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Casa Mazzanti

Verona / Italia
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Delle piazze veronesi, quella delle Erbe - su cui si affacciano le case dei Mazzanti - è, senza dubbio alcuno, oltre che la principale, anche la più antica. Nel cuore della città romana - là dove s’incontrano cardo e decumano massimi - va collocato, infatti, quel Foro che è ancora ricordato, nel secolo decimo, dal Ritmo dell'Anonimo Pipiniano: «foro lato, spatioso, sternato lapidibus, ubi in quattuor cantus magnus instat forniceps» (la piazza grande, spaziosa, lastricata di pietre, e nella quale, ai quattro angoli o sulle cui quattro parti stanno dei grandi archi).

E anche l'Iconografia rateriana mostrerebbe un lato del Foro fronteggiato da una serie d’archi, sicché «unendo i dati di queste due fonti - annota il Franzoni - si arriva a costruire un portico che gira sui quattro lati del Foro e avente un arco al centro d’ogni lato, cioè allo sbocco di quattro diverse arterie stradali… il primo sarebbe sorto allo sbocco dell'odierna Via Pellicciai, il secondo allo sbocco di via Cappello, ed il terzo, forse, alla Costa», mentre resta di più difficile ubicazione il quarto.

Dell'antica pavimentazione in pietra della piazza mediamente quattro metri al di sotto dell'attuale - ci sono testimonianze archeologiche precise, come è testimoniata l'esistenza di un grande edificio romano fondato sullo stesso perimetro delle case Mazzanti, o almeno sulla loro stessa linea frontale verso la piazza. Già il Canobblo, nel secolo XVI, poteva del resto scrivere: «Dall'altra parte dove sono le spetierie si sono ritrovate molte antichità di colonne et altro et anche molte se ne veggono nelle cantine in opera».

Ancora il Franzoni ricorda come lavori di rinnovo condotti nel 1969 all'interno delle case Mazzanti, nella parte più vicina a volto Barbaro, abbiano messo in luce a livello delle cantine non solo la pavimentazione del Foro, in lastre di pietra rossa di Sant' Ambrogio, ma anche l'esatto limite nord-orientale del Foro: «Infatti, a filo con la facciata di Case Mazzanti la pavimentazione delle cantine (e cioè del Foro) termina addosso ad un limbello, oltre il quale si alza un gradino». All'interno di questo limite e totalmente al di sotto del suo livello si è riscontrata nella stessa circostanza anche la presenza di due ambienti coperti a volta, disposti nel senso della lunghezza delle case Mazzanti: «sono i resti - sottolinea il Franzoni - degli scantinati di un edificio romano che si allineava su questo lato del Foro, avendo la facciata quasi esattamente sul filo di quella di casa Mazzanti».

Piazza delle Erbe divenne dunque il cuore della città quando il pianificatore della Verona romana collocò in quest'area il Foro con il Campidoglio, la Basilica, altri pubblici edifici e gli archi, testimoniati da consistenti resti archeologici oppure da una vasta letteratura nutrita non soltanto da leggenda. Ma la piazza non cessò di essere centro mercantile nemmeno per tutto il medioevo e l'età moderna, fino ai nostri giorni, con i suoi mercati delle biade e delle carni, dei panni e dei vini, e d'ogni altro prodotto della terra o dell'artigianato, con le sue botteghe di orefici e di pellicciai, accanto ai banchi di cambio e di prestito.

E se per l'alto medioevo ci mancano -se si escludono il Ritmo e l'Iconografia - documenti di esplicita conferma, già per l'epoca precomunale si hanno invece precise testimonianze del ruolo che l'antico Foro continuava a giocare: accanto ad esso sono, infatti, testimoniati, da documenti rispettivamente del 1104 e del 1099, i due edifici della Zecca e del Macello. In epoca comunale poi, precisamente attorno al 1195, si terminava la costruzione del grandioso palazzo del Comune con relativa torre, che conclude, in prosecuzione delle case dei Mazzanti, il lato nord-orientale della piazza: palazzo che sostituiva, almeno nelle funzioni, una precedente domus fori, una casa cioè della piazza «in qua concio Verone fieri solet, cum ibi maxima multitudo populi veronensis adesset».

Ma è soprattutto nel periodo della Signoria che la piazza si venne riqualificando, anche se mai in precedenza aveva cessato di svolgere, come si è veduto, le funzioni proprie dell'antico Foro romano, cioè di centro degli affari. La piazza fu anzi, proprio in quest’epoca, ridisegnata con la costruzione, nel 1370, sul lato a settentrione, della torre del Gardello e, dove ora è Palazzo Maffei, di una loggia per i cambiatori; con la costruzione poi, sul lato verso la piazza dei Signori, a filo con il palazzo del Comune e la Domus Nova, della casa scaligera, con le botteghe e i magazzini delle biade, detta quindi dei Mazzanti; con la costruzione ancora, sul lato occidentale, della Domus Mercatorum, riedificata in muratura nel 1301 sulla precedente costruzione che era in legno, come molti edifici pubblici e privati dell'epoca comunale.

