Bolca - Il Museo dei fossili - Verona

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Bolca - Il Museo dei fossili

Verona / Italia
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Indirizzo Orari Biglietti
Via San Giovanni Battista - Vestenanova Chiuso il lunedì.
Da novembre a febbraio: 10,00-12,00/14,00-17,00
Da marzo a ottobre: 9,00-13,00/14,00-17,30
Ingresso a pagamento.
L’AVVENTURA DI BOLCA

Non conosciamo la data precisa in cui Bolca, questo piccolo centro dei Lessini veronesi, si affacciò alla ribalta della notorietà grazie ai suoi straordinari fossili, ma certamente ciò accadde in tempi abbastanza lontani.

Conosciamo invece la data in cui i fossili di Bolca sono entrati nella storia, poiché uno scritto del botanico Andrea Mattioli riferisce: «Ricordo essermi state mostrate... in Venezia... alcune laste di pietra... portate dal veronese, in cui (sfendendosi in mezo) si ritrovano scolpite diverse specie di pesci, con ogni loro particola conversa in sasso». La notizia è dell'anno 1552. Da allora le «laste» dei pesci di Bolca, accompagnate da una fama sempre maggiore, hanno frequentemente disceso la valle d'Alpone ed hanno avuto illustre destino.

Tra il Settecento e l’Ottocento non solo i nobili veronesi, e presumibilmente di tutto il Veneto, se li contendevano, ma perfino Napoleone, allora primo Console, che, com’è noto, nel corso delle sue conquiste europee aveva la tendenza a portar con sè i migliori «souvenirs» che trovasse nei Paesi occupati, li ritenne «degni» di essere portati in Francia assieme ai cavalli di San Marco, ai dipinti del Mantegna, ed alle numerose altre opere d'arte, e si fece cedere, con le buone o con le cattive, la bellissima collezione del conte veronese Giovanbattista Gazola.

Ma, mentre nel corso di quattro secoli i suoi fossili venivano sempre più ammirati nelle collezioni e nei musei di tutto il mondo, Bolca rimaneva, in definitiva, l'oscura zona d’origine di quei notevoli pezzi. Fu bensì meta di personaggi illustri (ricordiamo la visita dell'Arciduca Francesco Giuseppe d'Austria, di cui una lapide ricorda il passaggio), ma queste visite erano piuttosto l'eccezione che la regola.

Si dovette attendere fino al 1970 perché anche a Bolca nascesse un museo naturalistico e le cave fossero attrezzate per essere visitate dal pubblico.
Il museo è piuttosto piccolo, ma, grazie alla sua moderna impostazione, è certamente sufficiente ad offrire al visitatore una prima, generale informazione del «fenomeno Bolca», ed a proporre alla sua attenzione i più caratteristici ed i più famosi pesci usciti dalla celebre località.

IL MUSEO

Il museo, la cui sistemazione non è però definitiva, si sviluppa attraverso:
  • pannelli corredati di disegni e fotografie ed ampiamente commentati, con cui vengono illustrate le caratteristiche ambientali, geografiche, geologiche e paleo-geografiche di Bolca e della valle d'AIpone.
  • l’esposizione dei fossili provenienti dalla famosa Pesciara, dalla Purga di Bolca e dalle principali località fossilifere della Valle.
  • alcuni fra i più recenti reperti della Pesciara ed una serie di fotografie aeree che illustrano la zona di Bolca.
L'ambiente geologico ed il paleoambiente. Nella prima sala del museo una serie di pannelli illustrativi descrivono, attraverso disegni e fotografie con a lato ampie spiegazioni, l'attuale situazione geografico-geologica della Valle dell'Alpone, e raffrontano il quadro odierno con il paleoambiente, cioè l'antico ambiente marino in cui hanno vissuto gli organismi ora fossili.

In altri pannelli, poi, viene data una breve documentazione storica sui fossili di Bolca.

Oltrepassata l'ampia vetrata panoramica da cui il visitatore può con uno sguardo dominare la Val d'Alpone, ci si trova di fronte al primo pannello. In questo sono riassunte e presentate graficamente le condizioni geografiche e geologiche della Valle e sono messi in dovuto risalto i suoi famosi giacimenti fossiliferi.

Un disegno, di facile interpretazione, permette di avere rapidamente sott'occhio la topografia della valle, vederne la forma data dall'allargarsi delle dorsali spartiacque, fra le quali il bacino del fiume Alpone, stretto all'inizio, guadagna via via maggiore spazio.

L'aspetto della Valle (come avverte la didascalia a lato dell'illustrazione) è il risultato di una lunga opera di forze naturali: erosione delle acque, terremoti, fenomeni vulcanici, climatici ed orogenetici, che, nel corso di decine di milioni d’anni, hanno plasmato la crosta terrestre, conferendole l'attuale fisionomia.

