nuovo sepolcro fu tumulata la salma di Zeno, portata dai santi eremiti Benigno e Caro, convocati quali soli degni della traslazione avvenuta il 21 maggio dell'807. Accanto al re e al vescovo di Verona presenziavano anche quelli di Cremona e di Salisburgo.

Di tale chiesa, la terza, intitolata a San Zeno, rimangono soltanto esigui resti, forse la piccola abside in cotto, qualche capitello e pulvino, utilIzzati nel sacello di San Benedetto, che si affaccia sul chiostro attuale. L'invasione degli Ungari, avvenuta ai primi del X secolo, veloce e devastatrice come un uragano, demolì anche la periferica chiesa di Zeno fuori dalle mura mentre il corpo del santo fu trasferito nella cattedrale di Santa Maria Matricolare. Nel 921 le spoglie venerate erano già tornate nella loro cripta e i veronesi iniziarono la costruzione della basilica attuale. Lo spirito nuovo e lo stile romanico presiedettero dunque alla nascita del tempio.

Erano re d'Italia gli appartenenti alla dinastia degli Ottoni e proprio Ottone I, lasciando Verona nel 967, donò al vescovo Raterio una somma ingente per terminare la basilica iniziata già da qualche decennio. L 'edificio, largo come l'attuale e lungo circa tre quarti, diviso in tre navate, con la centrale sopraelevata, presentava già la struttura a tre livelli.

Un'iscrizione scolpita sul fianco sud, presso la facciata, ricorda che la chiesa fu "aumentata e rinnovata" nel 1138 dopo i danni provocati dal terremoto del 1117. Di quella data deve essere il muro in solo tufo verso ovest e il rifacimento dell'interno.

Anche il campanile, la cui costruzione fu avviata dall'abate Alberico nel 1045, fu restaurato nel 1120 dall' abate Gerardo e portato a termine nel 1178 da maestro Martino. Alto 72 metri, si leva su una base in pietra e sale fino alla cella campanaria con una muratura a corsi di tufo e mattoni serrati da spigoli marmorei divisi longitudinalmente da una lesena di pietra. Cinque cornici di archetti lo marcano a varie altezze e due trifore sovrapposte alleggeriscono la mole possente su ogni facciata.

Su tutto svetta la acutissima guglia conica inquadrata dai consueti pinnacoli. Nella cella pendevano le campane fuse da Gislimerio nel 1149 e più tardi quelle quattrocentesche donate dagli abati Emilei e Zeno. Rimasta a testimoniare queste antichissime voci bronzee è la sola campanella ottagonale detta del figàr, che suonava durante i temporali.

Oltre il prato che fiancheggia la basilica si nota la già citata chiesa di San Procolo, ora in corso di recupero ma, un tempo, fino al 1806, parrocchiale del quartiere quando San Zeno era il tempio della abazia benedettina. San Procolo, che risale al V secolo, fu ampliata nel IX secolo dall'arcidiacono Pacifico e quindi ristrutturata in forme romaniche con l'aggiunta di un pròtiro pensile che ne orna la facciata.

Sulla sinistra di San Zeno, rossa di cotto ingentilito dagli archi di tufo a tutto sesto del portone e delle finestre, sorge la torre, merlata a coda di rondine, eretta nel 1145 ai tempi dell'abate Alberico. È l'edificio superstite, insieme al chiostro, della grande e ricca abazia benedettina che ospitò nei secoli imperatori, re e cardinali.

Osserviamo ora la facciata di San Zeno, l'oggetto principale della nostra attenzione. Nobilmente semplice e possente, è il prototipo del romanico veronese: una grande facciata in pietra dorata dal tempo e ravvivata da vari elementi plastici che impreziosiscono l'apparente semplicità. Due lesene piatte racchiudono gli spigoli esterni e altre due a sezione triangolare segnano la divisione fra la navata maggiore e le minori salendo fino al timpano del frontone.