A sigillo di queste molteplici operazioni, condotte in varie riprese, ma in assolvimento di un disegno organico, Cansignorio avrebbe innalzato verso il 1370, nel bel mezzo della piazza, utilizzando pezzi romani e altri facendone allora appositamente scolpire, anche la fontana di Madonna Verona, intesa ad esaltare appunto Verona ed i suoi presunti o veri fondatori: «Est justj latrix urbs haec et laudis amatrix».

Era restituita così «come d'incanto - a dirla col Mellini - la vita divina al presunto simulacro, affatto inventato, di Verona pagana, collegandola, in un sapiente concerto allegorico, col miracolismo tellurico della virtù naturale, perennemente rigeneratrice, dell'acqua chiara, fresca e pullulante» qui incanalata dalla fonte del Lorì di Avesa, attraverso il ponte della Pietra.

Nel recinto della Platea Mercati Fori, ma anche nei recinti circostanti, come nel cortile del palazzo del Comune e nel cortile con loggia delle Sgarzarie, oppure nelle vie adiacenti, si venne così concentrando in questi secoli buona parte della vita commerciale della città, anche per comodità del cittadino ma soprattutto per opportuna sorveglianza dei gerarchi della vita civica, che comprendevano non soltanto i preposti alla Domus Mercatorum e ai vari Ministeria, i quali esigevano dai loro guadiati una rigida obbedienza agli statuti, ma anche gli stessi Signori ed i loro familiari.

Nell'età scaligera la sistemazione del mercato nella piazza delle Erbe e nelle sue vicinanze si fa via via sempre più completa. Sul lato nord, dove ora è il Palazzo Maffei, erano le tavole dei cambiatori, fra le quali una appartenente allo stesso Signore. Sul corso verso Santa Anastasia - la bina aurificum - si trovavano le botteghe degli orefici, mentre nella piazza, fra il corso e la Costa, al piano terra delle case che saranno poi dei Mazzanti - che avevano sul retro i venditori di panni pignolati - stavano le spezierie e le mercerie e sull'altro lato della piazza, quello di fronte, stazionavano altri mercanti di panni, traboccati poi nelle vicine Sgarzarie.

Nella parte inferiore della piazza stavano i banchi degli ortolani, dei venditori di carni porcine e di olio. Al di sotto del Capitello, sul lato del palazzo del Comune, si vendevano le biade (trasferite in seguito nel cortile del palazzo). Lungo la Costa vi erano i «sogari». Davanti alla Domus Mercatorum stazionavano i venditori di conocchie, i pellettieri, i «solaroli»: e qui presso erano pure i banchi dei sartori. Più in giù erano i venditori di filo, stoppa, cenere, e alcune beccherie, benché nel 1298 fossero state rimosse e portate di qua e di là del ponte Nuovo. Il pesce stava nella piazzetta tra la Domus Mercatorum e la Torre della Stadera ed infine la selvaggina verso Via Cappello. Insomma, tranne la legna ed il bestiame, che erano commerciati altrove, pressoché tutte le merci si potevano acquistare nella piazza o nelle sue immediate vicinanze.

Nell'ottica scaligera del primo recupero e della piena esaltazione della piazza nelle sue funzioni mercantili, va considerata anche la costruzione, o meglio ricostruzione, dell'edificio romano posto sull'area delle cosiddette case Mazzanti, probabilmente abbandonato nell'alto medioevo e forse rovinato definitivamente per effetto del terribile terremoto del 1117. Già si era intervenuti fra la bina centurariorum (volto Barbaro) e la bina sogariorum (via della Costa) a sistemare una domus ad ampliamento degli uffici comunali, chiamata quindi Domus Nova Communis Verone o più brevemente Domus Nova (un ponticello sopra la strada metteva in comunicazione i due edifici) nella quale furono sistemati casa e ufficio del podestà: essa è data come esistente nel 1254 e fu ricostruita nel 1277.

L'edificio posto sull'area delle attuali case Mazzanti apparteneva agli Scaligeri già all'inizio del sec. XIV. Non sappiamo come la Signoria ne sia entrata in possesso: probabilmente si trattava di un fabbricato di pubblico dominio anche in epoche precedenti e forse già da lungo tempo adibito a deposito di grano; a quest'uso comunque fu destinato quando venne in possesso dei Signori della Scala. Domus Bladorum quindi, così come la indicano numerosi documenti, ma anche Domus Mercariorum o Domus Pignolatorum perché se la parte superiore - raggiungibile dalla Domus Nova attraverso il ponticello sopra il volto Barbaro - era adibita a depositi di grano, la parte inferiore era invece adibita a botteghe e relative abitazioni dei merciai e dei venditori di panni pignolati, le une aprentisi per lo più sulla piazza e le altre sulla strada retrostante.