Nella rappresentazione grafica (ricavata con le dovute modifiche dalla carta topografica d'Italia, scala 1/25.000) sono segnati i principali centri abitati della Valle ed i giacimenti fossiliferi. Frecce metalliche collegano i luoghi d’ubicazione dei vari giacimenti a piccole tavole raffiguranti i fossili più caratteristici di ciascuno.

Le località fossilifere citate sono:
  • Monte Purga, con le sue spettacolari piante ed i famosi rettili;
  • Spilecco, classici strati ricchi di denti di squali;
  • Monte Postale, con i pesci ed i bellissimi molluschi;
  • San Giovanni lIarione e Roncà, con le loro celebri faune di molluschi.
Una seconda tavola propone la carta geologica della Val d'Alpone, la quale, data la notevole complessità della rappresentazione geologica, risulterà chiara soprattutto a chi sia un po' informato di tali tecniche particolari. Tuttavia, l'attenta osservazione del disegno e la lettura delle spiegazioni a lato, renderà questa carta in gran parte comprensibile anche al semplice curioso.

La carta geologica, come la precedente carta topografica, dà una visione «in pianta», potremmo dire «aerea», della valle d'Alpone, ma, anziché limitarsi a dare un'idea della sua geografia attraverso un colore verde più o meno sfumato, propone, attraverso un gran numero di colori, i vari tipi di roccia che affiorano nella Valle. I colori sono quelli convenzionali d’ogni rappresentazione geologica: il giallo, l'arancio, il verde e l'azzurro indicano le rocce d’origine sedimentaria, costituite essenzialmente di carbonato di calcio, il rosso, l’arancio acceso ed il viola rappresentano le rocce d’origine eruttiva, vulcanica, ricche di ferro e di magnesio.

Questi gruppi di rocce si sono formate in condizioni ambientali molto diverse. Le rocce sedimentarie hanno avuto origine da depositi lacustri o sottomarini di detriti e di sabbie che si sono col tempo consolidati; presentano generalmente un colore chiaro. Le rocce eruttive hanno avuto origine da magmi e lave vulcaniche che, provenienti dagli strati profondi della crosta terrestre, sono risaliti attraverso fratture e si sono in seguito raffreddati e consolidati. Esse hanno generalmente colore piuttosto scuro.

Osservando la rappresentazione geologica della Vai d'AIpone è facile dedurre, data la gran prevalenza dei colori rosso-viola, che le rocce più abbondanti sono di tipo eruttivo, vulcanico, soprattutto basalti e vulcaniti. Però è molto importante ricordare che i giacimenti di fossili si trovano in queste zone esclusivamente nelle ristrette aree con rocce sedimentarle.

Il profilo geologico propone con gli stessi colori la distribuzione delle stesse rocce, solamente invece che darcene una visione di superficie osservata dall'alto, ci fa vedere in uno spaccato come i vari strati rocciosi si presentano nelle viscere della terra. Molto evidente in questa tavola il grande «dicco» basaltico (colore rosso) della Purga di Bolca e lo scoglio sedimentario (verde) del Monte Postale.

Oltrepassata la porta ad arco che immette nell'ultima sala del museo, si può osservare il secondo pannello grafico, che illustra l'aspetto e la stratigrafia della Pesciara.

Come viene sottolineato nella didascalia, la Pesciara è di gran lunga il più importante e più famoso giacimento fossilifero della Valle d'Alpone. Si presenta come un banco di nuda roccia che biancheggia nel bosco circostante. La fotografia mostra appunto la superficie a giorno della Pesciara, che corrisponde ad un livello a pesci ed a piante scavato, cioè completamente asportato, nel 1700.

Lungo la via d’accesso alla Pesciara vi è un gran cumulo di detriti (che ricorda quasi i «ghiaioni» alpini), prodotto in seguito alla ricerca dei fossili nel corso di almeno due secoli. Nella fotografia, che risale ad alcuni anni fa, non compare ancora la lunga rampa di legno recentemente costruita per agevolare la salita ai visitatori.
Non tutti gli strati rocciosi della Pesciara contengono i famosi ittioliti. Gli strati «a pesci » sono solamente cinque, alternati a strati di roccia calcarea a grana più grossa che contengono solamente conchiglie di molluschi. In questo pannello possiamo appunto vedere un disegno che illustra la successione ed i relativi spessori degli strati «a pesci», degli strati «a molluschi» e degli strati «matti». Questi ultimi sono così denominati poiché contengono, in mezzo a roccia sterile, delle piccole «lenti» dì roccia a pesci.

Si tenga però presente che, per ragioni di stilizzazione grafica, gli strati sono nel disegno rappresentati orizzontali, mentre in realtà essi sono molto inclinati.

