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Chiesa dei Padri Filippini

Verona / Italia
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La chiesa dei Filippini, la chiamano tutti. E se si chiedesse a qualcuno a che santo sia dedicata, raramente si avrebbe una risposta. Molti veronesi non sanno, infatti, che anche questa chiesa è dedicata ai santi Fermo e Rustico, come lo è la vicina, imponente chiesa gotica che accoglie le spoglie mortali dei due martiri; e come lo erano altre tre chiese, la prima pure poco distante, eretta sul luogo dove, secondo la tradizione, i due santi avrebbero ricevuto il martirio (sorgeva dove è l'ex macello comunale); un'altra sempre in questi paraggi, all'inizio del lungadige Bartolomeo Rubele, edificata dove le spoglie dei due martiri sarebbero approdate al momento del loro ritorno a Verona; ed infine una terza, che si trovava alla Cortalta, accanto al ponte Garibaldi, sul luogo dove, sempre secondo la tradizione, i due martiri sarebbero stati imprigionati.

Anche per la storia della chiesa dei Filippini (così indicata perché qui risiede ed officia una comunità di padri della congregazione religiosa fondata da san Filippo Neri) bisogna rifarsi però all'area posta sul tratto finale della via (ora via Macello) su cui si affacciava prima l'antica dogana delle merci e poi il macello, e dove era appunto una delle citate chiese dedicate ai santi Fermo e Rustico, più comunemente nota come chiesa del Crocefisso, sopravvissuta fino ai primi anni del Novecento.

L'area su cui sorsero prima la dogana e poi il macello al ponte Aleardi, è interessata così alla storia urbana almeno fin dal secolo decimo, cioè da quando si hanno notizie dell'esistenza, in questa zona, di una chiesa dedicata appunto ai santi Fermo e Rustico. Tale chiesa era chiamata San Fermo Minore per distinguerla da San Fermo Maggiore, ed era appunto stata edificata sul luogo dove i due santi, secondo la tradizione, avrebbero subito il loro martirio, tra il terzo ed il quarto secolo. In questo tempio era anzi conservata, sopra l'altar maggiore - ma fu trasportata poi nella chiesa inferiore di San Fermo Maggiore - la pietra che sarebbe stata cosparsa del sangue dei due martiri, quando fu loro amputato il capo.

Nel 1139 la chiesa, che forse sostituiva un precedente sacello distrutto dal terremoto del 1117, era stata consacrata dal vescovo Tebaldo, secondo quanto asserisce un’iscrizione che dovrebbe essere ospitata oggi al Giardino dei Giusti. Accanto a questo tempio figurava anche un piccolo monastero, dipendente dal più grande monastero benedettino di San Fermo Maggiore, al ponte delle Navi. Per distinguerla da altre chiese, sempre dedicate ai due santi, questa fu indicata, fino all'epoca della dominazione viscontea, con l'appellativo di San Fermo Minore o di San Fermo Piccolo, e quindi come chiesa del Crocefisso, per non fare confusione ancora una volta con altra nuova chiesa di San Fermo Minore nel frattempo eretta, e che è appunto la chiesa dei Filippini.

Verso il 1256 infatti, quando i Francescani s’insediarono a San Fermo Maggiore, i Benedettini si trasferirono qui, nel monastero di San Fermo piccolo, dove a quell'epoca funzionava anche un ospedale. Ma nel 1389 Gian Galeazzo Visconti, per costruire la Cittadella, fece abbattere il monastero. I Benedettini costruirono allora, con i 600 scudi d'oro avuti come risarcimento, un nuovo monastero, ove è ora la chiesa di San Fermo Minore in Braida, vulgo Filippini.

Nella distruzione di San Fermo piccolo non furono peraltro travolti la chiesa e l'ospedale che continuarono a svolgere la loro funzione. E' nel 1469 che, in alcuni documenti, la chiesa e l'ospedale di San Fermo piccolo sono chiamati per la prima volta anche del crocefisso, in omaggio ad una croce stazionale che era collocata sull'altare maggiore della chiesa e alla quale si attribuivano capacità miracolose.