Con ogni probabilità le staciones, ossia le botteghe poste al piano terra, davanti e dietro le case, e sui lati minori di esse, erano fin da allora almeno in buona parte in legno ed ingombravano tutti i lati dell'edificio, cioè parte della bina mercarorum (sulla piazza), della bina aurificum (Corso Santa Anastasia), della bina pignolatorum (Via Scala Mazzanti), e della bina centurariorum (volto Barbaro).

Le case erano insomma interamente circondate da botteghe o meglio da banchi di vendita, costruiti davanti ai locali più interni riservati ai magazzini e alle abitazioni dei loro proprietari, e dovevano assomigliare assai alla staciones che si vedono riprodotte in quei Tacuina sanitatis che, forse copia di una unica matrice veronese, sono pervenuti, in varie edizioni manoscritte e figurate, fino a noi.

Così il Biancolini dalla cronaca dello Zagata: «Fece [Alberto della Scala] ridur in più bella forma la sua abitazione, o palazzo, che, è quello che ora chiamasi de' Mazzanti. Insieme fece fare anche il pozzo che è in capo al volto Barbaro; ma il bancale è stato mutato». La ricostruzione dell'edificio sarebbe insomma da far risalire all'epoca di Alberto della Scala, che governò Verona dal 1277 - dopo l'uccisione di Mastino - al 1301. Il Signore non la destinò peraltro -come una lapide ottocentesca posta sul lato di Corso Santa Anastasia può indurre a pensare - a sua abitazione, ma a pubblico granaio perché fin da quegli anni l'edificio compare indicato con questa qualifica.

Pare che il nuovo o rinnovato edificio scaligero abbia inglobato una torre di età comunale che doveva trovarsi sulla piazza a capo della bina aurificum, attuale Corso Santa Anastasia: almeno così la disegna Gino Sandri in una sua ricostruzione della contrada di Santa Maria Antica agli inizi del secolo XV. Ma di questa torre non è possibile riscontrare oggi alcuna traccia, mentre l'edificio scaligero è anch'esso scarsamente leggibile nelle attuali strutture per le reiterate modifiche da esso subite nel corso dei secoli, soprattutto con l'apertura o la chiusura di porte e finestre. Solo nel prospetto verso Via Mazzanti alcune finestre in cotto, voltate a tutto sesto, potrebbero rimandare a quegli anni.

Risale con ogni probabilità all'epoca di Alberto della Scala anche la prima redazione del volto Barbaro, diversa dall'attuale perché il volto fu successivamente modificato con la riduzione a uno stretto e basso introlo, quando invece in origine si doveva trattare di un sottopasso largo tre volte il passaggio odierno e alto almeno il doppio. Voltato a botte poteva assomigliare - tanto per avere un riferimento - al volto che oggigiorno unisce, nella vicina piazza dei Signori, il palazzo della Provincia a quello dei Tribunali, prima di sboccare alle Arche Scaligere. Esso fu dapprima ingombrato ai lati di botteghe in legno che furono poi trasformate in negozi in muratura: già nel 1337, il 3 giugno, Guglielmo da Pastrengo, giudice e procuratore del Comune di Verona, poteva, infatti, concedere ad alcuni campsores sei staciones «que sunt subtus voltam sive intratam inter domum novam et domum merzariorum» ed altre quattro staciones sempre «subtus voltam sive intratam inter domum novam et domum merzariorum», cioè fra la Domus Nova e le attuali case Mazzanti.

Sempre a proposito di volto Barbaro va sfatata la congettura che esso abbia preso questo nome dal fatto che nei suoi pressi sia stato ucciso Mastino della Scala: a quei tempi il volto si chiamava ancora voltam centurariorum o voltam a pignolatis. Fu soltanto a seguito di un intervento del Capitano Zaccaria Barbaro - il quale nel 1476 aveva interposto, su invito del Consiglio Comunale, i suoi buoni uffici presso i proprietari per demolire alcune botteghe che ingombravano il passaggio da Via Mazzanti alla piazza dei Signori - che il volto assunse questo nome, che compare per la prima volta nel 1501 in una supplica dei fratelli Francesco e Matteo Mazzanti al Consiglio della città: «Messer Zacaria Barbaro, capitaneo di Verona el quale come ognuno recordarà usò ogni diligentia et vigilantia in adornar detta strada».

Che si tratti di volto Barbaro lo si deduce anche dal testamento, datato 1515, di uno dei Mazzanti, divenuti nel frattempo proprietari dell'edificio confinante con il volto. Descrivendo i negozi che questi ha in Piazza Erbe così, infatti, recita il documento: «ltem alius murus sequens ad longum totus ipsius testatoris et fratrum ac nepotum, adherens volto Barbaro seu vie de Centurari, cui adherent seu annexe sunt quinque apothece, quarum prima est S. Dionisii, versus plateam magnam et alie sequentur ordinate versus viam Pignolatorum».