Il terzo pannello è senz'altro il più spettacolare della sala, quello che maggiormente colpisce l'occhio e la fantasia del visitatore che entra. Si tratta di una grande dipinto, che misura metri 4.20 x 2.10, in cui, sulla base dei dati scientifici geologici e paleontologici, è stato ricostruito l'ambiente di Bolca e dei Lessini circostanti, quale doveva presentarsi 50 milioni d’anni fa.

A quell'epoca tale zona si trovava ai margini di un grande mare mediterraneo, chiamato dai geologi «Tetide», che si estendeva dall'America centrale fino agli arcipelaghi della Sonda, separando le terre dell'Europa dall'Africa e dividendo in due I' Asia.

A Bolca e sui Lessini, come il pannello chiaramente suggerisce, il mare era poco profondo, con caratteri di piattaforma costiera. e qua e là sorgevano isole più o meno vaste, provviste di una vegetazione a carattere tropicale.

Anche il paesaggio sottomarino in cui visse la maggior parte degli animali che oggi a Bolca troviamo fossilizzati, aveva caratteri di mare tropicale, ed era quanto mai ricco d’ogni forma di vita.

La fauna era molto specializzata e colonizzava i vari ambienti della piattaforma, similmente a quanto avviene ai nostri giorni. Notiamo, infatti, nel disegno che nelle praterie sottomarine di «Delesserites» (alga) e «Halochloris» (monocotiledone) trovavano il loro nutrimento e svolgevano la loro vita meduse, molluschi e coralli ed una grande quantità dì pesci simili per certi aspetti alle forme che oggi popolano le barriere coralline: «Eoplatax», «Mene», «Eozanclus» ed «Ostracion» e molti altri.

Nel corso delle loro migrazioni si avventuravano negli antichi fondali di Bolca anche forme di mare più aperto. Notiamo, infatti, un grande tonno (Tynnus) e un piccolo branco di «Clupea».

In queste popolatissime acque non potevano mancare i predatori: al centro del nostro pannello è rappresentato un «Carcharodon» (squalo) nell'atto di inseguire le «Clupee» (sardine) e fra i reperti fossili si hanno esemplari di «Lophius» (rana pescatrice), una forma che ancor oggi si apposta nella fanghiglia del fondo e qui, perfettamente mimetizzata, si impadronisce delle prede con attacchi di sorpresa.

In prossimità dei punti più elevati, anche allora già emersi, l'antico mare eocenico di Bolca assumeva vere caratteristiche di laguna; qui trovavano il loro ambiente ideale i rettili (nel dipinto si possono notare coccodrilli e tartarughe) ed un gran numero d’insetti che hanno lasciato interessantissime testimonianze fossili. Il vulcano in attività che è stato rappresentato in questa ricostruzione all'orizzonte vuole ricordare i fenomeni di vulcanesimo che, nel periodo eocenico, furono frequenti nella zona di Bolca.

Come però l'artista e gli esperti hanno lasciato intendere, questa attività vulcanica non disturbava sostanzialmente la vita che si svolgeva tranquillamente e non provocava quei fenomeni di mortalità generale che in passato alcuni scienziati ritenevano responsabili del gran numero di pesci morti e fossilizzati nel ristretto spazio della Pesciera.

I FOSSILI DI BOLCA NELLA STORIA DELLE SCIENZE NATURALI

Come si è già ricordato, la prima notizia che abbiamo dei fossili di Bolca risale al 1552 e la dobbiamo ad Andrea Mattioli, il quale riferisce di aver osservato alcuni ittioliti di Bolca a Venezia e dal contesto del discorso risulta chiaramente che già allora questi reperti suscitavano meraviglia ed ammirazione; meraviglia ed ammirazione che erano tanto più grandi perché a quell'epoca non si conosceva ancora l'esatta natura dei fossili, che venivano considerati, di volta in volta, resti del diluvio universale, scherzi di natura, o prodotti di un’ipotetica «forza plasmante» (vis plastica) che avrebbe agito nelle profondità della terra, conferendo alla roccia varie forme d’esseri viventi. Ma a poco a poco, sotto l'influenza di menti più illuminate, si fece strada l'idea che i fossili rappresentassero i resti d’antichissime forme di vita, trasformati in sasso attraverso un lunghissimo processo detto di fossilizzazione, che ne aveva sostituito le sostanze organiche con sostanze inorganiche.

Il primo lavoro veramente scientifico sui fossili di Solca è la grande opera «Ittiolitologia Veronese» di Serafino Volta, pubblicata tra il 1796 e il 1808. In un pannello se ne può vedere riprodotto il frontespizio originale. Si tratta di un ottimo lavoro, che, anche se in seguito, e spesso a torto, criticato, rimane una pietra miliare nello studio dei pesci di Bolca.

