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Vasto Comune della Lessinia Centrale, quello di Boscochiesanuova vanta la presenza, nel suo territorio, di numerosissime anche se piccole contrade che ne caratterizzano il volto, testimoniando come la presenza dell'uomo risale spesso ad ere assai antiche.

Antichissima capitale della Frizzolana, fu con gli altri Comuni della montagna veronese anch'essa ripopolata sotto la dominazione scaligera da coloni provenienti dalla Baviera e dal Tirolo, il che dette origine alla leggenda che qui si fossero rifugiati, in epoca romana, i Cimbri sconfitti da Mario. La sua importanza le viene appunto dal trovarsi in posizione strategica rispetto ad altri territori che costituiscono la Lessinia Centrale: quelli d'Erbezzo, di Cerro, di Roverè e di Velo, tutte località la cui economia, un tempo silvo-pastorale, è venuta via via qualificandosi, in questi ultimi decenni, anche in direzione turistica.

Boschi e prati, campi e piste nevose, fenomeni naturalistici, vecchi centri storici e nuovi villaggi per vacanze, alberghi e pensioni, locande e trattorie, fanno di quest'altopiano, circondato da cime elevate (Corno d'Aquilio m. 1546, Castelgaibana m. 1805, Castelberto m. 1757, Tomba m. 1766, Posta m. 2189, Carega m. 2130) un luogo ideale tanto per la villeggiatura estiva quanto per il soggiorno invernale, oltre che per escursioni possibili in ogni stagione dell'anno, in paesaggi amenissimi che offrono tutte le variazioni di clima, di flora e di fauna, possibili tra i cinquecento e i duemila metri d'altitudine, fra boschi di diverse essenze e praterie a perdita d'occhio.

Come informa Alessandra Aspes, numerose sono, in zona, le testimonianze della presenza dell'uomo già in ere preistoriche: se in Podestaria pochi manufatti in selce di tipologia non definita e d'incerta attribuzione furono rinvenuti e segnalati da Solinas, nella conca di San Giorgio lo Stocchiero individuò una notevole quantità di manufatti in selce riferibili a due serie: una attribuibile al Paleolitico medio e l'altra al Paleolitico superiore (Epigravettiano) con nuclei, grattatoi, lame troncature e raschiatoi. Ricerche effettuate invece da Zorzi nei dintorni della grotta del "Bus del Meo", sopra un terrazzo della val Squaranto, restituirono schegge e bifacciali in selce, mentre un saggio di scavo all'interno della grotta mise in luce materiali ceramici preistorici, selci e anche ceramica d'età romana. Ancora nei dintorni del monte di Grobe (sia alla base che sul versante e sulla sommità), sempre Zorzi rinvenne in superficie abbondante industria litica costituita da strumenti di tecnica campignana.

Anche alla grotta Squaranto, nominata "Buso del Beco", sul versante destro del vaio Squaranto, già nota agli speleologi degli anni '50, Zorzi effettuò dei saggi di scavo nel 1962 e nel 1963 e precisamente nella saletta iniziale, nella prima sala e in una successiva sala ogivale di questo complesso lungo un centinaio di metri. Nei vari saggi furono individuate delle serie stratigrafiche costituite da tre livelli, riferentesi il più recente ad epoca medioevale; quello intermedio, ricco di materiali ceramici di varia tipologia, di strumenti di selce, d'ossa umane (cinque individui) e faune sembra riferibile alla fine del Neolitico e agli inizi dell'età del Bronzo; quello più antico ha invece restituito faune. Sembra che la grotta sia stata utilizzata sia come abitato che come sepoltura anche se è difficile stabilire la connessione tra l'una e l'altra funzione e l'eventuale contemporaneità.

Infine sul versante destro del vaio dell'Anguilla, a circa 600 metri di quota, nei pressi della grotta denominata "dela Dona" nella "sengia" del Portello, Zorzi trovò una ricca serie di strumenti in selce di tecnica campignana.