Altre lesene di minore rilievo corrono parallele scandendo il grande spazio fino agli archetti rampanti sotto il cornicione. Orizzontalmente la facciata è percorsa da due file di archetti e da una serie di finestre in marmo rosa a bifore aperte o chiuse che creano una zona pittorica di chiaroscuri. Ora, partendo dall'alto, "leggiamo" la pagina centrale della facciata. Il frontone triangolare che la sovrasta è di marmo bianco anziché in tufo come il resto ed è striato verticalmente da sette lesene in marmo rosa.

Questo è quanto appare guardando dal basso. In realtà il timpano era la sede di una visione incisa e dipinta da due degli artisti che lavorarono alla decorazione di San Zeno: il Brioloto e Adamino da San Giorgio, forse di Valpolicella. Soggetto, un grande "Giudizio Universale" ridotto oggi ai soli graffiti, che fu scoperto da Max Ongaro nel 1905 , riprodotto in calco e illustrato sul Bollettino d'arte del Ministero della Pubblica istruzione dello stesso anno. Si tratta della più grandiosa e una delle più antiche rappresentazioni veronesi del Giudizio Universale.

Al centro è raffigurato Cristo in trono fiancheggiato da due angeli con gli strumenti della passione, dalla Madre Maria e da San Giovanni Evangelista. Sotto, in due gruppi, appaiono gli apostoli e, ai lati, gli eletti e i reprobi. Abramo tiene in grembo le anime dei giusti, i morti scoperchiano le tombe al suono delle trombe angeliche e due angeli conducono al cielo un vescovo, un re e due santi.

Dalla parte opposta altri angeli suonano trombe di giustizia e con la spada cacciano i dannati: un re, una donna, un vescovo. Un gruppo di cinque donne li segue e una di loro tira la barba al diavolo. Le fiamme avvolgono i dannati e un altro diavolo li strazia. Nel riquadro inferiore si apre il rosone circolare detto Ruota della Fortuna, opera di maestro Brioloto realizzata verso la fine del XII secolo. Una delle prime grandi finestre del romanico diventate più tardi caratteristica dello stile gotico.

Lo stesso tema della Ruota della Fortuna è presente anche in un affresco della torre soltanto parzialmente conservato. E’ detta "ruota" perché in reaItà ha la struttura di una ruota a dodici raggi formati da coppie di colonnette esagonali innestate in un "mozzo" centrale a dodici lobi e, nel cerchio esterno, dai grandi archi a tutto sesto. Quattro cerchi in marmi bianchi, azzurri e tufo formano la cornice e sul penultimo sono scolpite sei figure umane in diverse posizioni. Nella prima l'uomo è saldamente in trono, nella seconda precipita, poi è schiacciato sotto il peso dell'estrema sventura e quindi è in ripresa e risalita. Una scritta latina spiega la simbologia:

Ecco che io Fortuna governo sola i mortali;
elevo, depongo, do a tutti i beni o i mali.
Vesto chi è nudo, spoglio chi è vestito;
se alcuno in me confida andrà schernito.


La chiesa romanica insegnava anche a chi non sapeva leggere ma sapeva guardare. Era la "Bibbia i dei poveri".
E la Bibbia di San Zeno è scolpita soprattutto nell'ultimo riquadro. Quello del pròtiro, della porta bronzea, della lunetta e delle formelle marmoree laterali.

Il pròtiro, sostenuto da colonne poggianti su due leoni accovacciati, è opera di maestro Nicolò risalente al XII secolo. I leoni sono il simbolo della forza brutale costretta a sopportare le colonne del "diritto" e della "fede"; il pròtiro protegge e ripara il fedele che, entrando, chiede ospitalità alla chiesa. Sul pròtiro, poggiante in alto su cariatidi rannicchiate, sono scolpiti Giovanni Battista e Giovanni Evangelista, sull'arco campeggiano l' Agnello e la mano di Dio e la scritta latina significante: La destra di Dio benedica le genti che entrano per chiedere cose sante.