In epoca moderna, dall'Ottocento in poi, il fenomeno degli ittioliti bolcensi è stato scientificamente ed esaurientemente spiegato e studiato; alcune immagini che illustrano questi studi sono qui sottoposte all'esame dei visitatori. Un accenno particolare meritano le belle immagini fotografiche degli ittioliti fatte da Abramo Massalongo nel 1856, delle quali sono qui raccolti alcuni originali. Si noti la precisione e la nitidezza dei particolari. Si tratta di una delle prime applicazioni della fotografia ad argomenti di carattere scientifico.

I FOSSILI

Nella parte centrale del museo si possono ammirare, in un’esposizione esteticamente assai valida, alcuni dei fossili più rappresentativi provenienti dalla celebre Pesciara, e dagli altri famosi giacimenti della Valle d'Alpone.

Una prima vetrina di questa serie ha un carattere prevalentemente didattico ed introduttivo. Attraverso didascalie, fotografie e pezzi litici, il visitatore si può formare una chiara idea dei passaggi che i fossili devono attraversare dal momento che vengono estratti dalla cava a quello in cui si possono considerare pronti per lo studio o per l'esposizione.

Il lavoro d’estrazione, di cui si può qui vedere un’illustrazione fotografica, procede per gradi, secondo una tecnica collaudata da secoli. Dapprima, individuato il livello fossilifero, cosa assai facile per l'esperienza dei cavatori, vengono da questo estratte lastre più o meno grandi. Il lavoro procede per alcuni giorni, fino a che vengono estratti alcuni metri cubi di roccia, che sono lasciati poi stagionare all'aperto, affinché, sotto l'azione degli elementi atmosferici, si determini una certa alterazione e quindi un generale allentamento della roccia stessa.

Si procede allora all'apertura degli strati. Come si vede dai campioni esposti, la punta piatta di uno scalpello viene inserita nelle stratificazioni della roccia e le lastre vengono aperte lamina per lamina, quindi ridotte a piccoli pezzi, affinché nessun fossile sfugga alla ricerca. Quando si apre la lastra che racchiude un fossile, lo scheletro si dividerà in due parti distribuite più o meno equamente sulle due facce interne; le due parti vengono chiamate «impronta» e «controimpronta» dell'antico organismo ritrovato. Dopo il ritrovamento, sul fossile non viene spalmata alcuna sostanza protettiva, che non solo altererebbe il pregio estetico, ma lo renderebbe anche inutilizzabile per lo studio. Le lastre che si rompono durante la lavorazione vengono ricomposte, utilizzando mastici particolari.

Anche la ricerca scientifica sui pesci fossili viene compiuta secondo tecniche ormai stabilite, che sono brevemente riassunte in una vetrina. Principali mezzi di studio sono la fotografia ed il microscopio binoculare. Il microscopio binoculare permette un’osservazione diretta ed ingrandita degli oggetti. Sotto il binoculare gli specialisti provvedono dapprima ad una perfetta ripulitura d’ogni parte del fossile, che viene liberato dai residui di roccia calcarea che impediscono l'osservazione, dopo di che l'esemplare preparato può essere misurato e descritto.

Le misure e le descrizioni vengono condotte secondo criteri stabiliti dagli specialisti, che permettono non solo lo studio delle forme fossili, ma anche il loro confronto coi pesci attuali. L'osservazione può essere completata attraverso ingrandimenti fotografici e, sempre con l'aiuto della fotografia, vengono eseguite delle ricostruzioni degli scheletri dei pesci: a ciò si giunge dopo aver esaminato numerosi esemplari della specie che interessa.

I PESCI DI BOLCA

Una grande vetrina contiene un rilevante numero di «ittioliti» (ittioliti = pesci fossili) provenienti dal famoso giacimento della Pesciara. Lo scopo perseguito nell'allestimento di questa parete è stato quello di presentare al visitatore un quadro che potrebbe intitolarsi «I bei pesci di Bolca» e che, pur nella necessaria limitazione numerica, ne esaltasse la varietà e la bellezza.

Fra gli esemplari esposti, scelti con grande cura fra i pezzi migliori, si trovano rappresentati pesci d’ogni ambiente marino. Vi sono pesci di piattaforma costiera, o di barriera corallina e cioè d’acque piuttosto basse, che si riconoscono per la loro forma generalmente tondeggiante e per le pinne piuttosto espanse; notevole fra, questi il famoso «pesce angelo», l'Eoplatax papillio, uno dei fossili più rari del mondo. Famosissima anche la «Mene rhombea», molto comune nella Pesciara, che per la sua caratteristica forma rombica ed i lunghi raggi è divenuta un po' il simbolo di Bolca.