Il nuovo monastero, provvisto di chiesa, ebbe da subito un abate: tale Giovanni da Scardevare "uomo di gran conto", in carica dal 1395 al 1436, come asserisce Giambattista Biancolini. Poi, come tutte le importanti abazie venete, anche questa andò in commenda, vale a dire che i suoi ricchi proventi furono assegnati a nobili ecclesiastici che non facevano ivi residenza; godevano cioè del beneficio ma non svolgevano l’officio, così come accadde allora anche alle abazie di San Zeno e della Trinità, e allo stesso vescovado di Verona.

Erano, questi abati o vescovi commendatari, tutti rampolli di famiglie veneziane di grande nobiltà. A San Fermo minore si succedettero, nelle vesti di commendatari, Giovanni Barozzi, il cardinale Giovanni Michiel, Giuliano Giuliari, Gerolamo Giuliari, il nipote di costui omonimo dello zio, il cardinal Francesco Mantica, Carlo Mantica, Giovanni Richerio, Francesco Pisani, Pietro Basadonna, Francesco Foscari, Giambattista Foscari e altro Francesco Foscari, che nel 1712 concesse la chiesa, con case, corte, orti e cimitero, ai preti della congregazione dell'Oratorio di San Filippo Neri, i quali vennero ad officiarla nel 1715.

Così completa la storia, fino ai suoi tempi, lo storico Giambattista Biancolini: "1724 Maffeo Niccolò Farfetti vescovo e principe di Ravenna: questi fu l'ultimo degli Abati Commendatari di San Fermo Minore; imperciocché del pontefice Benedetto XIII, divotissimo di San Filippo Nerio (per la cui intercessione era stato preservato vivo ed illeso sotto le ruine del Palazzo Arcivescovile di Benecento caduto per terremoto allora quando v'era pastore) alle preghiere ed istanze del rev. D. Lodovico Armanni fu conceduto ad essa Congregazione e la Chiesa e 'l Monastero insieme colle rendite di quell'Abazia per Bolle 15 Aprile 1728, e Ducali 3 Luglio susseguente sottoscritte dal doge Alvise Mocenigo; con questo però che la detta Congregazione non potesse conseguire il possedimento delle rendite se non se dopo la morte del Commendatario; onde solo addì 21 Febbraio del 1741, per Mandato del Nob. H. il Sig. Carlo Vincenzo Barziza Capitano e Vice-Podestà di Verona, inerentemente alle dette Bolle e Ducali, furono posti al possesso delle rendite stesse i suddetti Preti dell'Oratorio",

Continua lo storico: "I Fondatori di questa Congregazione in Verona furono il Rev. D. Lodovico Armanni sopramentovato, il Rev. D. Benedetto Poli e il Rev. D. Mattia Stecherle. Passato poscia ad altra vita il pontefice Benedetto XIII, spiacendo al di lui successore Benedetto XIV la Collazione di questo Benefizio (reso vacante per la morte del Commendatario seguita nel tempo del suo Pontificato) disposto era a privarne la Congregazione de' suddetti Preti, ma protetti questi e favoriti dall'Eminentissimo Cardinal Quirini, che molto s'adoperò presso il Sommo Pontefice, furono rimasti in quieto e pacifico possedimento del luogo e delle rendite".

Ed eccoci allora all'insediamento ufficiale dei padri dell'oratorio di San Filippo Neri, che, pochi decenni dopo, decisero di ricostruire la chiesa, cambiandone l'ordinamento canonico e allineandone il prospetto all'antistante strada. L'idea di costruire la nuova chiesa venne ai padri Filippini nel 1746, essendo la vecchia "ritenuta angusta, incomoda e sconvenevole e incapace d'essere ridotta a buona forma". Di un primo progetto fu incaricato l'architetto Michelangelo Castellazzi, ma con scarsa soddisfazione per i risultati se, di lì a poco, l'incarico fu riaffidato ad Andrea Camerata definito "eccellente architetto veneziano". Fu costui che propose l'attuale architettura così vicina ai modelli palladiani.