Nel programma degli abbellimenti praticati da Zaccaria Barbaro all'accesso alla piazza dei Signori dal volto dei Centurari, negli anni in cui si stava terminando la costruzione della Loggia del Consiglio, va collocata anche la costruzione del monumentale pozzo che è conosciuto oggi come il pozzo dei Mazzanti: «il più bel puteale della Rinascenza che Verona possegga - annota il Simeoni - è in marmo rosso, rivestito da grandi foglie d'acanto separate da ramoscelli che finiscono in fiori, formanti sotto l'orlo, gli otto spigoli. Vi sono inseriti il Leone di San Marco, lo stemma della città e dei rettori Andrea Diedo e Giacomo Marcello e del camerlengo che nel 1478 fecero rifare questo pozzo (già preesistente e che si diceva il pozzo di Donato)».

Nell'agosto 1926 il pozzo fu oggetto di un accurato restauro, la cui spesa fu sostenuta dall' Amministrazione Comunale: il pozzo presentava, infatti, deplorevoli guasti, non essendo stato oggetto, dalla metà del secolo precedente, di alcun lavoro di straordinaria manutenzione. Vennero in tale circostanza eseguiti i necessari lavori ad una delle due colonne che era in più parti sfaldata e così pure al relativo capitello, nonché al ferro che sostiene l'architrave di marmo e che presentava corrosioni per l'azione del ghiaccio. Il restauro comportò allora una spesa di ottomila quattrocento e settantadue lire.

Nel 1479 sotto il volto Barbaro scoppiò un incendio, così descritto da Jacopo Rizzoni: «Adì 29 Novembro se brusò tutte quelle boteghe, che era facte soto il volto apresso ala Speciaria dal Lion». Fu probabilmente di quella circostanza che si profittò per ricostruire le staciones in muratura, sovrapponendo ad esse, e occludendo quindi buona parte dell'originario volto, alcuni locali. E forse si deve a questa circostanza il precetto fatto a Matteo e fratelli Mazzanti - che allora vi possedevano non le case ma solo qualche ragione - per certi lavori abusivi.

È di questo torno di tempo anche la doppia loggia aggiunta, sul fronte verso Piazza Erbe, al prospetto trecentesco delle case Mazzanti: ad una loggia terrena che tuttora esiste - consistente in un porticato sostenuto da sedici colonne della rinascenza disuguali sia nell'altezza sia nei capitelli - faceva un tempo controcanto una loggia superiore - poi chiusa - con due archi a tutto sesto per ogni corrispondente arco ribassato del portico inferiore. Questo rivestimento fu voluto verso il 1480 dai proprietari, forse su sollecitazione del Comune a protezione dei loro negozi, dopo che probabilmente si erano eliminate le mostre in legno che avanzavano verso la piazza: un abbellimento che potrebbe far parte anch'esso di quei lavori ordinati da Zaccaria Barbaro a decoro della città. Molti di questi capitelli portano ancora stemmi. Insegne dei vari negozi, sempre a forma di stemma, si trovano confitte sotto i brevi architravi che legano le colonne al muro perimetrale delle case.

Si è già accennato come, mentre sulla via retrostante erano le staciones dei panni pignolati, sulla piazza si affacciassero invece quelle dei merciai cui si aggiungevano quelle degli speziali. Non stupisca l'accostamento, perché fino al 1549 fecero parte dell'arte dei merzari anche gli speziali, non potendo questi ultimi, per il loro numero relativamente esiguo, costituire una corporazione a sé. Se sia stato il provvedimento di raggruppare assieme le due categorie a determinare la presenza delle spezierie fra le botteghe dei merciai, alla base delle cosiddette case Mazzanti, o viceversa, non si saprebbe dire.

Già dal Cinquecento, d'altronde, le spezierie cittadine non erano tutte concentrate al piano terra della Domus Nova e delle cosiddette case Mazzanti. Ne troviamo, infatti, anche in altri siti della stessa piazza delle Erbe e ancora a san Quirico, a san Tomio, a san Sebastiano, sul ponte Nuovo, in piazza Bra’, e più tardi in ogni contrada cittadina. Ma ai Mazzanti e alla Domus Nova sono senz'altro da collocare quelle all'insegna dell'Angelo Raffaele (secc. XVI-XVII), della Colomba (secc. XV-XVI), dell'Asinello (sec. XV), del Leone (secc. XV-XVI).

Sono poi genericamente ricordate come esistenti in Piazza Erbe nell'ambito della contrada di santa Maria Antica (e almeno quindi sul lato orientale della piazza, se non proprio sotto le case Mazzanti) quelle all'insegna dell'Angelo (secc. XV-XVIII), del Cervo d'oro (sec. XVIII), della Corona (secc. XV-XVI), della Croce (secc. XV-XVIII), delle Due Colombine, dei Due Mori, del Medico (secc. XV-XVIII), dell'Oca (secc. XV-XVII), di San Dionigi, di San Giuliano (sec. XVI). Sempre alla base delle case Mazzanti potevano pur essere alcune altre spezierie ricordate come esistenti nella stessa contrada di santa Maria Antica, pur senza un'indicazione più precisa circa la loro collocazione: sono quelle all'insegna dell'Agnello (sec. XVI), dell'Angelo Gabriele (sec. XVI), del Cappello (sec. XV), del Carro (sec. XVI), del Cavallo (sec. XVI), della Cerva (secc. XV-XVII), del Re (sec. XVI), del Serafino e della Sirena (secc. XV-XVI).

