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Cerro Veronese

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Cerro è un Comune montano veronese adagiato a 800 metri d'altitudine nella Lessinia Centrale. Il nucleo principale dell'abitato, con municipio e chiesa parrocchiale, è circondato da numerose contrade di pochi casali ciascuna, disseminate su tutto il territorio: Praole, Carcereri, Cavazze, Foldriuna, Gonzoni, lonico, Montarina, Pra, Premagri, Roboli e Torcolo. Altre case sparse completano il paesaggio, mentre attorno al capoluogo si sono moltiplicate, negli ultimi cinquant'anni, ville e villette, singole e a schiera, nell'ambito di quel fenomeno edilizio che ha creato anche qui tante seconde case al servizio della città di Verona.

Partendo da Verona, Cerro si può raggiungere facilmente e rapidamente grazie alla comoda strada provinciale che, percorsa la Valpantena, conduce a Boscochiesanuova. Quest'industria della seconda casa ha per così dire in qualche modo salvato l'economia di un Comune che un tempo non era nemmeno considerato turistico. Dagli anni Cinquanta agli anni Settanta le contrade furono quasi interamente abbandonate dalla popolazione ivi da secoli residente, anche se adesso anch'esse stanno per essere riconquistate da chi ricerca un luogo di tranquilla villeggiatura ad un'altitudine particolarmente indicata per persone anziane.

La riscossa di Cerro risale al 1948, quando questo Comune, già unito nel 1929 a Grezzana, di cui era diventato una frazione, fu ricostruito, "dando inizio - com'è stato già osservato - allo sviluppo del paese che da allora cominciò a sfruttare la sua posizione e il clima eccezionale per diventare uno dei centri di soggiorno preferiti dai veronesi". Ma "l'ultimo grande passo verso la definitiva affermazione del Comune fu la costruzione della nuova strada provinciale tra Verona e Boscochiesanuova", sicché "i decenni seguenti videro un notevole incremento sia dell'edilizia, con il conseguente sviluppo dell'abitato (sempre però per quanto possibile nel rispetto dei luoghi), sia demografico, in controtendenza rispetto a tante altre zone montane".

Prima che il gran turbine dell'ultimo dopoguerra decretasse la fine di un'economia tradizionale basata sullo sfruttamento delle risorse locali, anche qui, come altrove, ci si accontentava di quel che la terra poteva d'anno in anno donare. Una breve scheda redatta alla fine dell'Ottocento ricorda che

"il territorio è fertile e ben coltivato, belli ed accuratamente tenuti sono i vigneti, numerosi gli alberi fruttiferi ed i gelsi. Discreto l'allevamento del baco da seta, del pollame, del quale, come pure delle uova, si fa esportazione. Dalle parti alte del territorio si ricavano castagne e fieno. Nel limite del Comune sonvi alcune case di pietra focaia e di uno schisto bituminoso, il quale brucia con fiamma chiara; vi si rinviene anche della lignite di qualità ordinaria. Sono in esercizio inoltre alcune cave di pietra da costruzione. Le latterie ed i caseifici sono un elemento importante di produzione nel paese ed occupano, specie nella stagione estiva, moltissima parte della popolazione".

L'attuale nome verrebbe al Comune da una grande pianta di cerro che si eleva di fianco alla parrocchiale e che conta non meno di tre secoli: grande dunque ma anche vetusta, con la sua circonferenza di ben quattro metri. Più esattamente, questo albero è una della poche sopravvissute piante che costituivano un'antichissima selva di cerri, andata distrutta nel corso dei secoli per mettere a pascolo anche questa zona lessinica, dopo che pur essa era stata sfruttata per ottenere legna da costruzione e da ardere.

Cerro Veronese, per distinguerlo da Cerro al Lambro (Milano), Cerro al Volturno (Campobasso), Cerro Maggiore (Milano) e Cerro Tamaro (Asti), era in secoli più lontani indicato come la Silva AIferia, toponimo già presente nel diploma del 970 con il quale l'imperatore Ottone I, accogliendo una supplica del patriarca d'Aquileia, elargiva da Pavia alcune concessioni al monastero veronese di Santa Maria in Organo. Allora e anche poi, in questa porzione centrale della Lessinia - chiamata anche montagna del Carbon per l'attività che vi si esercitava della produzione del carbone da legna (ma vi si esercitavano anche la produzione della calce e quella del ghiaccio) -avevano loro beni il Capitolo della Cattedrale, il Vescovado e i monasteri di San Zeno e di Santa Maria in Organo, oltre a molte famiglie dell'aristocrazia veronese.

Tali presenze non potevano non lasciare tracce significative in queste contrade lessiniche, che tuttavia si distinguono, sotto il profilo urbanistico ed archi tettonico, per delle caratteristiche tutte proprie, ed in particolare per le solide case che avevano un tempo il tetto di paglia intrecciata e di scandole di legno, sostituito via via da coperture in pietra e in cotto.

