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Alla base del monte Moscal, fra il lago di Garda e lo sbocco dell'Adige in pianura, Cavaion raggiunge, con il suo territorio comunale, anche l'Adige, in località Sega, che n'è popolosa frazione resa vivace tanto ieri quanto oggi, da segherie, un tempo anche di legnami ma ora soltanto di marmi scavati parte nel Caprinese e parte nella Valpolicella, sull'altro lato del fiume.

Vanno poi registrate alcune numerose località minori come Biccolari, Bossena, Casette, Mascanzoni, Mastego, Naiano, Pellizzara Pigno, Pressenga, Taborro e Villa di Sopra.

Il territorio è tutto dominato dal monte Moscal, costituito da un unico blocco di strati rocciosi, che s'innalzano all'inizio della piana a sinistra del Garda e alla destra della Valle dell'Adige. Il monte - che ha un'altezza media di 191 m. e la punta più alta di m. 438 - restituisce varie specie di fossili. Alla base di quest'altura si estende appunto, con Affi, Cavaion, le cui contrade sono sull'uno e sull'altro versante. Le acque piovane e quelle delle sue scarse sorgenti sono immesse nell'Adige dal torrente Tasso (o i).

La recente scoperta di un abitato dell'Età del Bronzo nei pressi del laghetto di Cavaion conferma che la zona è da tempo abitata, e ciò per le sue caratteristiche climatiche e per la fecondità della sua terra. Moltissimi dei materiali ceramici recuperati sarebbero degli "unici" nella letteratura dell'età del Bronzo dell'Italia settentrionale.

Oltre alla ceramica (numerosi i vasi integri riportati alla luce) sono stati qui recuperati oggetti di bronzo (lame di pugnali ad esempio), di pietra (punte di frecce, raschiatoi, elementi di falcetto) e d'osso. Sono state scoperte anche perle d'ambra e di pasta vitrea, delle "tavolette enigmatiche" e un numero straordinario di pesi di telaio, chiara testimonianza, quest'ultima, di una precisa attività economica.

Circa quattromila anni fa esisteva dunque, nel territorio di Cavaion, un villaggio preistorico adagiato ai bordi di un antico lago intermorenico. Nel 1980 questo piccolo lago, ormai ridotto a palude, fu bonificato ed i mezzi meccanici, affondando in un terreno prevalentemente torboso, portarono alla luce i resti di quell'antico villaggio.

I materiali raccolti in superficie, ed ora esposti al Museo Archeologico di Cavaion sono il frutto di ricerche effettuate soprattutto negli anni 1981-1987: essi ci permettono di conoscere un periodo ben delimitato della preistoria benacense e di individuare gli aspetti salienti della vita di un villaggio formato di capanne poste prevalentemente all'asciutto sulla sponda sud-occidentale di uno specchio d'acqua. Il villaggio, ritrovato nei pressi di località "Ca' Nova", è stato datato tra la fine del terzo millennio e l'inizio del secondo millennio avanti Cristo (età del Bronzo). Una caratteristica di quest'insediamento preistorico è la sua relativa durata, in quanto sembra che si sia sviluppato nell'arco di due secoli, tra la fine dell'antica età del Bronzo e l'inizio del Bronzo medio.

La scoperta dell'insediamento spetta a Mario Parolotti di Cavaion il quale, oltre ad avere tempestivamente segnalato alle autorità competenti I'affioramento della documentazione archeologica, si è molto adoperato affinché tali reperti fossero esposti in un pubblico Museo. Così grazie all'intervento della Soprintendenza Archeologica del Veneto e all'interessamento della Sezione di Preistoria del Museo Civico di Storia Naturale di Verona e dell'Amministrazione Comunale di Cavaion, il Museo Archeologico, organizzato con criteri didattici, è oggi una realtà, ed è meta di numerosi studiosi, turisti, scolaresche e di appassionati d'archeologia.

