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Duomo di Verona (Storia/Est.)

Verona / Italia
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Indirizzo Orari Biglietti
Piazza Duomo - Verona Inverno (Novembre-Febbraio): Feriali 10.00 – 13.00/13.30 – 16.00 Festivi 13.00 – 17.00
Estate: (Marzo – Ottobre): Feriali 10.00 – 17.30 Festivi 13.00 – 17.30
CENNI STORICI

Agli inizi del IV secolo inizia la cristianizzazione e l'organizzazione del sito quale sede primaria della Chiesa veronese. Rispettando il tracciato del terzo cardo, fu così costruita nella prima metà del secolo una chiesa a pianta basilicale oggetto di un parziale restauro già poco oltre la metà del secolo, verosimilmente all'epoca dell'episcopato di San Zeno (362-372 c.). Tale costruzione, a tre navate ed una sola abside, era caratterizzata da un podio presbiteriale rialzato rispetto il piano delle navate, e ulteriormente isolato da queste per mezzo di transenne, che oggi è visitabile grazie allo scavo sotto e a fianco di Sant'Elena.

Degli annessi poco sappiamo, anche se ad est, oltre l'abside della basilica, vi sono tracce di murature che continuano in direzione dell'attuale cortile del vescovado: è inoltre verosimile che il primitivo battistero, alla cui esistenza accenna anche un passo dello stesso San Zeno, fosse collocato a sud-ovest, ossia dove esiste tuttora nella veste conferitagli in epoca romanica (la chiesa di San Giovanni in Fonte).

È comprensibile che, in questo momento di crescita per la cristianità veronese, la prima basilica (m. 37,50 x 16,90) potesse risultare ben presto troppo piccola. Fu eretta così, già nella seconda metà del V secolo, una nuova più grande basilica (m. 72,80 x 29,20) anch'essa a tre navate con la sola abside centrale, il nartece (forse preceduto da un atrio quadriportico), e mosaici pavimentali, con i nomi dei benefattori. La seconda basilica ebbe vita lunga. Il suo abbandono non avvenne prima del VII-VIII secolo e va collegato all'incendio del complesso episcopale ricordato come cosa recente in un documento dell'anno 806. Lo dimostrano alcuni interventi alle sue strutture, legati sia al mutare delle esigenze liturgiche, sia alle necessità di manutenzione e di restauro.

Un primo grosso intervento sembra essere del VI secolo: contro il fianco destro del recinto della solea furono addossate due strutture semicircolari che si sovrappongono ai mosaici del V secolo e che presentano incassi che fanno pensare allo scorrimento di un assito ligneo; nel settore occidentale della navata destra è stata inoltre trovata traccia di un muro traversale, pure sovrapposto ai mosaici, che fa pensare ad un vano ricavato vicino all'ingresso.

La basilica paleocristiana nata nel V secolo doveva far parte di un complesso edilizio-monumentale assai importante, tale da giustificarne l'uso quale sede dell'episcopio. Probabilmente spetta a S. Annone (750-780), primo vescovo ad essere qui sepolto, aver pianificato la vasta opera conclusasi sotto l'episcopato di Ratoldo (803-840), e che comportò lo spostamento a sud, nell'area tuttora occupata, della cattedrale, che per la prima volta è esplicitamente detta dedicata a Santa Maria (Ecclesia Sanctae Dei Genitricis Mariae; Ecclesia Matricularis).

Della ricostruzione-restauro d'epoca carolingia nulla resta, perché il rifacimento romanico seguito al terremoto del 1117 comportò una totale ridefinizione architettonica dell'edificio. Secondo studi recenti, anche il così detto atrio di Santa Maria Matricolare, la struttura cioè a volte e colonne posta di fronte alla chiesa di San Giovanni in Fonte, tra la cattedrale e Sant'Elena, non può essere considerato parte della basilica pacifichiana, bensì un passaggio coperto di comunicazione tra le due chiese risalente, come i pulvini ed un capitello già ritenuti anch'essi delI'VIII o IX secolo, al XII.