Si è già veduto come, fin dal secolo decimoquinto, i Mazzanti tenessero spezierie alla base del fabbricato di cui ci stiamo occupando: in una aggiunta quattrocentesca riportata nel volume degli Statuti dei Farmacisti conservato all'Archivio di Stato di Verona, un elenco di spezierie con relative insegne si apre appunto con il nominativo di messer Ludovico Mazzanti, speziale all'insegna del Medico. Si tratta con ogni probabilità di quell' Alvise, medico, che - senza patronimico - è già ricordato nel 1433 come gestore di una farmacia sempre all'insegna del Medico, nella contrada di santa Maria Antica, e quindi, come è opinabile, su questo lato di piazza delle Erbe.

Ludovico - che in un documento del 1458 è indicato come figlio «quondam magistri Gulielmi Mazanti de Feraria» ed è detto «civem et habitatorem Verone in contratam sancti Sebastiani» - è ancora accertato nel 1482 come proprietario di una spezieria all'insegna della Colomba e nel 1504 (ma è già morto e per lui agiscono i figlio Matteo e Battista) come proprietario di una spezieria all'insegna del Leone.

Lo stesso Ludovico - che deve essere stato assai longevo - è con ogni probabilità l'artefice delle fortune della famiglia. Originario di Ferrara e abitante dapprima nella contrada di santo Stefano, e poi nella contrada di san Sebastiano - ivi risulta censito nel Campione d'estimo del 1473 per la notevole somma di due lire e dieci soldi -gestore di più speziere in piazza delle Erbe, ebbe numerosa figliolanza: Giorgio, Gerolamo e Matteo, Francesco, Battista, Giacoma e Agostino.

Di Giorgio, che nel 1508 risulta già defunto, sappiamo che ebbe tre figli: Lucrezia, Pierfrancesco e Ludovico. Ma ciò interessa la nostra storia soltanto per dire che anche la loro quota di patrimonio restò in famiglia, essendosi avviati entrambi i fratelli maschi alla carriera ecclesiastica. Analogamente anche le quote patrimoniali di Gerolamo e Francesco rimasero in famiglia: nati, come Matteo, a poca distanza uno dall'altro verso la metà del secolo decimoquinto, si dettero essi pure alla carriera ecclesiastica, divenendo entrambi canonici di quel Capitolo della Cattedrale di Verona del quale Francesco sarà poi anche arciprete.

In Cattedrale Francesco fondò la cappella dedicata a sant' Agata e a san Francesco, da lui dotata di beni ed ornata dal lapicida Domenico da Lugo: nella cappella dei Mazzanti trovarono riposo, con il fondatore, tutti i discendenti di Ludovico. Per restare alla cappella va ancora notato per inciso come lo stemma che i Mazzanti in quella circostanza adottarono sia quello del leone rampante che non è tanto un blasone nobiliare quanto l'insegna della bottega che, dopo la morte del padre, avvenuta attorno ma non dopo il 1496, Matteo conduceva.

Altri due figli di Ludovico furono Battista, pure speziale, e Agostino. Battista, che non era sposato e viveva in casa di Matteo, ebbe a sua volta un figlio naturale, Paride, pure speziale e successore dello zio Matteo nella conduzione della bottega. Agostino (già defunto nel 1516) ebbe invece due figli: Alessandro e Agostino. Quest'ultimo fu famoso giurista e quindi distante dagli affari che si svolgevano intorno alle botteghe della piazza.

Tutta l'attività economica delle botteghe degli eredi di Ludovico si trova dunque, nei primi decenni del Cinquecento, nelle mani di Matteo: i fratelli convivono con lui o comunque non addivengono a sostanziali divisioni di una proprietà che resta così in condominio fra tutti gli aventi diritto. Matteo - che prende in mano le sorti degli affari Mazzanti - è anche colui che acquista e fa decorare la casa sopra la quale sono le botteghe, nonché le case adiacenti, quelle appunto che passeranno poi sotto la denominazione di case Mazzanti.