Vi sono poi pesci d’acque più aperte, la cui forma affusolata rendeva veloci e resistenti nuotatori. Si notano la Seriola, lo Xiphopterus e soprattutto il Blochius longirostris (così chiamato per il lungo rostro anteriore) che poteva spingersi addirittura in alto mare. Sono tutte forme che hanno qualche affinità con gli attuali sgombri, anch'essi ottimi nuotatori. Sulla sinistra di chi guarda, si impone per le sue rilevanti dimensioni la grande razza, completa d’impronta e controimpronta. Un bellissimo esemplare di cui sono ottimamente conservati anche i sottili raggi delle pinne pettorali espanse e tondeggianti.

Di fronte a questa varietà di pesci ed al prodigioso numero di ittioliti che nei secoli furono estratti dalla Pesciara (si parla di decine di migliaia di fossili) sia gli specialisti che i visitatori si sono sempre posti il problema del perché tanti pesci siano morti e si siano conservati in uno spazio così ristretto.

Gli Autori del Settecento e dell’Ottocento, poiché in tutta la Valle d'Alpone sono frequenti le rocce vulcaniche, invocarono i fenomeni eruttivi come causa della morte dei pesci. Questa ipotesi, che ha trovato dei sostenitori fino ai nostri giorni, non regge però ad approfondite analisi.
Gli specialisti tendono ora ad impuntare la morte dei pesci nell'antico mare di Bolca a fatti dì inquinamento naturale delle acque, dovuto ad improvvise, abnormi proliferazioni di microscopiche alghe, che, con il loro soprannumero, avrebbero reso impossibile l'ambiente agli animali superiori. Questi fenomeni, noti anche ai nostri giorni con il nome di «acque rosse» sono effettivamente in grado di provocare frequenti e ripetute morie fra i pesci.

Dopo la morte, i cadaveri dei pesci calavano al fondo e qui, se si fossero verificate le normali condizioni dei fondali marini, avrebbero dovuto putrefarsi rapidamente ed essere mangiati da altri animali. Invece, sul fondo della laguna eocenica di Bolca, i corpi dei pesci trovarono un ambiente particolare, del tutto privo d’ossigeno. In mancanza d’ossigeno non erano possibili né la vita dei divoratori di cadaveri, né il rapido verificarsi di fenomeni putrefattivi. Pertanto i pesci morti ebbero il tempo d’essere rIcoperti dal sottile fango calcareo che continuamente ricadeva sul fondale di quell'antico mare e, quando questo fango solidificò, si pietrificarono con esso.

MONTE PURGA E VEGRONI

Un’altra vetrina si fa notare per le grandi dimensioni dei fossili in essa contenuti. Si tratta di cinque bellissimi esemplari di filliti (piante fossili) provenienti dalla Purga di Bolca e dalla vicina località detta «Vegroni», e del calco di un celebre coccodrillo, il cui originale fu distrutto nel bombardamento del Museo Civico di Vicenza durante l'ultima guerra mondiale, anch'esso proveniente dalla Purga.

Il livello fossilifero del Monte Purga ha uno spessore di 10-20 metri, ed è costituito da sedimenti depositati in un antico ambiente d’acqua dolce o salmastra (per la ricostruzione di questo ambiente si veda nella prima sala alla estrema destra in alto del 3° pannello).

Gli strati della Purga sono formati inferiormente da rocce argillose e ligniti, e superiormente da rocce vulcaniche. Evidentemente, durante l'Eocene inferiore, questa zona era emersa a causa di movimenti tettonici che portarono ad un temporaneo innalzamento del fondale marino.

Su questa terra, prospiciente alle lagune, si insediò una ricca vegetazione a carattere tropicale, che diede origine alle ligniti ed anche alle celebri «palme fossili» di cui si possono ammirare in vetrina cinque superbi esemplari. Le eruzioni vulcaniche che frequentemente si verificavano in questo ambiente diedero origine alle rocce effusive che si trovano frammiste alle ligniti ed alle argille.

L'elemento floristico prevalente nella vegetazione fossile della Purga di Bolca e dei Vegroni è dato da numerose palme, sia a fronde flabellate (a ventaglio) che a fronde pennate. Esse sono simili alle forme che oggi vivono nei caldi climi delle regioni subtropicali, tuttavia, studiate verso la metà delI'Ottocento dal Massalongo e dal Viviani, sono state raggruppate, forse per mancanza di elementi sufficienti ad una sicura determinazione scientifica, sotto vari generi artificiali, ritenuti estinti. Due di questi generi, Latanites ed Hemiphoenicites, sono rappresentati in questa vetrina da due esemplari per ciascun genere. Vi è poi un esemplare di Morinda che non è, ovviamente, una palma, ma che, per bellezza e rarità, non ha proprio nulla da invidiare a queste.