Nella lunetta sovrastante la porta si svolge una scena che rappresenta la consacrazione del libero Comune veronese svincolato dal potere feudale dell'imperatore. Al centro sta San Zeno benedicente, in atto di calpestare il demonio del paganesimo sconfitto, ma qualcuno ravvisa nel Maligno proprio la parte politica imperiale identificata come il Male. A sinistra si affollano fanti armati, i pedites rappresentanti del popolo; a destra affluiscono guerrieri a cavallo, gli equites della nobiltà e della nuova borghesia mercantile. Zeno consegna loro una bandiera dalla croce d'oro in campo azzurro e una scritta latina commenta: Il Vescovo dà al popolo la bandiera degna di essere difesa - San Zeno dà il vessillo con cuore sereno.

Sotto la lunetta altri bassorilievi di Nicolò rappresentano i miracoli compiuti da San Zeno: la guarigione della figlia di Gallieno invasata dal demonio, i pesci donati ai messaggeri e l’uomo sul carro salvato mentre sta precipitando nel fiume.

Internamente ed esternamente alle mensole del pròtiro sono scolpiti i mesi dell'anno e i lavori che vi corrispondono. Marzo dai capelli fiammeggianti come Eolo soffia i suoi venti in due corni; Aprile, ancora ammantellato, coglie fiori; Maggio, in armatura e a cavallo, si avvia alla guerra come era costume di quei tempi. Il trimestre estivo inizia con Giugno raffigurato da un contadino sull'albero, intento a cogliere frutti e a porli nel cesto; Luglio con l'uomo chino nella mietitura del frumento e Agosto con il falegname che batte i cerchi e le doghe della botte. Settembre apre l'autunno con la pigiatura dell'uva; Ottobre con la battitura delle ghiande per i maiali che se ne ingrassano e Novembre con il macellaio che li uccide. Conclude l'anno il trimestre invernale con Dicembre che raccoglie fascine di legna, Gennaio, intabarrato e incappucciato, che si scalda al fuoco e Febbraio che pota le viti per significare che ricomincia il suo ciclo inesauribile.

Ai lati del pròtiro e del portale si snodano due serie di storie scolpite nel XII secolo, a sinistra da Guglielmo e a destra da Nicolò. Le prime rappresentano, in alto, fra tre cariatidi, la Mano di Dio e l' Agnello; sotto, il tradimento di Giuda e la crocifissione; più in basso la fuga in Egitto e il battesimo di Gesù e, nei riquadri inferiori, i Magi, la presen- tazione al tempio, l'avviso a Giuseppe, il presepio, la visitazione e l'annunciazione. È logico che tali storie andavano "lette" dal basso in alto. La fascia inferiore, aggiunta forse in occasione dell'innalza-mento della porta; illustra storie medioevali cavalleresche: un torneo di cavalieri e un duello mortale a piedi.

Lo stesso accade per le storie di Nicolò a destra: si comincia dal basso con il re Teodorico a cavallo e il cervo diabolico che lo conduce all'inferno. Si legge: O re stolto! Chiede un dono infernale e tosto gli appare un cavallo mandato dall'iniquo demonio. Esce nudo dal bagno e cavalca all'inferno senza ritorno. Gli si concede l'avventura, il cavallo, il cervo, il cane e tutto ciò gli dà l'inferno. È la storia di Teodorico di Verona narrata in poesia dal Carducci forse ispirato da queste immagini.

Immediatamente sopra, le storie della Genesi: Dio crea gli animali, Adamo, Eva; essi commettono il peccato originale, vengono cacciati dal paradiso terrestre e condannati al lavoro. Sulla sommità, fra cariatidi, un leone e un ariete, un centauro e un cane suonano sotto due archetti.