Della costruzione pacifichiana, che "grosso modo" corrisponde in dimensioni alla navata centrale della basilica del IV secolo, sono tuttora leggibili, all'interno di Sant'Elena, ampi resti di murature, perché il rifacimento romanico si limitò in questo caso a restaurare le pareti rispettandone la planimetria, nonché all'esterno, sotto il portico quattrocentesco, la piccola trifora che utilizza piccoli capitelli e colonne di spoglio: gli ampi finestroni sulle pareti interne, sostituiti nel XII secolo da più strette monofore, sono invece del X o XI secolo.

Parte del lato occidentale del chiostro, oggi occupato dalla Biblioteca Capitolare e dal Museo Canonicale, insiste non solo sulle fondazioni del nartece del V-VI secolo, ma anche su strutture più tarde che del nartece riprendono l'alzato. Quello orientale, dove pure sono state riscontrate fondazioni più tarde, esibisce paramenti murari in filari di cotto alternati a ciottoli di fiume, nettamente diversificati da altri in tufo più agevolmente riferibili al romanico, che, se non sono dell'epoca pacifichiana, di certo precedono la ristrutturazione del XII secolo.

Nulla sappiamo degli edifici ad ovest del chiostro, verso vicolo San Girolamo, che si è supposto possano insistere sull'area di un atrio quadriportico collocato di fronte all'ingresso della basilica del V secolo. Qui è possibile abbia trovato sistemazione lo xenodochio fondato, in suo proprio, nella prima metà del IX secolo da un certo Alcuino, identificabile con l'omonimo suddiacono citato in documenti dell'833 e 844.

ARCHITETTURA ED ESTERNO

L'articolazione dell'area episcopale e canonicale voluta da Ratoldo e Pacifico nella prima metà del IX secolo fu sostanzialmente ricalcata nel corso della ricostruzione romanica seguita al terremoto del 1117: un chiostro canonicale, probabilmente già nella forma attuale, è citato a partire dal 1123; pure del 1123 è la ricostruzione di San Giovanni in Fonte voluta dal vescovo Bernardo (1122-1135); il restauro di San Giorgio, o Sant'Elena, precede il 1140, anno della riconsacrazione da parte del patriarca Pellegrino della chiesa, dopo l'avvenuta profanazione dell'altare maggiore.

La cattedrale venne riedificata a partire dal 1120 circa e consacrata il 13 settembre 1187: la sua struttura, se pur alterata dai rifacimenti successivi che in ogni modo non comportarono mutamenti in pianta, resta leggibile in parte dei paramenti murari, nei resti dei fregi scolpiti e nei due protiri. Si trattava di una chiesa a tre navate, con profonda abside centrale e corte absidiole laterali ricavate nello spessore del muro, d'altezza minore dell'attuale e verosimilmente scompartita da due file di quattro pilastri alternati a tre meno robuste colonne in parte forse identificabili con quelle adattate verso il 1502 nella loggia del cortile del vescovado: la copertura doveva essere a capanna con travatura lignea a vista.

La facciata e il corpo absidale sono in tufo, mentre sui fianchi conci di tufo si alternano a filari in cotto, secondo tecniche costruttive tipiche dell'edilizia romanica nel Veronese. L'altezza originale delle navate, circa due terzi dell'attuale, è data, in facciata e sul fianco meridionale, soprattutto dai tratti di fregio ancora in opera. Sulla facciata, tripartita da contrafforti triangolari, notiamo tra questi e i due finestroni gotici, sia a destra sia a sinistra, i resti già di coronamento d'archeggiature con trabeazione che suggeriscono l'altezza delle navate laterali: tale altezza, alla quota inferiore, è segnata anche all'inizio del fianco meridionale, presso l'angolo, da un frammento di fregio. Per la navata centrale, l'altezza è suggerita in facciata dall'altezza dei contrafforti divisori: al centro invece i rifacimenti del 1587 lasciano solo immaginare la struttura primitiva, verosimilmente occupata da una bifora centrale.