Le vicende delle popolazioni di questa media Lessinia centrale si intreccia del resto continuamente con la storia delle popolazioni urbane e pedocollinari in un'osmosi d'interessi, soprattutto in relazione allo "sfruttamento" della montagna veronese per la sopravvivenza e anche per il relativo benessere delle popolazioni locali, ma non disgiunto da quello che poteva essere il sostentamento e in alcun caso l'arricchimento del cittadino veronese, che alla montagna ha saputo guardare con l'occhio dell'imprenditore che qui investiva, con conseguente ritorno, parte dei suoi redditi.

Pascoli e selve vicino alla città, facilmente raggiungibili specie lungo le naturali arterie dei vaj, furono presto inseriti nei patrimoni privati, acquistati dai monasteri, ceduti ad esponenti d'oligarchie urbane che si avvicendarono a Verona, in età comunale e signorile ma anche oltre, fino ai nostri giorni.

Documenti relativi ad un lungo medioevo ci ricordano dunque come in zona fossero, oltre che numerose carbonare, anche numerose calcare e numerose ghiacciaie ("giassare"). Le carbonare producevano da cataste di legno, opportunamente congegnate, il carbone; nelle calcare era cotto il sasso che si trasformava così in calcina; nelle ghiacciaie era conservato il ghiaccio prodotto durante la stagione invernale nelle fosse d'alpeggio e portato in città durante la stagione estiva. Erano queste le attività industriali più importanti che integravano i modesti redditi provenienti dal settore agricolo, soprattutto dalla produzione di cereali e di patate, e dall'allevamento del bestiame.

Che queste attività industriali svolte in Lessinia siano assai antiche lo dicono sempre gli stessi documenti. Attestazioni di carbonare le abbiamo già alla fine del XII secolo. Si tratta, in questo caso, di un'attività che parrebbe strettamente legata all'immigrazione, anche costì, di comunità d'origine tedesca. E', infatti, in seguito al sorgere degli insediamenti permanenti di queste popolazioni di boscaioli-carbonari che prendono ulteriore sviluppo queste forme d'utilizzazione delle risorse ambientali.

Anche per le calcare la documentazione non difetta, favorita come fu, tale attività, dell'abbondanza in loco delle materie prime necessarie: la pietra calcarea e la legna da ardere. Dagli ultimi decenni del secolo XII la produzione della calce conoscerà uno straordinario sviluppo mai poi arrestatosi, e ciò in coincidenza con la ripresa demografica (e quindi dell'attività edilizia) in Verona città.

Da ultimo, ricordiamo le "giassare" per la produzione del ghiaccio, sulle quali si son di recente intrattenuti in un bel volume anche Bruno Avesani e Fernando Zanini, ricordando come tale produzione con relativo commercio del ghiaccio naturale fossero per Cerro e per tutta la Lessinia, una vera e propria risorsa economica. E "tutto ciò -ricorda Eugenio Turri - accadeva non più di cinquant'anni fa: l'attività si spense, infatti, subito dopo l'ultima guerra quando si ebbe la sostituzione del ghiaccio di montagna con il ghiaccio industriale".

Ci sarebbe, invero, qualche altra attività industriale da ricordare: sono quelle della produzione degli acciarini e della escavazione del marmo. La produzione degli acciarini era frutto della lavorazione della selce, qui detta folenda. Così scriveva nel 1885 Paolo Orsi:

"i luoghi del veronese presenti in addietro per la industria delle selci da acciarini, furono i paesi di Cerro nel Distretto di Verona, e San Mauro di Saline in quello di Tregnago. Colà veggonsi tuttora monticelli di schegge e rifiuti accumulati da anni e anni. Nel 1851 il De Stefani spediva a Lodi alla Ditta Cavezzoli molti quintali di quei rifiuti per la fabbrica di porcellane attivata in quella città. (…) al tempo delle guerre Napoleoniche la sola ditta Boldrini esportava da Verona cento barili al giorno di pietre da fucili, contenenti ognuno ventimila pezzi".

E sempre l'Orsi così prosegue:

"Colla invenzione degli zolfini e dei fiammiferi per uso domestico o delle capsule o altri fulminanti per i fucili, I'industria della selce da acciarino anche nel Veronese andò man mano scemando, per modo che circa l'anno 1845, di pietre da fucile si spedirono solo in Dalmazia e nel levante, e di quelle da acciarino nelle città marittime, nell'alto Tirolo e nella Baviera. Nell'anno 1837 Ferdinando l d'Austria, passando per Verona, volle vedere anche la fabbrica di aghi del suddetto Sig. Luigi Boldrini, ed in quella occasione 22 lavoratori di selci, fatti venire appositamente dal Cerro, furon fatti lavorare in presenza dell'Imperatore. La Ditta Boldrini spedisce oggi ancora selci da acciarino in sporta da 2 a 3.000 pezzi nelle piazze di Chioggia, Adria e Sinigaglia per uso dei pescatori e naviganti e manda a Trieste le più grandi prescelte per le navi mercantili. Alcune poche vanno anche nel Tirolo e nella Baviera: rare sono le piccole commissioni di selci da fucile per la Dalmazia e il Montenegro".