Si è già affermato che anche qui, nel lungo medioevo, si stabilirono quelle popolazioni d'origine alto-tirolese o basso-bavarese che migrarono a sud nel relativamente più vicino Trentino, o nella relativamente più lontana Lessinia, e che sono indicate come cimbriche. Ma esse, com'è stato ampiamente dimostrato, con i Cimbri hanno ben poco da spartire: il loro nome viene probabilmente dal fatto di essere state caratterizzate dalla presenza al loro interno di numerosi zimbar, ossia spaccalegna, parlanti un antico dialetto tedesco, sopravvissuto poi fino ai nostri giorni anche in tutta l'area dei cosiddetti Tredici Comuni della montagna veronese e vicentina.

Si è indugiato sulle antiche e meno antiche tracce della presenza dell'uomo in questa vasta zona della Lessinia centrale per dire di come la conquista di tale territorio - in relazione all'economia di un tempo, caratterizzata da attività agro-silvo-pastorale - sia sempre stata improntata ad una certa appetibilità delle sue risorse, soprattutto pascoli e boschi. Erano i boschi a fornire legna da opera e combustibile per la città di Verona (raramente per l'Arsenale di Venezia, che più convenientemente si riforniva alle foreste del Trentino, del Trevigiano e del Bellunese); erano i pascoli a mantenere gli armenti che vivevano in loco o che qui trasumanavano dalla pianura veronese e da quella mantovana, per trascorrervi i mesi estivi, quando la montagna era caricata di bestiame, soprattutto da latte, per la locale produzione di burro e formaggio.

Di "smalzi, di gioncade e di povine", come dice Francesco Corna da Soncino, nel suo Fioretto, al cadere del secolo XV:

"E ne le strade, il grosso bestiame
sopra quelle montagne a la pastura
se ten; et, a la fiata, fra le rame
de quelle selve stanno a la verdura;
e a lo inverno vene tra le lame,
le li fenili giù ne la pianura;
e' mandrian vèneno a la citade
con latte i e con povine e con gioncade".

Non casualmente per tutto il medioevo e anche in età moderna in Lessinia e in particolare nella Frizzolana, chiamata anche "montagna del Carbon", per l'industria che vi si esercitava della produzione del carbone di legna, avevano un tempo i loro beni i Capitoli della Cattedrale, il Vescovado, i Monasteri di San Zeno e di Santa Maria in Organo, oltre a numerose famiglie dell'aristocrazia veronese.

Tali presenze non potevano non lasciare tracce significative nelle contrade lessiniche che tuttavia si distinguono, sotto il profilo urbanistico ed architettonico per caratteristiche tutte proprie e in particolare per le solide case dai tetti di paglia intrecciata, o di scandole di legno, sostituiti via via negli ultimi decenni da coperture in pietra.

Oltre alla produzione di prodotti caseari, del ghiaccio e del carbone, il territorio di Boscochiesanuova offriva ai veronesi la produzione di marmi e di pietre. Lo ricorda tra gli altri, nell'Ottocento, il parroco del luogo, don Stefano Crosatti, in una memoria presentata all'Accademia di Agricoltura Commercio ed Arti della città di Verona, accompagnata da una serie di campioni di materiali lapidei, allora trasmessi alla direzione del Museo.

Tale memoria fu stesa nel 1882, dopo che era stata appena costruita la nuova chiesa parrocchiale, per la maggior parte edificata con l'uso appunto dei marmi ricavati dal suolo del paese di Boscochiesanuova, "dove la natura volle invero essere molto prodiga nell'arricchirlo di specie variata e di bellissimi". Anzi: "la necessità di aver dovuto in quest'opera demolire e rimettere molte parti del tempio, aggiungere ed accompagnare le varie specie di marmi mancanti e guasti, portò alla conseguenza d'aver dovuto istituire ricerche per rinvenire il sito, ove altre volte ne furono cavati". "Tali ricerche -scrive il parroco -che ho estese in tutta la parrocchia, mi hanno dato la soddisfazione non solo di sopperire in ogni qual parte al bisogno di questa fabbrica, ma ancora di trovarne alcuni, che pare non sieno stati trovati mai, od almeno nella vecchia chiesa non adoperati. Per questo ho voluto incaricare me stesso di fare una collezione intera di tutti insieme, che sommano al numero rilevante di ventisei specie e di offrire a questa Illustre Accademia di Agricoltura Commercio ed Arte i singoli campioni summenzionati".