FLORA DELLA PESCIARA E FAUNA MINORE

L'eccezionale bellezza dei pesci di Bolca ha posto un po' in seconda linea il fatto che in Pesciara oltre alla celebre ittiofauna, si trova anche una ricchissima flora, che comprende pezzi di notevole valore ed assai decorativi. La conservazione è, come nel caso dei pesci, perfetta: si osservino in proposito anche le foglie di «Ficus», nelle quali sono evidenti anche le più piccole venature.

Caratteristici della Pesciara sono la Maffeia, piccolo arbusto di cui si possono osservare anche le radici ed i frutti, e la Getonia bolcensis, della quale troviamo fossilizzati i grandi fiori. Molto abbondanti sono le alghe; è facile anche al semplice escursionista ritrovare le sottili «foglioline» nei frammenti di scarto della Pesciara.

Assieme ad alcuni pregevoli rappresentanti della flora, viene esposta anche la fauna «minore» della Pesciara, rappresentata da insetti, meduse, vermi, crostacei e piume d'uccello. La perfetta conservazione di questi delicatissimi organismi dimostra una volta di più le eccezionali condizioni di fossilizzazione del giacimento di Bolca.

SPILECCO

Il giacimento Terziario più antico della zona di Bolca è quello di Spilecco, che si trova in una piccola collina a Nord del paese.

Il giacimento è famosissimo perché venne scelto come «località tipo» di un «piano», lo Spilecciano, comprendente, secondo R. Fabiani, tutte le formazioni rocciose tra la Scaglia cretacea e la base dell'Eocene medio.

Tuttavia alla sua fama non corrisponde certo una spettacolarità di reperti fossili, costituiti da: foraminiferi, brachiopodi, echinoidi e denti di pesci. La collina è formata da marne rosse e da calcari argillosi; in corrispondenza del deposito di questi sedimenti, circa 56-58 milioni di anni fa, nella zona vi era un mare caldo, relativamente poco profondo, in cui correnti marine accumulavano grandi quantità di organismi.

In una vetrina del Museo di Bolca sono esposti numerosi denti di squalo (Oxirhina) e una bella serie di conchiglie appartenenti al gruppo dei brachiopodi.

MONTE POSTALE

Il giacimento di Monte Postale è famosissimo per il numero, la varietà e la bellezza dei suoi fossili. Da questa località, infatti, vennero estratti migliaia di esemplari appartenenti ad oltre 250 specie diverse. Sono stati ritrovati: alghe, foraminiferi, coralli, brachiopodi, molluschi, echinodermi, crostacei e pesci. In netta predominanza sono i molluschi e fra questi ben rappresentati soprattutto i gasteropodi.

I fossili di Monte Postale presentano buone condizioni di conservazione dovute alla grana medio-fine dei sedimenti calcarei che li contengono. Gli organismi di Monte Postale ed il tipo di roccia di questa località indicano un antico ambiente di deposizione prossimo alla costa, in cui la profondità delle acque, limpide e calde, si aggirava sui 30 metri.

Nella vetrina, fra i vari molluschi esposti, è interessante notare una serie di conchiglie appartenenti alla specie Miltha gigantea a vari stadi di crescita, ed inoltre due bellissimi coralli. Anche lo squalo esposto in alto proviene dagli strati a pesci del Monte Postale.

RONCÀ E SAN GIOVANNI ILARIONE

In un’altra vetrina sono esposti alcuni reperti dei giacimenti di San Giovanni Ilarione (Eocene medio) e Roncà (parte sommitale dell'Eocene medio).

La fauna fossile di San Giovanni è costituita da invertebrati, di cui 2/3 appartengono alla classe dei molluschi. Un mollusco gasteropode è Velates, curiosa conchiglia conica che ricorda l'antico cappello dei Dogi veneziani. Un'altra specie ben nota in questa fauna è Conoclipeus, invertebrato marino del gruppo degli echinodermi; in questa vetrina se ne ammira un bell'esemplare completo anche dell'impronta che lasciò nel sedimento.

La fauna dell'orizzonte di Roncà proviene invece da due livelli sovrapposti. Il livello inferiore è costituito da tufi, ed ha fornito organismi di ambiente salmastro, mentre il livello superiore è formato da calcari e vi si rinvengono essenzialmente forme marine.

Da notare nella vetrina i due blocchi che rappresentano rispettivamente il livello inferiore e quello superiore, costituiti principalmente da gusci di organismi. È questo un chiaro esempio dell'importanza che hanno nel veronese i resti di organismi anche dal punto di vista della costituzione degli strati rocciosi.

Infine una colonna stratigrafica indica la successione dei vari depositi illustrati nelle vetrine precedenti.

VISITA ALLE CAVE

Tra gli aspetti più interessanti dell'escursione a Bolca vi è quello della visita alle gallerie della Pesciara. Tale visita, oltre ad essere di grande interesse, permette anche una piacevole passeggiata, in macchina o a piedi, in una zona che vanta uno dei più suggestivi paesaggi dei Lessini orientali veronesi.