Anche dell'escavazione e della lavorazione del marmo e della pietra si sono occupati i già citati Avesani e Zanini. Marmi e pietre soprattutto destinati al mercato locale, cavati e lavorati da spezamontie lapicidiche producevano i materiali atti alla costruzione non solo delle abitazioni rurali ma anche all'edificazione e all'abbellimento delle chiese, degli oratori e dei capitelli, e che si dedicavano inoltre a costruire secchiai, camini, abbeveratoi, vasche per l'olio, sponde anulari per pozzi. Due erano le cave che un tempo erano qui sfruttate: quella del Vaio Caldo e quella di Tranfio, tra le contrade Montarina e del Torcolo.

Monumento d'arte di un certo interesse è, a Cerro, la chiesa parrocchiale dedicata a Sant'Osvaldo. A proposito di tale santo così scrive Angelo Orlandi:

"Si tratta di un santo di indubbia storicità, di cui parla San Beda nei suoi scritti, il culto del quale è giunto senz'altro attraverso la Germania fino a noi. Mentre si trova diffuso nelle diocesi friulane e in quella di Belluno e Feltre, da noi il caso di Cerro è unico. Pertanto si legittima l'ipotesi dell'origine della comunità parrocchiale di Cerro nel corso del XIII secolo; ma si può discutere se avesse la completa fisionomia di parrocchia o se si trattasse di una cappella che faceva capo a qualche chiesa vicina e alla sede plebana che aveva giurisdizione su tutta la vallata, cioè a Grezzana, della cui attività e funzione non esistono dubbi".

L'attuale tempio, di stile neoclassico, sorse alla fine del secolo XVIII sull'area di una precedente chiesetta. Fu consacrato il 28 agosto 1832 e conserva qualche altare e qualche pala di discreto valore artistico. Ma la religiosità popolare sopravvive soprattutto nei numerosi, caratteristici capitelli che tuttora decorano le varie contrade, fra cui la stele datata 1580 a Ruboli, la cappellina del 1752 a Belvedere, dove è anche una stele marmifera, le due edicole votive a Cavazze e alla Montarina, l'edicola votiva a San Vincenzo, datata 1686, e le edicole mariane in località Cancellata e Conche.

Sul monte della Croce sorge poi quella caratteristica costruzione ottagonale visibile da buona parte della provincia di Verona - come ricorda Virgilio Bertolini - che è un po' il simbolo di Cerro: è la cappella dedicata al Redentore. "Essa - annota Bertolini - fu costruita nel 1900 (e consacrata da Papa Leone XIII a Cristo Redentore) per volere del parroco e degli abitanti del luogo in sostituzione di una croce preesistente che ha dato il nome al monte. Nell'interno della cappella dietro l'altare (su cui spicca una tela di buona scuola) è stata ricavata una scaletta, con la quale è possibile raggiungere la balconata superiore la cappella stessa".

E ancora Bertolini:

"se si vuole godere di un panorama veramente unico, bisogna salire (pochi minuti dalla piazza) sul dosso della Croce, a quello che - senza tema di smentita - può essere considerato uno dei balconi naturali più grandiosi della Lessinia: di qui l'occhio spazia in tutte le direzioni per 360 gradi fino ad intravedere, nelle giornate limpide, i grossi centri della pianura, i gruppi montuosi oltre il Garda e - in particolari condizioni di trasparenza, ad esempio dopo un temporale che abbia ripulito la pianura dalle sue foschie - tutta la catena dell'Appennino settentrionale".

Cerro ha dato i natali a personaggi illustri: fra questi Angelo Vinco (1819-1853) missionario ma anche geografo dell'Istituto fondato da don Nicola Mazza. Nei suoi soggiorni africani raccolse un'infinità di notizie importanti sulle genti neolitiche. Ancor oggi a Cerro si mostra la sua casa natale in contrada Lavello. Sulle sue orme di missionario si mosse un altro veronese, Stanislao Carcereri (1840-1899), camilliano e pur egli missionario ed esploratore in Africa.

Anche il pittore e scultore Eugenio Prati (1889-1979) è figlio di Cerro. Il Prati se n'andò in Brasile nel 1926 senza far più ritorno, e morì a San Paolo, dove rimane gran parte della sua produzione artistica.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1998

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