La vicenda è narrata da un padre filippino in una memoria manoscritta del 1775, oggi custodita, come tutte le carte del convento (fino alla soppressione napoleonica) presso l' Archivio di Stato di Verona, e che così esordisce: "Quarantatré anni ufiziò la congregazione nostra nell'antica chiesa di San Fermo minor di Bra'; edificata su la fine del secolo decimoquarto da monaci neri di San Benedetto; risguardandola sempre mai con dispiacere e cordoglio perché angusta, incomoda, sconvenevole e incapace di essere ridotta a buona forma e mediocre decenza, e rammaricandosi grandemente, che le mancasse il modo di fabbricarsene una a suo piacere e bisogna. Quando nell'anno 1756, animata dall'esibizioni cortesi d'amorevoli e devote persone, cominciò a pensare seriamente all'impresa di nuova chiesa, e a far preparamenti per essa ebb'ella tosto la mira principalmente a conseguir un disegno ben architettato e decoroso e che nell'eseguimento non avesse da soggiacer a pentimenti e mutazioni, per cui si veggon soventemente le fabbriche o mostruose o imperfette".

Più di uno furono dunque i progetti presentati ai padri nella circostanza, ma "Fra tutti gli abbozzi o piante di chiesa, che in tale incontro da valentuomini furono presentati, preferì la congregazione quello del signor Andrea Camerata, eccellente architetto veneziano, il quale dipoi nel settembre del 1757 venne a bella posta a Verona per veder il sito, prender le giuste misure ed intendere più distintamente i nostri desideri e bisogni e perché portò egli seco un'altra idea di chiesa, ma senza i corridoi che dai più si bramavano, la qual piacque ad alcuni; fu necessario discutersi nuovamente la materia e determinarsene con voti la scelta: che quindi si fece del primo abbozzo nel dì decimonono del susseguente novembre. Di questa chiesa si mise egli allora a formarne tosto un disegno diviso in quattro pezzi; pianta, spaccatura, per lungo, per traverso e per facciata; travagliati con estrema esattezza, diligenza e finimento, e di grandezza più che mezzana, "i quali mi costarono (si dice in lettera de' 23 settembre 1776) sei mesi continui di inesplicabile fatica dalla mattina alla sera sino ne' giorni festivi": e sono in vero riusciti di tanta perfezione, che non fa duopo di modello perseguirli, questa appunto è stata la di lui intenzione nel lavorarli con tanto studio per risparmiarci la non piccola spesa che per modello vi abbisognava".

In effetti Andrea Camerata (1714-1793) - scelto dunque fra molti architetti che erano stati consultati e che avevano dato la loro disponibilità - non era l'ultimo degli architetti veneti del momento: i suoi interventi si registrano per la cappella della Madonna di San Luca nella chiesa di Santa Maria delle Grazie a Venezia (1753) e per il restauro del campanile di San Marco. Incerta la sua collaborazione alla torre dell'Orologio sempre in Venezia. Nota è invece Ia sua partecipazione al concorso per la chiesa di Santa Maria delle Grazie in Udine.

Fu appunto il brillante professionista veneziano ad entrare nelle grazie dei padri "il quale - come annota Arturo Sandrini - sulla scorta del revival palladiano allora in atto a Venezia e nel Veneto - basti pensare alla chiesa di San Vidal (1734-1737) eretta a Venezia dal Tirali; al duomo di Castelfranco Veneto (1720-1730) di Francesco Maria Preti; o alla chiesa dei Gesuiti a Venezia (1725-1743) di Giorgio Massari - non esitò a proporre, anche in una città assai poco sensibile al verbo del maestro vicentino come Verona, un progetto palesemente desunto dai modelli delle chiese di Andrea della Gondola".