La cava dei pesci dista circa 2 Km, dal paese. Partendo dal Museo, che costituisce il logico punto di riferimento, si scende per poche centinaia di metri lungo la strada provinciale della Valle d'Alpone fino all'incrocio detto della «Croce del gallo». Da qui si diparte la strada corrozzabile che porta alla località «Brusaferri» e che si prolunga fino in prossimità delle cave. La strada scende rapidamente nella Vai Cherpa ed incide i fianchi della «Purga di Bolca», la montagna costituita quasi esclusivamente da roccia basaltica che sovrasta il paese. Lungo il percorso si notano per il loro caratteristico colore scuro i depositi piroclastici (vulcanici) ed in questi numerosi frammenti di roccia calcarea, ben visibili per il loro colore più chiaro, inglobati dai magmi durante la loro risalita.

Scendendo lungo la strada diretti alla «Pesciara» possiamo anche osservare alcuni livelli a scisti lignitici, depositi in cui si rinvennero fossili molto importanti, coccodrilli, tartarughe, palme e che rappresentano un antico ambiente di terre emerse, in cui si stabilirono una flora ed una fauna di grande interesse.

Poco dopo aver sorpassato Brusaferri, una contrada che ancora riflette nelle sue costruzioni la tradizionale architettura lessinea, si ha un'ampia visione della VaI di Chiampo, del gruppo del Carega e della «Purga di Durlo». Questa montagnola, perfettamente conica, di modesta altezza, e ben visibile sullo sfondo delle cime più elevate del Carega, è assai interessante dal punto di vista geologico. Come la « Purga di Bolca » (che rimane alle spalle di chi scende), la Purga di Durlo deve la sua particolare forma conica alla sua origine.

Molti potrebbero pensare che si tratti di vulcani ora spenti, ma non è così, anche se queste «purghe» sono legate a fenomeni di tipo vulcanico. Infatti, sia la purga di Bolca che quella di Durlo corrispondono ad antichi «dicchi basaltici», ovvero imponenti iniezioni di lave che, invece di uscire a giorno, come accade nei vulcani, si consolidarono al di sotto della crosta terrestre, entro strati di rocce preesistenti. Poiché le rocce incassanti erano per loro natura più tenere del basalto, furono asportate da un successivo fenomeno erosivo. che però non riuscì a smantellare i durissimi dicchi che ci appaiono pressoché indenni con la loro originaria forma.

Poche centinaia di metri dopo Brusaferri inizia la strada che incide gli strati del Monte postale. Questa località fossilifera, su cui si snoda un itinerario naturalistico, è classica per le sue bellissime conchiglie, di cui alcuni notevoli esemplari sono esposti al Museo di Bolca.

Oltrepassata la grande curva di Monte Postale, appare finalmente la Pesciara, che si presenta come una grande, evidentissima macchia bianca fra il verde della vegetazione, a mezza costa. Discesi alcuni tornanti, si giunge ad uno spiazzo-posteggio, oltre il quale è possibile proseguire solamente a piedi. Si percorre un breve tratto di sottobosco, si attraversa il ponticello sul ruscello del vajo e ci si trova ai piedi dell'imponente massa di detriti, costituita dai resti degli scavi antichi e recenti. Su questi detriti è stata recentemente disposta una scala di legno per agevolare la salita ai visitatori.

Alla sommità della scala si apre l'ingresso alle gallerie della «Pesciara» che sono state aperte al pubblico. Percorso un breve cunicolo il visitatore si trova tra gli strati fossiliferi e precisamente al 3° livello, oggi in gran parte scavato. AI di sotto, dopo alcuni metri di roccia sterile, vi è un altro strato a pesci e piante, anch'esso quasi completamente scavato nei secoli scorsi.

Dopo esser scesi per alcuni metri, seguendo l'inclinazione naturale degli strati, si giunge al limite inferiore della galleria; qui si noteranno sulla roccia alcuni pesci fossili nella loro originaria posizione. Anche la struttura a lamine del calcare fossilifero è chiaramente osservabile, mentre prima di salire la ripida scala che riporta verso la superficie, si noterà sulla destra un filone di roccia basaltica che tronca lateralmente gli strati calcarei.

La suggestione ed il fascino dell'ambiente non devono far dimenticare il duro lavoro qui compiuto da Massimiliano Cerato e dai suoi antenati, che per oltre due secoli lavorarono ad estrarre i più bei fossili del mondo, spinti da una grande passione naturalistica.

La visita alle cave è la logica conclusione di una giornata trascorsa tra i resti di una vita che ci appare lontana 50 milioni di anni.