Matteo Mazzanti, nato intorno al 1450, era stato avviato dal padre fin da ragazzo, con il fratello Battista, alla conduzione della spezieria della famiglia, nella piazza delle Erbe, accanto al volto Barbaro. Sposatosi probabilmente sui quarant'anni, verso il 1492, qualche anno prima della morte del padre, deve essersi trasferito nel secondo decennio del secolo decimosesto dalla contrada di san Sebastiano a quella di santa Maria Antica, nelle case che con i fratelli aveva acquistato su piazza delle Erbe.
Durante la breve dominazione su Verona dell'imperatore Massimiliano d'Austria (1509-1516) queste case, nel 1511, erano state regalate dall'imperatore stesso al suo luogotenente in Verona Giovanni Gonzaga, il quale le aveva subito cedute a Matteo e fratelli Mazzanti che qui peraltro, come si è già detto, accampavano da tempo loro ragioni su numerose botteghe e almeno fin dal 1500 anche su una casa, per il godimento delle quali pagavano un livello perpetuo alla città di Verona.

L'atto originale di compravendita delle case fra i Mazzanti e il Gonzaga non è stato rinvenuto, ma di esso esiste precisa menzione in una sorta di sanatoria redatta il 5 maggio 1517 fra i Mazzanti e i rappresentanti della Repubblica di Venezia, ritornata nel frattempo in possesso di Verona; nel documento si ricorda come nel marzo del 1511 Matteo Mazzanti, a nome suo e dei fratelli, avesse acquisito dall'illustrissimo don Giovanni Gonzaga, a sua volta donatario della Cesarea Maestà, un granaio parte coperto e parte non, sopra le spezierie e altre botteghe di diverse persone, sito in Verona in contrada di santa Maria Antica, confinante su di un lato con la Domus Nova che è abitata dai giudici del Podestà, su di un'altro con il corso (di santa Anastasia) su di un terzo con la piazza grande del mercato e dall'altro con la via dei Pignolati, lungo un perimetro di circa ventotto pertiche per i due lati maggiori e di otto pertiche e due piedi per i due lati minori.

Un grande granaio dunque, parte coperto e parte scoperto sopra le botteghe: poco più di un rudere che peraltro i fratelli Mazzanti si accingono subito a restaurare con grande dispendio di denaro. Che i lavori fossero iniziati subito ce ne fanno fede, oltre al testamento di Matteo, redatto il 12 ottobre 1515, anche i testamenti, stesi ancora il 12 ottobre 1515 e il 9 ottobre 1516, rispettivamente dai due monsignori fratelli di Matteo, tutti preoccupati che il patrimonio, fondato con le industrie del padre Lodovico e quindi con tutti i redditi loro e degli altri fratelli, non finisse in molte mani.

Nel testamento, dettato da Matteo Mazzanti, della contrada di san Sebastiano, in un locale sopra la bottega all'insegna della Rosa, nella casa costruita sopra le botteghe in contrada di santa Maria Antica, è detto che egli, sano di corpo e di mente, così dispone dei suoi averi: lascia qualcosa alle figlie Margherita moglie di Bartolomeo a Caligis (dalle Calze) della contrada dell'Isolo di sotto e Francesca moglie di Giovanni Battista del Padovano di San Marco. Il resto ai figli Ludovico, Bartolomeo e Antonio. Matteo si premura poi di sottolineare come le case e le botteghe fossero state restaurate dai Mazzanti a comodo della famiglia e a ornamento della città con grande dispendio di energie e impiego di grosse somme: si tratta delle case Mazzanti e di ben nove botteghe.

Gerolamo Mazzanti, canonico, abitante a san Sebastiano, liquida con duecento ducati il nipote Pierfrancesco figlio di suo fratello Giorgio, lasciando erede il fratello Matteo e i di lui figli Ludovico, Bartolomeo e Antonio, il fratello Battista (che convive con Matteo) e i nipoti Alessandro e Agostino, figli di suo fratello Agostino. Poiché lo stesso testatore e i suoi fratelli a prezzo non lieve avevano acquisito, e non senza grande spesa, lavori e preoccupazioni avevano costruito, edificato e ampliato, con decoro e grande utilità della famiglia ed onore dell'intera città (come ciascuno avrebbe potuto constatare), le botteghe e le case sopra di esse, anch'egli ripete poi come trovasse giusto che esse rimanessero ai discendenti maschi Mazzanti e non potessero essere alienate. Sempre Gerolamo con codicillo nel suo testamento, in data 9 ottobre 1516, toglie al nipote Pierfrancesco i duecento ducati che gli aveva assegnato in precedenza. Gerolamo aveva fatto anche un precedente testamento, in data 1 giugno 1508, con il quale lasciava a Ludovico e Pierfrancesco fratelli, suoi nipoti, figli di suo fratello Giorgio, già defunto, una casa a san Zeno e una bottega all'insegna della Vecchia sotto il volto della piazza.

Suppergiù le stesse cose, relativamente alle case e alle botteghe di piazza, dice anche il testamento del canonico Francesco, dettato nell'abitazione di costui nel Canonicato, contrada Mercato Novo, dove egli risiedeva in qualità di arciprete del Capitolo. E anche qui, come nell'altro testamento, risulta che i Mazzanti, oltre alle case acquisite da Giovanni Gonzaga, sono proprietari di diverse botteghe che fanno da contorno alla spezieria all'insegna del Leone, sempre nell'ambito dello stesso fabbricato.