Sempre Arturo Sandrini nota che "II recupero della palladiana facciata di San Giorgio Maggiore è infatti del tutto evidente nella concezione progettuale di San Fermo Minore: anche se va osservato come il Camerata non s'attenga a quell'unico modello, ma inserisca delle variazioni desunte in parte dalla chiesa del Redentore di San Francesco della Vigna. Da San Giorgio riprende i quattro fusti (ma i due estremi sono pilastri) d'ordine composito e di modulo gigante dell'episodio mediano, che tiene opportunamente separati; e con questi recide l'ordine minore, rappresentato nelle ali da lesene, pure d'ordine composito. La trabeazione ch'esse reggono aggetta quanto la cornice dello spiovente, senza però rientrare negli intercolumni dell'ordine gigante, com'era regola nel dettato palladiano". "Le altre novità che Camerata introduce rispetto al modello di San Giorgio - annota sempre Arturo Sandrini - si hanno nell'uso della finestra termale sopra il portale, citazione desunta da San Francesco della Vigna, nel portale timpanato, ripreso dal Redentore, qui però senza semicolonne a regger la trabeazione; nei semplici riquadri, anziché edicola a nicchia, posti a decorazione delle ali laterali. La pagina architettonica che il nostro qui compone, se pur denuncia la sua incapacità di formulare un pensiero compositivo autonomo, convince tuttavia per la felicità dei rapporti e la sostenuta eleganza delle forme".

Sempre secondo Sandrini, peraltro "Meno riuscita appare invece la soluzione progettuale dell'interno il cui impianto ad aula unica con due cappelle laterali per fianco, risulta condizionato nella scelta dei rapporti proporzionali, dal limitato spazio a disposizione in senso longitudinale, onde non invadere con l'abside il vicolo retrostante. L'invaso vien quindi privato di quella tensione e di quella energia che è caratteristica ad esempio del Redentore, cui Camerata sembra qui rifarsi. Ne riprende infatti con una certa fedeltà i partiti decorativi con colonne e paraste corinzie, irrigidendo i quattro vertici dell'aula con il profilo laminare di un pilastro, e un pilastro ripropone quale imposta dell'arco trionfale. Ma a questo punto finisce ogni possibilità di riscontro con l'insigne capolavoro palladiano. Infatti lo spazio presbiteriale non si dilata nelle absidi laterali e neppure filtra in un vano retrostante attraverso la scenografica esedra di colonne libere nello spazio. Né convince la cupola ricavata sopra l'area presbiteriale, raccordata direttamente ai pennacchi senza tamburo con relative aperture, e quindi priva di quell'effetto d'alta luminosità che caratterizza invece il Redentore".

Ma sarà il caso di soffermarsi ancora sull'inedita relazione, cui si è già accennato, che così prosegue: "Di fatto prima di fabbricarsi la cappella maggiore ci fu chi bramò si facesse almeno di quella il modello, e si fece. Pur nel proseguirsi la fabbrica d'essa, nacque contesa fra gli artefici intorno lo sporto del davanzale e degli stipiti dei fenestroni, ed esaminatosi con particolar accuratezza il disegno, trovossi negli adombramenti d'esso lo scioglimento dell'insorta quistione tanto son que' disegni diligentemente e scrupolosamente lavorati e finiti. Avuti questi determinò la congregazione dopo alcuni mesi di metter mano all'opera; e benché sprovveduta di proprio denaro, a' 3 di gennaio del 1759 fece decreto di dar principio alla fabbrica della nuova chiesa con le limosine che venisser offerte dà buoni cristiani, ed a 16 dello stesso mese, giorno di domenica, il Prè Giuliano Ferrari di felice memoria, allora Proposto con delegazione speciale di monsignor Camillo Rizzoni canonico e vicario capitolare, verso il mezzo dì con l'assistenza di tutta la congregazione e d'altri ecclesiastici, e con buon concorso di popolo, benedisse solennemente la prima pietra: che fu messa tantosto nel fondamento dal presbiterio dalla parte dell'evangelio nell'angolo interno del pilastrone, che sostien l'arco esteriore d'esso presbiterio. E perché s'è voluto ritenere l'antico titolo de' nostri santi Fermo e Rustico, si fecero prima scolpire le seguenti parole intorno alla croce della facciata superior d'essa pietra: D.O.M. sub titulo 88. MM. Firmi et Rustici".