I CERATO: 200 ANNI DI PASSIONE NATURALISTICA

Verso la fine del 1700 i Cerato, cavatori di fossili, provenienti dall'altopiano dei Sette Comuni vicentini, giunsero a Bolca, avendo saputo per fama che in questa località potevano trovarsi dei pezzi eccezionali. L'incontro fra i Cerato e Bolca era evidentemente segnato dal destino, poiché, benché giunti con un solo sacco in spalla, non ne partirono più, ed iniziarono un'attività che doveva prolungarsi fino ai nostri giorni, attraverso parecchie generazioni.

I terreni in cui si trovavano le cave dei fossili appartenevano ai conti veronesi Maffei e Gazola, ai quali i Cerato, espertissimi nel lavoro, si offrirono come cavatori e preparatori. Eseguirono scavi sul Monte Postale e nella Pesciara: lavoravano durante l'inverno quando si sospendeva la pur modesta attività agricola del paese di Bolca, e consegnavano ai proprietari delle cave i fossili ritrovati e preparati.

Già in precedenza si erano costituite le grandi collezioni naturalistiche nei palazzi dei nobili veronesi, in particolare la famosissima collezione di pesci fossili del conte G.B. Gazola, che, come è ormai noto, venne requisita da Napoleone e trasferita a Parigi nel cui Museo di Storia Naturale si trova tuttora.

A causa di ciò il Gazola volle ricostruire la raccolta di ittioliti, la qualcosa avvenne nei primi decenni del 1800. Evidentemente la collaborazione dei Cerato fu preziosa se, ricostituito il suo personale Museo, il conte Gazola cedette attraverso un atto di donazione, la Pesciara ed i terreni circostanti alla famiglia Cerato. Questi continuarono in proprio l'attività di scavo, e cedettero gli stupendi esemplari ritrovati a collezionisti di Verona e di Padova, ed anche a musei esteri.

A questo periodo risale anche la bella raccolta del Museo di Vienna. Bolca si trovava allora in territorio austriaco, e l'Imperatore Francesco Giuseppe, estimatore degli ittioliti bolcensi, e conscio del loro eccezionale interesse naturalistico, seguiva personalmente il problema. Compì numerose visite a Bolca giungendo per ferrovia fino a Verona e proseguendo fino a Bolca in carrozza.

Verso la metà circa del 1800 venne alla luce il primo grande esemplare del famoso «Pesce Angelo» (Eàplatax papillio), che, dopo un avventuroso viaggio da Bolca a Verona, entrò nella collezione del Cardinale di Canossa. Da allora rimase sempre, nei sogni delle varie generazioni di Cerato la speranza, quasi l'ossessione, di ritrovare un altro grande pesce angelo.
Giuseppe ed Attilio Cerato, nella seconda metà dell'Ottocento, ne ritrovarono qualche esemplare di dimensioni modeste, ma ugualmente di grande valore, data l'estrema rarità di questo fossile. Massimiliano Cerato che svolse la sua attività verso i primi del '900 non ne trovò mai. Mentre i pesci fossili venivano alla luce a migliaia dalla celebre Pesciara, il pesce angelo sembrava scomparso.

Erminio Cerato, figlio di Massimiliano, fu un uomo di grande passione naturalistica. Si occupò di tutte le più importanti cave di fossili dei Lessini veronesi e vicentini. Da grande esperto di fossili provò una vera sofferenza al pensiero che il nome di Bolca ben conosciuto agli iniziati, rimanesse oscuro al grande pubblico. L'attività di Erminio Cerato venne continuata dal figlio Massimiliano, che dopo più di cento anni di attesa doveva avere la fortuna di ritrovare, tra le migliaia di fossili estratti, il pesce angelo. Un esemplare piccolo ma perfettamente conservato venne alla luce nel 1970, e poi nel 1972 due grandi esemplari, di cui uno assolutamente incredibile per bellezza e conservazione.

Nel corso della sua fortunata carriera di cavatore di fossili, Massimiliano Cerato estrasse pezzi eccezionali. Nel 1946 dagli scisti bituminosi della Purga di Bolca estrasse un coccodrillo, il famoso Cocodrilus vicetinus, unico esemplare completo di questa specie oggi esistente al mondo.

Per quanto riguarda gli ittioliti, a parte il pesce angelo di cui si è detto, fra i numerosissimi esemplari rinvenuti negli ultimi trenta anni da Massimiliano Cerato sono assai notevoli le anguille, delle quali tre esemplari magnifici sono al Museo di Verona.

Vanno inoltre ricordate le grandi razze (Museo di Bolca) i rarissimi Ceratoycthis (quattro o cinque esemplari al mondo), le eccezionali meduse, i delicatissimi insetti. La presenza di numerose piume fossili nei calcari di Bolca indica anche la possibilità di ritrovare resti di antichi uccelli. Se ciò avvenisse, data l'estrema rarità degli uccelli fossili, il nome di Bolca avrebbe una nuova clamorosa affermazione nella storia della Paleontologia.
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