Camillo Boito - Verona

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Camillo Boito

Mai nessun’epoca - come i decenni dall'annessione del Veneto al Regno d'Italia fino oltre all'avvento del regime fascista - fu così prolifica di restauri architettonici, in Verona e provincia, e soprattutto sul versante dei monumenti medioevali, civili e religiosi, romanici e gotici. Si assistette, in quei decenni, ad un fiorire d’iniziative che hanno dell'incredibile, anche per i costi che esse comportarono. Non c'è, infatti, chiesa o palazzo pubblico, d’età comunale o scaligera, sui quali non si sia intervenuto.

In piazza delle Erbe cure particolarissime ebbero la Domus Mercatorum, l'antico palazzo del Comune e la fontana di Madonna Verona; nella vicina piazza dei Signori le dimore e le sedi delle magistrature scaligere (il cosiddetto palazzo di Cansignorio o del Capitanio ma anche la sede della Prefettura o dell’Amministrazione Provinciale) oltre che, era pur ovvio, le Arche Scaligere e la chiesetta di santa Maria Antica.

Ma anche altri monumenti del centro storico videro interventi importanti: le chiese di santo Stefano, di santa Anastasia, di san Lorenzo, di san Fermo Maggiore, di san Zeno; il sacello delle sante Teuteria e Tosca; la cosiddetta grotta dei santi Nazaro e Celso; la pescheria; il portale del vescovado; Castelvecchio; e l'elenco potrebbe continuare, a dire dell'interesse dello Stato e della Civica Amministrazione verso una Verona medioevale completamente ricomposta e talvolta anche, per così dire, "rifatta".

Perché allora non si andava tanto per il sottile, in fatto di restauro, e, scoperta magari una traccia di ciò che ci doveva essere, si demoliva e si ricostruiva con una foga che a noi sembra disinvolta, abituati ormai, come siamo, a pensare che ogni epoca storica ha lasciato in antichi monumenti testimonianze successive che pur vanno rispettate e quindi conservate. Nonostante gli inevitabili "eccessi", quella fu, per il recupero dei nostri monumenti, una stagione importante. Se non ci fosse stata, oggi il volto di Verona medioevale sarebbe indubbiamente e profondamente diverso, e solo qualche pedante storico dell'arte sarebbe in grado di ricreare mentalmente quello che era andato in precedenza distrutto ed era stato giusto allora, con questi interventi, risarcito e reintegrato: i matronei di san Lorenzo, le merlature e le torri di Castelvecchio, i solenni archi del cortile del Mercato Vecchio, la quinta scaligera del palazzo della Provincia in piazza dei Signori, le facciate interne ed esterne del palazzo dei Tribunali e dello stesso palazzo dell'antico Comune. Avremmo forse una Verona più vera ma meno scenograficamente medioevale, nella quale ci risulterebbe più difficile far muovere e recitare i grandi personaggi della nostra storia.

Operatori, e per così dire "fomentatori" di tali importanti operazioni, furono cultori di storia, architetti, direttori di musei, "innamorati" della loro Verona. Si possono a questo proposito fare i primi nomi che vengono alla mente: il conte Carlo Cipolla, insigne storico medioevalista uno dei più grandi che ebbe l'Italia; I'architetto Giacomo Franco, uno degli assertori del movimento neo-romanico e neo-gotico con qualche simpatia anche per I'eclettismo; I'abate Angelo Gottardi e don Pietro Scapini, I'uno attivo come costruttore di chiese neo-romaniche e neo-gotiche, l'altro "ricostruttore" di san Lorenzo; I'ingegner Alessandro Da Lisca, primo soprintendente ai Monumenti; il professor Antonio Avena, direttore dei Musei Civici.

E su almeno alcuni di questi - quelli della prima generazione - la presenza costante di quel grande teorico e consulente che fu anche per essi Camillo Boito, l'onnisciente e onnipresente teorico del restauro, architetto e letterato di fama internazionale. Si tratta di quel Camillo Boito (1836-1914), architetto - fratello del musicista Arrigo, egli pure scrittore - figura di primo piano della cultura scapigliata della seconda metà dell'Ottocento, e che è il celebre autore della novella Senso, da cui Luchino Visconti trasse il famoso film con Alida Valli.

L'importanza di Camillo Boito è proprio nella sua attività di teorico e professionista dell'architettura, attraverso la quale teorizzò una nuova cultura adeguata alla nazione appena costituita, una nuova relazione tra passato e presente. L'ampiezza dei suoi interessi, la perspicace e tempestiva considerazione delle più significative questioni nazionali inerenti all'architettura, la nettezza della sua critica militante, la costante preoccupazione di dare fondamento teorico ad un quadro di riferimento dell'architettura non erano disgiunte da questa sua autentica "passione" per le questioni teoriche e pratiche relative al restauro. Architetto, storico, restauratore, critico d'architettura e di restauro, oltre che poeta e scrittore fertile, professore dalle vastissime competenze, Camillo Boito volle essere moderno, entrando con piena consapevolezza nelle contraddizioni del suo tempo, di cui senza timore portò su di sé anche i segni, ma a cui seppe dare, nello stesso tempo, un movimento, una direzione almeno in qualche caso risolutiva. Fondamentale è, tra l'altro, la sua nozione di monumento come testimonianza storica, oltre che come prodotto di stile, nozione tuttora viva e attiva, come ben fa fede l'attenzione che la critica ha sempre mostrato al pensiero di Boito, venutosi via via elaborando proprio a margine d’importanti restauri di monumenti medioevali nelle maggiori città dell'Italia Settentrionale.