Nel 1759 la fabbrica vide dunque la benedizione della sua prima pietra e l'avvio dei lavori, che continuarono tosto fino al 1791, sovvenzionati dalle elemosine dei devoti e altresì dalle contribuzioni dei padri Filippini. Così, infatti, ancora la citata memoria: "si diede subitamente principio alla fabbrica della nuova chiesa e quasi tutti gli anni o poco o molto s'è fabbricato: sì che di presente [1775] si vede finita la cappella maggiore e il principio della chiesa fino alle cappelle minori; dalla parte destra alzate due cappelle e due intercolumni fino ai capitelli; terminata la sagrestia e soprasagrestia e 'l muro contiguo del corridore sino alla casa; e 'l campanile fuor di luogo costrutto per modo di provvisione; e fatte finalmente due sepolture, una in sagrestia per la congregazione, l'altra nell'ingresso della chiesa allato dello stesso corridore per la parrocchia, tutto ciò s'è fatto principalmente con le offerte dei divoti: dico principalmente, perché la congregazione non ha mancato di contribuire di quando in quando somme secondo le sue forze, non tanto piccole".

E ancora "per quanto io posso calcolare a quest'ora le costa la nuova chiesa duemilacinquecento ducati; ora dandone de' suoi; ed ora prendendone a censo, come rilevasi eziandio da decreto de' 4 di febbraio dell'anno 1767, in cui determinò ella di prenderne novecento in tre anni a quest'effetto. Un altro ne ha fatto la scorsa primavera di cercar modo di averne quattro o cinquemila, per terminare in qualche modo la chiesa; e così ripararsi dalle intemperie delle stagioni, che la rendono proprio impraticabile; e liberarsi, eziandio dall'imminente pericolo di vedersi un dì o l'altro cader in testa parte della vecchia. Ma attese le presenti leggi sovrane, non ha per ancora potuto aver effetto questa determinazione: sperasi non per tanto fondatamente, che sia per averlo in breve tempo".

Il buon padre ancora sottolinea: "Oltre questa somma sborsata dalla congregazione, un'altra maggiore ne han somministrata paritamente i soggetti d'essa del proprio; parte in danari contanti, parte in pagamenti de' censi o vitalizi sopra danari presi per la fabbrica, e parte in limosine di messe lasciate alla medesima fabbrica: e la quantità di questa somma, per quel che ho potuto indagare, io computo che dal principio sino al dì d'oggi possa montare a più di quattromilacinquecento ducati".

Terminata la fabbrica, la bella chiesa neoclassica venne in seguito arricchita di numerose opere d'arte, in aggiunta a quelle trasferitevi dalla precedente chiesa (officiata in antico dai Benedettini). E dopo le demolizioni della chiesa del Crocefisso (sul luogo, come si è veduto, del vecchio macello al ponte Aleardi) la chiesa ospitò anche la bella croce stazionale trecentesca che era colà custodita, salvatasi miracolosamente dallo scoppio delle polveri della Torre della Paglia, e di nuovo salvatasi quando nel corso dell'ultima guerra la chiesa dei Filippini fu gravemente danneggiata da un bombarda- mento aereo.

Nell'immediato dopoguerra la chiesa fu opportunamente risarcita nelle sue linee architettoniche originali e riaperta al pubblico. Alcune opere d'arte distrutte furono sostituite da altri arredi mentre la croce stazionale trecentesca finì a Sommacampagna, in collezione privata.
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 2001

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