L'altro fratello, Battista, aveva regolato i suoi rapporti con i fratelli già dal 25 giugno 1511, quando testando aveva lasciato qualcosa a suo figlio Paride, ma aveva nominato suoi eredi principali per tre quarti i fratelli Francesco, Matteo e Gerolamo e, una volta morto Matteo, i figli di questi. Un ultimo quarto del patrimonio a lui spettante sarebbe andato ad Alessandro ed Agostino fratelli, figli di Agostino e suoi nipoti: essi dovevano però dare conto dell'amministrazione a Francesco, Gerolamo e Matteo. Sicché, morto Giorgio prima del 1508, sistemate le cose con Battista nel 1511, Francesco, Gerolamo e Matteo rimasero arbitri della situazione.

Mentre però profondevano tante energie in restauri e miglioramenti degli edifici, i tre Mazzanti ebbero di lì a poco la disavventura di vedersi annullare dai Veneziani, tornati padroni di Verona, la vendita loro fatta dal Gonzaga. Ritornata, infatti, Verona sotto il Dominio Veneto, il procuratore generale e governatore di Verona Gian Paolo Gradenigo impose ai Mazzanti la restituzione delle case come facenti parte dei beni della Signoria che non potevano essere alienati da Massimiliano. Ne seguirono questioni, che si risolsero però con la conferma del possesso dell'edificio ai Mazzanti, i quali tuttavia dovettero sborsare ottocento ducati all'erario.

Si deve probabilmente a questo primo restauro delle case Mazzanti la decorazione a fresco delle facciate esterne su piazza delle Erbe, a partiture geometriche quadrangolari. Così come vanno riferite a questo restauro le finestre arcuate con i contorni parte in pietra simulata e parte in pietra viva, di sapore ancora quattrocentesco, nel corpo centrale dell'edificio.

I lavori edilizi dovevano essere da tempo conclusi nel 1529, quando le anagrafi comunali ci danno qui residente non solo Matteo, ma, sempre sotto il suo tetto, anche buona parte dei suoi parenti: oltre a Matteo, dunque, speziale all'insegna del Leone, di anni 80, sono con lui i fratelli don Francesco di 77 anni e Battista di 65; i figli di Matteo, Bartolomeo di 34 anni, Ludovico di 36, e Antonio di 30; Paride, figlio naturale di Battista, di 36 anni; don Agostino, figlio di Agostino e quindi nipote di Matteo di anni 28; Orsola, moglie di Antonio, di 32 anni, con i figli Giorgio di 12 anni, Gerolamo di 9, Paolo di 3, Angela di 4 e Margherita di un anno e mezzo; quattro donne di servizio (Margherita, Domenica, Lucia e altra Margherita} e ben cinque inservienti (Giovanni Battista, Bartolomeo, Giovanni, Francesco e Vincenzo). Una famiglia di ventitre persone.

Battista venne a morte, dopo aver di nuovo testato il 26 febbraio 1527, oltre il 1529; il canonico Gerolamo lo aveva preceduto nella tomba nel settembre 1518. Il 17 settembre 1534 moriva anche l'arciprete Francesco, lasciando al mondo, della vecchia guardia, soltanto Matteo che doveva allora essere sugli 85 anni: un'età avanzata indubbiamente per uno che si era appena preso la soddisfazione di chiamare il pittore mantovano Giorgio Cavalli a decorare l'edificio d'angolo fra Corso Santa Anastasia e piazza delle Erbe - allora appena ricostruito - nonché ad inserire altri quadri figurati sulle decorazioni geometriche a fresco che egli aveva fatto eseguire molti anni prima sulla facciata delle case verso la piazza.

Il nome del pittore mantovano era stato suggerito all'arciprete del Capitolo della Cattedrale, Francesco, da Giulio Romano, di cui il Cavalli era allievo? Può essere: soprattutto se si considera che i dipinti che Francesco Torbido eseguì, su cartoni del massimo fra gli artisti mantovani del Cinquecento, nel coro della Cattedrale medesima sono datati appunto 1534. Era allora vescovo di Verona quel Gian Matteo Giberti che aveva conosciuto Giulio Romano a Roma, come datario di papa Clemente VII.

Ad ogni buon conto, a coronamento del suo ultimo impegno, Matteo fece scrivere al Cavalli la targa che ancora lo ricorda e che tradotta suona così: Matteo Mazzanti, ha fatto eseguire tutto ciò ad ornamento della sua patria e per comodità di se stesso e dei suoi. E sarà appena il caso di notare come tornino qui le stesse espressioni che già erano comparse nei testamenti di Gerolamo e di Matteo una ventina d'anni innanzi: con decoro e grande utilità della famiglia e con onore della patria.