Il Museo, inaugurato nel 1990, ha consentito, in un secondo momento, di recuperare materiali archeologici di aree limitrofe e di epoche diverse, soprattutto di età romana, diventando così un "centro" che raccoglie testimonianze antiche della presenza umana in un'ampia zona dell'entroterra gardesano, ben distinta sia dall'area prettamente lacustre sia da quella montebaldina ed atesina. Il Museo è organizzato in tre sale espositive cui si aggiunge un atrio-ingresso polifunzionale. I materiali archeologici sono per lo più conservati in eleganti e funzionali vetrine e corredati da abbondanti apparati illustrativi e didattici.

Anche l'età romana ha lasciato in questo territorio qualche traccia. Come segnala Alfredo Buonopane, nel 1912, presso il progno di Valgnarola, s'individuò un recinto funerario. Fra i materiali allora recuperati, un'urna cineraria in pietra bianca contenente ossa combuste e due balsamari piriformi di vetro verdognolo, cocci, un'altra urna di vetro verde con coperchio, contenente, oltre alle ceneri una lucerna a volute con cane in corsa sul disco, due balsamari in vetro verde, frammenti di una serratura e suppellettile ceramica. Di particolare interesse, una statuetta in bronzo che fu così descritta: "alta cm. 7,5 rappresenta una persona giovane con tunica accosciata sopra un cippo, con la mano sinistra regge la testa inclinata col viso atteggiato a dolore e tiene la destra appoggiata al cippo".

Sempre Alfredo Buonopane ricorda ancora che l'importanza di Castagnar fu già intuita da Cavazzocca Mazzanti che nel 1913 segnalava la presenza di un'iscrizione inedita, oggi perduta: (...) / sorori / (...M?) / inicio M(arci) f(ilio) Proculo / fratri / Cassiai Sp(uri) f(iliae) Secundai / t(estamento) f(ieri) i(ussit); sotto all'iscrizione erano scolpiti due grifi.

Ma la scoperta più importante relativa a quest'epoca è dovuta a Luciano Salzani che ne riferisce, con altri, in un volume edito dal Comune di Cavaion assieme all'Associazione Archeologica Cavaionese. Si tratta della necropoli romana a Bossena, a sud-ovest del paese, in una piccola conca tra le colline moreniche. Otto tombe hanno qui restituito resti umani e vari oggetti fra i quali sono balsamari, ollette, bottiglie, coppe e bicchieri, piatti, lucerne, monete e monili.

Durante il Medioevo anche qui, come altrove, si moltiplicarono i segni di una religiosità espressa in una vivace organizzazione ecclesiastica che, con l'aiuto della popolazione e d'alcune famiglie cittadine che qui avevano i loro possedimenti, costellò il territorio di chiese. La più antica chiesa di Cavaion pare fosse quella eretta sul monte di San Michele, dove tuttora sussistono ruderi di una cappella dedicata al santo dei longobardi. Ed è tradizione che molte pietre di tale cappella siano state impiegate poi per la costruzione della chiesa attuale parrocchiale dedicata a San Giovanni Battista, tra il 1812 ed il 1830. Ancora da segnalare la chiesa dei Santi Faustino e Giovita, anch'essa - con le altre - d'origine assai antica (è menzionata in documenti del 1197).
Alcune ville sorgono nei pressi del capoluogo: fra queste la Ravignani e la Maddalena. Nella contrada Taborro, si trova invece villa Mangarotti, dove pare fossero resti d'edifici romani.

Splendida anche villa Saladini in località Cordivigo. L'attuale edificio settecentesco, assai semplice, è certo il rifacimento di uno precedente. La cappella gentilizia fu fondata (come attesta una lapide fissata sulla parete esterna) nel 1543, data probabile della costruzione della villa originaria. Contiene molte reliquie di santi (oltre 3000) raccolte dal vescovo di Cremona Marco Antonio Lombardo, nel 1770, proprietario succeduto alla famiglia Pignolati. La proprietà passò poi ai Moreschi e quindi ai Saladini. In mezzo al cortile vi è un pozzo che si dice dell'età romana, trovato nei pressi della villa durante uno scavo. La villa ha parco con viale di cipressi.