Camillo Boito fu nello stesso tempo lucido e appassionato propugnatore di un’architettura nuova, di una scuola adeguata ad essa e ad una nazione da poco costituitasi, di una nuova relazione tra passato e presente e quindi di una posizione culturalmente ed operativamente differenziata fra conservazione delle architetture antiche e progettazione delle nuove. Facendo nostre le parole del fratello Arrigo, possiamo senz'altro dire come, relativamente a Camillo -nella vasta bibliografia d'arte, di storia d'arte, di critica, di pedagogia, d'estetica - le novelle appaiano episodi marginali.

Camillo Boito è stato anzitutto il massimo fra gli architetti e i trattatisti di questioni teoriche e pratiche d’architettura che l'Ottocento italiano abbia avuto; al punto che chi lo conobbe o lesse i suoi scritti fu automaticamente inserito, almeno come attento uditore, fra i protagonisti dell'internazionale della cultura architettonica e artistica del tempo, assieme a Francesco Hayez, Pietro Selvatico, Bernardo Celentano, Pier Olindo Armanini, Giuseppe Sacconi e Giuseppe Brentano, tanto per fare alcuni nomi.

Non sarebbe dunque necessario sottolineare oltre quanto sia stata importante la presenza di Camillo Boito nella vita della nuova Verona liberata dal giogo straniero, di questo architetto che, com’ebbe a ricordare Giovanni Rosati, non fu solo un nobilissimo artista, del quale la grande nobiltà fu incontrastata, ma fu altresì principalmente un maestro, un consigliere, un giudice per tutti quanti lo ebbero a frequentare, ivi compresi quei veronesi che a lui si rivolsero per ottenere consulenza sul restauro dell'antico palazzo del Comune, della Domus Mercatorum, del palazzo della Provincia.

Si crede sia fuor di discussione che gli atteggiamenti di buona parte di chi ebbe ad esercitare in quegli anni la professione d’architetto, progettista e restauratore anche a Verona, dipendessero direttamente o indirettamente da Camillo Boito. Si crede che molti uomini di cultura avrebbero potuto far propri questi apprezzamenti su Camillo Boito di Gaetano Moretti:

«Quanta efficacia avevano per me e per il ristretto numero dei miei compagni quelle sapienti lezioni! Bastavano pochi minuti d’analisi e di discussione perché quella parola calda, quel ragionamento serrato, quella esposizione logica di necessità tecniche, quelle sagaci considerazioni estetiche, quella ricerca, insomma, e quel collegamento di tutti i problemi minori che costituiscono il gran problema architettonico, si tramutasse per noi in stimolo efficace a tentare nuove vie e c'incoraggiasse ad ardimenti non mai pensati».

Certo: la scuola che Boito offrì a questi professionisti e dilettanti restauratori veronesi, della sua generazione ma anche delle generazioni successive (perché i metodi successivamente adottati restarono "boitiani"), non fu soltanto quella dei banchi accademici. Fu quella delle molte conversazioni che dovette avere con alcuni di loro in occasione dei suoi soggiorni nella città di Verona, dove veniva spesso anche accompagnato dai suoi allievi dell'Accademia milanese di Brera, in questa città medioevale: che il maestro amava di un grande amore e per il cui restauro - soprattutto sul versante dei monumenti romanici e gotici - aveva rilasciato, come si diceva, continue consulenze specifiche.

Va a questo punto ricordato come Camillo Boito suggerì anche ad alcuni di questi professionisti di dare una svolta alla loro esistenza, come quando sostenne il veronese Giacomo Franco nel concorso per la cattedra d’architettura presso l’Accademia di Venezia. Senza farlo pesare, perché l'incontro avvenne in osteria:

«Fu allora, nell'estate del 1869, che, come spesso soleva, capitò il Franco a Milano, e, perch'io lo conoscevo da parecchi anni e gli volevo già un gran bene, s'andava a desinare insieme. S'andò una sera fuori del centro del vecchio Bettolino sotto un albero denso di fronde, che metteva in ombra la tavola...».

E di lì a poco il Franco, di cinquantatré anni, fu nominato professore. Numerosi carteggi, numerosi epistolari, numerose relazioni (anche a stampa), ci conservano memorie delle strette relazioni avute da Camillo Boito con la città di Verona.
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