Al centro, sotto il pròtiro e la lunetta, il portone di bronzo, il gioiello della basilica. Su due battenti di legno sono fissate 48 formelle legate fra loro da cornici bronzee traforate e collegate agli angoli da teste umane. Dove i battenti si uniscono sono fissate altre formelle minori, di forma rettangolare, a destra sette: San Pietro, San Paolo, San Zeno (?), Sant'Elena (?), Matilde di Canossa (?) che donò beni all'abazia, il suo sposo Goffredo (?) e, alla fine, lo scultore. A sinistra appaiono sei figure minori dette gli "imperatori"; le tre virtù teologali; e, verso la base, otto re che suonano strumenti musicali.
Molto si è detto e scritto su queste porte, sulla loro origine, su l'autore e il tempo in cui furono eseguite, ma una risposta decisiva è impossibile. Si può soltanto affermare che risalgono a epoche diverse e sono attribuibili a tre diversi autori ma che erano tutte compiute nel 1138 quando la porta e la facciata raggiunsero le attuali dimensioni.

I soggetti rappresentati appartengono alI'Antico e al Nuovo Testamento e alcuni sono anche doppi, modellati da due maestri, vedi l' Arca di Noè, vista dal primo maestro ancora in fase di costruzione e dal secondo al momento del messaggio della colomba col ramo d'ulivo. Due teste molto espressive, di uomo e di leone, reggevano un tempo i battenti. Quattro formelle, quelle del terzo maestro, rappresentano gli stessi miracoli di San Zeno scolpiti nell'architrave.

Differenti sono stati nel corso dei secoli anche i giudizi critici sul loro valore artistico. Il Maffei parla di "maniera affatto barbara, mostrandosi con fantocci strane storie del Vecchio e del Nuovo Testamento"; il Biancolini parla di "forme assai goffe e barbare"; Adolfo Venturi nel 1902 definisce le formelle: "… le più antiche sembrano tratte dal regno delle scimmie, le meno antiche dal regno degli uomini". Nel 1951 Giuseppe Fiocco afferma risolutamente che le porte bronzee di San Zeno sono, senza tema di smentite, le più belle del mondo, definendole le vere e uniche porte degne del paradiso.

L 'interno a tre navate ha conservato pressoché intatte le strutture originali romaniche, salvo il soffitto gotico a carena di nave, alcuni altari laterali e molti degli affreschi che decorano le pareti. Gli archi sono sostenuti da due file di pilastri cruciformi e di colonne - dieci per parte - alternati e possenti per dimensioni e struttura. Due arconi trasversali danno ritmo e sicurezza alla grande navata centrale. Sotto la navata di sinistra è collocata una grande coppa monolitica in porfido rosso. La leggenda la dice donata da Gallieno per gratitudine e portata qui dal demonio sconfitto. La storia la fa proveniente dalle terme romane come quella della fontana di Madonna Verona in Piazza delle Erbe. Un tempo questa coppa era collocata all'esterno della basilica e al suo posto era conservato il Carroccio del Comune, andato bruciato nel XVI secolo. La navata di destra custodisce invece un grandioso fonte battesimale ottagonale a immersione. Un monolito che si ritiene collocato qui nel 1194 quando fu esteso il diritto di battezzare anche nelle chiese non parrocchiali come già avveniva nella vicina San Procolo.

L'opera è attribuita al Brioloto anche perché ripete archetti e mensole ricche di foglie, teste animalesche e umane delle stesso tipo che orna la facciata. Percorsa la grande platea senza parlare di affreschi e sculture di epoche e stili posteriori al romanico, saliamo le gradinate che conducono alla chiesa superiore e al presbiterio. Sulla balaustra, che si affaccia su quella inferiore, sono allineate le statue dei dodici apostoli e quella del Redentore posta al centro. Modellati con forte vigore espressivo, barbuti, con capelli rigati da profondi solchi come quelli delle pieghe delle vesti che recano tracce di pittura, sono opera suggestiva e ieratica della prima metà del XIII secolo, fortemente pervasa di influssi di area germanica.