Località di grande importanza nell'economia tradizionale di Cavaion era anche la già citata frazione Sega, che prende come si è detto il nome dalle molte segherie che si trovano sull'Adige, del quale sfruttavano la forza motrice. Vi si lavorano, usando l'acqua del fiume, i blocchi di marmo da tempo immemorabile cavati dalle pendici del monte Moscal e del Caprinese. Di questi marmi -assieme a quelli della confinante Valpolicella - è fatta anche Verona e di essi si arricchì pure - sempre per via fluviale, dal porto nell'Adige e quindi per mare - l'edilizia monumentale di tutte le città della Pianura Padana e della costa adriatica.

Si è accennato al monte Moscal donde un tempo provenivano marmi bianchi da scultura particolarmente apprezzati. Noti come pietra d'Incaffi, essi furono ad esempio usati, nel secolo XVII, assieme a marmi di Sant'Ambrogio, nella fabbrica del Palazzo Ducale di Modena. Questa pietra, in particolare, servì per le ornamentazioni e le statue, essendo, come si è appena notato, la più adatta per eseguire opere di scultura.

Relativamente ai tufi o pietre tenere d'Incaffi, il geologo Enrico Nicolis alla fine dell'Ottocento così scriveva:

"Le cave della pietra d'Incaffi, che a Vienna, specialmente per il nuovo Palazzo Municipale, venne adoperata quale pietra dura, danno un materiale superbo, di eccezionale durevolezza, che vale circa L. 70 al metro cubo, squadrato, greggio, alla stazione di Domegliara. Il lavoro è intermittente. La proprietà delle cave spetta al cav. Alberto Bottagisio".

La presenza di pietre non poteva non dar luogo nel tempo anche alla presenza in loco di un buon numero di lapicidi. L'argomento è tutto da studiare, ma documenti di archivio cominciano a svelare, su questo versante, una realtà finora assolutamente sconosciuta.

Da Cavaion abbiamo, ad esempio, un Bernardino lapicida del fu Francesco della contrada di Sant' Andrea di Verona, testimone, il 25 novembre 1556, alla dettatura del testamento di Bernardino detto il Moro del Carbone, e, il 7 ottobre dello stesso anno, a quello di tale Bona, moglie di Alessandro Cerdone dal Boscarello.

Un lapicida di nome Giorgio del fu Giampaolo Martinelli dettò -sempre per portare qualche altro esempio - il suo testamento il 13 settembre 1600, "in loco dicto Mole, in pertinentia Cavagioni, in domo domini Johannis Antonii de Persico dicta le Colombare" (nel luogo detto Mole, in territorio di Cavaion, nella casa di Gianantonio da Persico, detta le Colombare). Cognominato anche da Incaffi, costui compare il 14 marzo 1593 come testimone alla dettatura delle ultime volontà di Maria del fu maestro Martino, lapicida pure esso da Incaffi. Anche della moglie di Giorgio esiste il testamento, dettato sempre il 13 settembre 1600, a Cavaion.

Ma oltre alle segherie di marmo, c'erano qui, un tempo, anche le segherie del legname da opera che, giungendo via Adige dal Trentino, trovava proprio qui la sua prima lavorazione in attesa di altre destinazioni. Sempre per fare qualche esempio qui, a Cavaion, e sempre in riva al fiume, erano anche le segherie di Nicolò Saibante del fu Tomaso, ricco mercante di legname trasferitosi da Egna a Verona. Il 13 agosto 1456 Nicolò fece un atto di donazione di ben 309 pezze di terra, che possedeva ad Affi, alla Caorsa e a Cavaion, alla Santa Casa di Pietà, donde la costruzione del Fondo Pietà, rimasto all'Amministrazione Provinciale di Verona (erede della Domus Pietatis, attraverso l'Istituto Esposti, poi I'IPAI), fino a qualche decennio fa.