Sentendo avvicinarsi la morte, Matteo di nuovo testò il 19 maggio 1536. Nella sua casa in contrada di santa Maria Antica, giacente in un letto, malato nel corpo ma sano nella mente, lascia eredi universali, a parte vari piccoli legati, i fratelli Bartolomeo e Antonio, suoi figli legittimi. Nel caso si vogliano fare le divisioni fra i due, ad Antonio e ai suoi figli andranno la spezieria a Leone, con tutta la casa sovrastante, che è sopra altresì alle botteghe del volto Barbaro, sopra la bottega a Rosa e la spezieria ab Angelo, che è poi la casa abitata dal testatore stesso e che è valutata milleduecento ducati. Sempre allo stesso Antonio e ai suoi figli lascia l'arredamento, i vasi e gli strumenti della spezieria. Matteo mori circa un anno dopo, il 23 agosto 1537.

Con la morte di tutti i figli di Ludovico, fondatore della casata, i beni Mazzanti finirono in mano alla terza generazione. Se la prima aveva gettato le basi delle fortune della famiglia, se la seconda ne aveva enormemente accresciuto il prestigio, la terza, come è in quasi tutti i copioni della storia delle dinastie imprenditoriali, imboccherà il viale del tramonto. Il declino si consumerà anche abbastanza rapidamente: già pochi anni dopo la morte di Matteo, i figli di costui avevano cominciato a litigare, sia per l'amministrazione degli appartamenti affittati nelle stesse case Mazzanti, sia per l'amministrazione delle botteghe della piazza e del volto Barbaro, sia per l'amministrazione di vari terreni coltivati che essi possedevano nel territorio veronese.

Nella dimora di Matteo - sull'angolo fra la piazza e il corso - resterà, alla morte di questi, il figlio Antonio, così come risulta dalle anagrafi del 1541: il nucleo è composto da Antonio con la moglie e dal fratello Ludovico, da cinque figli (Gerolamo di 20 anni, Angela di 17, Paolo di 15, Margherita di 13 e Francesca di 7), da un fattore, da un famiglio e da due donne di servizio. Paride, il figlio naturale di Battista, abita pure nelle case Mazzanti ed è anzi lui a condurre la spezeria a Leone: ha moglie, un figlio di un anno, tre garzoni di bottega e due donne di servizio. Paride abiterà ancora qui fin verso la metà del secolo, quando si sposterà nella contrada di san Zeno Superiore dove il 10 aprile del 1560 farà testamento.

Ad Antonio le cose non andarono molto bene: dalle anagrafi del 1555 risulta che il figlio Gerolamo era stato bandito dalla Repubblica e con lui anche un nipote, Guglielmo, facente parte del suo stesso nucleo familiare. Gli archivi non hanno rivelato la ragione di questa messa al bando. Certamente comunque questa condanna del suo primogenito non giovò all'onore della famiglia per la quale i due banditi avranno rappresentato anche considerevoli perdite in denaro. Unico figlio maschio di Antonio, dopo il bando di Gerolamo, rimase Paolo che sposò una Angela Turco ed ebbe tre figli: Vittoria, sposata ad Antonio Pindemonte, Antonio, sposato ad Argentina Malaspina e Matteo, sposato a Chiarastella Zazzeroni.

Sarà appunto questo Matteo che ai primi del secolo decimosettimo, con i fratelli Antonio e Vittoria, dovrà rispondere di non essere in grado di pagare le tasse (i Mazzanti erano in debito di lire 57383, soldi 14 e dinari 6 per dazio della stadera). Allora però - come nota il Lenotti - il tempo non contava e si giunse al 22 ottobre 1617 prima che la Camera Fiscale decretasse il sequestro dei beni. L'8 marzo 1618, dalla loggia di piazza dei Signori, si procedette all'asta del caseggiato, che però andò deserta per mancanza di offerte. L'incanto venne rimandato al giorno 10 con una riduzione di prezzo base per ogni singolo lotto, ma riuscì ancora una volta infruttuoso, e venne portato quindi al giorno 20 con altra riduzione di prezzi. La casa venne infine divisa fra numerosi proprietari.

Non ci furono successive vicende di rilievo; va solo notato che la spartizione del fabbricato in un numero grandissimo di proprietà continuò fino ai nostri giorni e ciascuno dei proprietari cercò di fare il comodo suo, sopraelevando, abbattendo, chiudendo ed aprendo ingressi e prese di luce, tramezzando, e realizzando insomma tutte quelle «migliorie» che hanno in gran parte stravolto, nel corso di tre secoli e mezzo, l'assetto dato alle case da Gerolamo, Francesco e Matteo Mazzanti.

E tuttavia le case dei Mazzanti attirarono l'attenzione di molti, fra i quali anche John Ruskin che il 19 maggio 1841, in uno dei suoi molti soggiorni a Verona ne disegnò, in una veduta di piazza delle Erbe vista da est, la facciata, ora tornata, per quel che ne resta, a splendore, per il munifico intervento della Banca Popolare di Verona.
Fonte: Recup. C. Mazz.

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