Se queste erano per la montagna di un tempo le realtà economiche (quelle relative al marmo mai del tutto decollate), oggi le prospettive sono, anche in questo settore, cambiate. Oggi si guarda alla Lessinia come località turistica di interesse non soltanto locale, dal momento che gli alti pascoli dei lessini, in quella che è ancora chiamata la Podestaria, sono da ricordare come tra i paesaggi più suggestivi - e per fortuna anche più intatti - di tutta la provincia di Verona e forse dell'Alta Italia, poiché dalle cime che li sovrastano si godono le più belle visioni panoramiche sia della Lessinia che del Monte Baldo (dominante il lago di Garda), sia del Gruppo del Carega che delle Piccole Dolomiti, come infine, della Pianura Padana, sulla quale la Lessinia si apre come a balcone.

Come ricorda Anselmo Sauro, Bosco ha cominciato ad essere frequentata da un numero limitato di villeggianti sin dalla seconda metà dell'Ottocento, diventati poi migliaia da quando, nel 1926, il paese è stato dichiarato stazione di cura e soggiorno. Da allora il turismo è diventato fenomeno di massa, e nella sua clientela sono sempre stati presenti in gran numero i bambini anche della più tenera età, figli di quella buona borghesia veronese che qui, quando era difficoltoso o addirittura impensabile lo spostarsi in lontane località turistiche, passava l'intera estate, prolungando spesso il soggiorno fino all'inizio dell'autunno.

Ma la stagione che avrebbe qui le maggiori prerogative climatiche sarebbe l'inverno. Infatti, in questa stagione, quando il tempo è calmo e sulla pianura si addensa una fitta coltre di nebbia, che raramente raggiunge la quota di Bosco, si può godere di stupende giornate di sole con un cielo terso che consente una visibilità nel raggio di centinaia di chilometri.

Del resto il paesaggio invernale che sta alle spalle di Boscochiesanuova (Branchetto, Monte Tomba e Malga San Giorgio), non ha bisogno di illustrazione: piste per lo sci alpino e di fondo, ed escursioni, lo hanno in questi ultimi anni fatto conoscere a migliaia di turisti, stante l'agibilità, sempre garantita, delle strade di accesso, oltre che la buona disponibilità di alloggio offerta in loco. Prerogative, tutte queste, che fanno della Lessinia un punto di riferimento per molti sciatori che quassù arrivano facilmente e godono comodamente del sole e della neve offerti dalle piste più vicine della pianura padana.

Comunque, anche un soggiorno in estate non è da trascurare. Il paesaggio estivo dell'altopiano, infatti, presenta in tale stagione i suoi aspetti più singolari, dovuti al popolamento bovino che, per certi versi, richiama zone delle praterie americane, dando luogo ad una caratteristica animazione su tutta la fascia degli alti pascoli.

In questa zona, ancora incontaminata, sono possibili, non solo in estate, ma anche in primavera e in autunno, bellissime escursioni, avendo come meta quella serie di fenomeni naturalistici, ovvero il verde di prati e boschi ancora popolati da animali altrove scomparsi.

Qui c'è da andare a zonzo, senza stancarsi, per intere giornate. E non solo la natura, ma anche le attrezzature sportive e di svago esistenti, oltre che l'organizzazione turistica e la cordialità della gente, fanno di un soggiorno a Boscochiesanuova la vacanza ideale.

Boscochiesanuova gode anche, da qualche tempo, di un Museo etnografico iscritto nell'itinerario dei musei tematici della Lessinia. Il museo è ben allestito e conserva oggetti e documentazione fotografica delle attività, dei costumi e delle tradizioni della Lessinia. Come sezione staccata, esso annovera anche la "giassara" di Grietz, a testimonianza di una attività - quella appunto della fabbricazione di ghiaccio - a suo tempo caratteristica di tutta la Lessinia. La struttura del museo risponde chiaramente a un disegno leggibile, di proposta del materiale, per tutte le persone che ad esso si accostano, comprese le scolaresche della zona, ma anche di altra provenienza, che qui si danno appuntamento per meglio conoscere un patrimonio di usi e costumi che la sola memoria storica orale non è più in grado di conoscere e tramandare.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1997

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