Non parleremo qui né della statua di San Zeno "che ride" né del trittico del Mantegna o degli affreschi perché tutti di epoche più tarde. Scendiamo invece le scale che portano nella cripta dove dormono il sonno eterno San Zeno e altri vescovi della prima Verona cristiana. La scalinata è larga quanto la navata centrale ed è sormontata da arcate finemente decorate da motivi e fregi scolpiti e dipinti. Le due a sinistra sono firmate e datate -1225- da Adamino da San Giorgio, le altre sono di uno scultore a lui contemporaneo. La vastissima cripta risale, secondo il Da Lisca, "al principio del 900", fu poi restaurata nel XIII secolo, alla metà del Cinquecento e nei secoli successivi fino al XX. È divisa in nove navate dalle volte basse sostenute da una selva di 49 colonne con capitelli romani e romanici tutti differenti fra loro e anteriori al XII secolo. Molti sono decorati con motivi popolari ed espressivi che richiamano certe immagini bronzee del primo maestro del portale. Tra le colonne sottili si notano le ciclopiche "radici" , dei pilastri e delle colonne della chiesa superiore. Nell'abside della cripta, racchiuso in un'urna di cristallo, è conservato il corpo di San Zeno e, contro la parete, è poggiato il sarcofago che ne contenne le reliquie per molti secoli.

Nella cripta era conservato anche il sarcofago dei santi Lucillo, Lupicino e Crescenziano ora collocato davanti al trittico del Mantegna in funzione di altare maggiore. Ancora in questo luogo sono conservate le reliquie dei vescovi Procolo e Agabio e, a sinistra, quelle di Eupreprio - il primo presule veronese - e di Cricino, predecessore di Zeno. Chiudono la mistica assemblea, tipica del culto medioevale delle reliquie, i resti dei Santi Cosma e Damiano.

Risaliti alla luce della basilica si esce nell'antico chiostro dell'abazia la cui esistenza risale al IX secolo preceduta da quella di un altro monastero. Anche il chiostro romanico, iniziato nel X secolo, fu più volte restaurato nel 1123, nel 1293 e nel 1313. I quattro lati sono illuminati da arcatelle poggianti su un basso muricciolo interrotto a metà di ogni lato da un breve varco. Due lati sono ad archi a tutto sesto e due ad arco acuto sostenuti da coppie di colonnine marmoree con le basi e i capitelli ricavati da un unico blocco di pietra rosea di Sant' Ambrogio. L 'edicola quadrangolare sporgente dal lato settentrionale del chiostro conteneva il lavatoio dei frati. Di qui si ammirano il fianco della basilica e il campanile splendidi nella pienezza cromatica delle bande in tufo e cotto tipiche del romanico veronese.

Le pareti del chiostro sono popolate di tombe, di lapidi e di affreschi in larga parte trasportati qui nel secolo scorso quando si intendeva crearvi il lapidario medioevale. Ma, a concludere questa sommaria ricognizione del luogo più carico di tradizioni e suggestioni romaniche del territorio veronese, ecco una porticina che ci conduce, scendendo alcuni gradini, in un antico luogo chiamato chiesa di San Benedetto. Su una lapide si legge che il prete Gaudio restaurò il chiostro nel 1123, offrì l'olio per illuminarlo, lo abbellì di pitture e vi si preparò la sepoltura. San Benedetto, un sacello di pianta quadrata pavimentato in pietre di rustica lavorazione, ha il soffitto a volte sorrette da quattro colonne di recupero. Una è quadrata, in marmo greco scanalato, un'altra poggia su un pulvino di tipo bizantino, la terza ha per capitello una pietra liscia e l'ultima è romana con tralci di vite rilevati sul fusto, Vi sono quindi elementi risalenti ai secoli IV, VI e X e un frammento di affresco con caratteri carolingi che potrebbero concedere qualche fondamento alla leggendaria tradizione secondo cui tra queste pareti avrebbe riposato il corpo di Zeno prima dell’807.

Di certo si sa che qui, come si dIceva all'inizio, si stendeva una zona cimiteriale romana, e la profondità dell'ambiente, le nicchie nelle pareti e la stessa forma del vano potrebbero far pensare a un ipogeo funebre utilizzato nel corso dei secoli per varie funzioni fino a diventare chiesa di San Benedetto incorporata nella grande mole della abazia benedettina di San Zeno.
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