Nella donazione Nicolò rinuncia alla Santa Casa di Pietà anche la sesta parte pro indiviso di una pezza di terra casaliva con una segheria "a segando, sive ferendo plancones" (ove si sega, ossia si tagliano i tronchi) con tutti i suoi marchingegni e con due chiusi di casa al servizio di essa segheria, con un orto e con tutti i diritti spettanti "iacentem in pertinentia Cavaion, cui seghe et domui coheret ex una parte flumen Athesis" (giacente in territorio di Cavaion e confinanti da una parte con il fiume Adige).

Il paesaggio dell'Adige iniziava qui ad arricchirsi - e rimase tale fino ad un secolo fa - di ruote idrovore al servizio di un'agricoltura che determinava la fisionomia paesaggistica ed economica di tutta la zona: di qui, a Verona, sul versante della Valpolicella come sul versante opposto, si affacciavano, infatti, sul fiume campi tenuti a granoturco e a colture arboree (pescheti e vigneti) e a cereali (frumento), fra paesi e forti, ville e casolari.

Un paesaggio agrario che era ormai definitivamente veneto, ed anzi tipico della fascia pedemontana del Garda a Treviso: frammentazione della proprietà in piccoli fondi, e casa rurale su ognuno di essi, offrivano l'immagine di una campagna popolata e ricca di vegetazione e di uomini, mentre le ville, poste nelle posizioni panoramicamente più belle, ci ricordano la presenza di un padrone, o almeno di un suo agente o fattore, in grado di tenere rapporti costanti con i contadini e seguire I'andamento delle coltivazioni.

La piantata veneta finiva anche qui per caratterizzare estesamente il paesaggio: il campo suddiviso al suo interno in strisce di piantagioni di viti sorrette da alberi vivi (olmi, aceri, salici, pioppi, noci e gelsi) e le parti interne ai filari sottoposte a coltivazioni arative a rotazione (cereali, foraggi e prato).

Bene Giuseppe Silvestri ha allora sottolineato come vario di motivi pittoreschi fosse da qui a Verona il paesaggio fluviale, non solo per la presenza di abitati antichissimi sull'Adige, come Volargne, Ponton, Santa Lucia di Poi, Arcè, Pescantina, Settimo, Nassar e Parona, ricchi di memorie storiche, di chiese, di case artistiche, ma per la serena bellezza di certi quadri e di certe scene, in cui fino a non molti anni fa gli antichi mulini e le gigantesche ruote idrovore, ora scomparsi, mettevano una viva e assai suggestiva nota di colore e un accento di arcaica, idilliaca poesia.

Prima di concludere queste sintetiche note occorrerebbe aggiungere almeno che oggi Cavaion va giustamente fiero di essere uno dei sei Comuni di quella zona che, secondo le disposizioni che regolano le denominazioni d'origine controllata, è detta "classica" per il Bardolino, vino conosciuto ovunque per quel suo bel colore rosso rubino chiaro, ed il sapore asciutto, armonico, che dà allegria (e che Marin Sanudo, al cadere del secolo XV, lodò particolarmente).

Ma di vini buoni Cavaion non ne ha solo a denominazione d'origine controllata, perché i vignaioli del posto han preso a mettere a dimora, con ottimo profitto altri vitigni, per esempio quelli del Chardonnay. E si producono così anche bianchi, deliziosi e magnifici champenois. Quanto poi all'olio, quello extravergine di certi uliveti che sanno di climi mediterranei, va detto ancora che il territorio di Cavaion è ricompreso, a pieno diritto, in quell'area la cui produzione può fregiarsi del marchietto del consorzio di tutela della Riviera degli Olivi. E anche questa è una vera e propria denominazione d'origine controllata.
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 2001

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