Tolta la facciata, oggetto verso il 1139 di un nuovo anche se parziale intervento per opera di Nicolò, l'edificio e la sua decorazione sono attribuiti agli anni Venti-Trenta del secolo: all'epoca dell'intervento dello scultore emiliano, la fabbrica doveva anzi essere sostanzialmente definita e a questo suo momento iniziale è riferito anche il protiro laterale. Esso è formato da due ordini di colonne architravate che reggono un arco a tutto sesto con volta a botte e timpano triangolare sormontato da un leone scolpito. I fusti delle colonne inferiori sono d'epoca romana e sostengono capitelli romanici figurati agli angoli (figure femminili a sinistra e leoni a destra). Anche i pulvini sovrastanti sono scolpiti: a sinistra, troviamo sulla fronte una donna che regge due coppe e, sui fianchi, un pesce con un leone e due uccelli; a destra un uccello per ogni faccia.

I sostegni delle colonne superiori raffigurano a sinistra la Storia di Giona scolpita a bassorilievo sulle facce di un parallelepipedo (internamente Giona inghiottito dal mostro, sulla fronte lo stesso miracolosamente uscito salvo, sul fianco esterno due mostri alati) e a destra un leone scolpito a tutto tondo: i due capitelli superiori ospitano invece le figure dell'Angelo e della Madonna annunciata. Resti d'intonaci e d'affreschi trecenteschi sono infine sulla parete sopra la porta e nella volta a botte.

Un discorso a parte merita l'intervento in facciata di Nicolò e aiuti, attestabile verso il 1139, anno che un tempo era ritenuto quello dell'edificazione della cattedrale: quest'intervento riguarda l'esecuzione del protiro principale, ma è probabilmente da legare anche ad un rimaneggiamento della facciata.

Firmato sul coronamento esterno del piano inferiore, il protiro principale è strutturato su due piani. L'inferiore, in marmi bianchi e rosati, presenta due colonne tortili con capitelli corinzi appoggiate su grifi stilofori: queste sostengono un arco a pieno centro con volta a botte esternamente impostato su due telamoni, e ai cui lati stanno le figure di San Giovanni Evangelista e del Battista. Conclude in alto il piano un fregio orizzontale con archetti tondi entro cui si alternano fiori e scene di caccia, mentre l'interno della volta reca in bassorilievo i Simboli dei quattro Evangelisti e fasce con rosette e tratti di fregio.

Il piano superiore, in tufo, ha anch'esso un arco a tutto sesto e botte interna, ed è sormontato da un timpano triangolare con spioventi lavorati ad archetti rampanti: il tutto si imposta su due grifi e otto tozze colonne, quattro delle quali anche in questo caso non originali (una reca la data 1454).

Completano il manufatto il portale strombato e la lunetta. La strombatura attorno al portale è data dall'alternarsi di pilastrini, recanti tra l'altro le immagini di dieci Profeti, e colonnine di varia foggia: gli stipiti della porta sono sormontati da un capitello corinzio, mentre esternamente, all'altezza delle colonne che sostengono il protiro, due pilastri recano le immagini di paladini per lo più identificati con Orlando e Uliviero a causa della scritta, da alcuni discussa, Durindarda incisa sulla lama della spada del primo. La lunetta arricchisce, e soprattutto arricchiva in origine, la sontuosa decorazione plastica del complesso grazie alla policromia e alle dorature in parte ancora leggibili: raffigura la Madonna col Bambino in trono tra l'Annuncio ai pastori e la Visita dei Magi e sormonta una architrave dove tre medaglioni ospitano i busti delle Virtù Teologali, Fede, Carità e Speranza.

Un primo progetto d'ammodernamento della cattedrale forse risale alla fine del Trecento, all'epoca degli ultimi Scaligeri o di Giangaleazzo Visconti, e pare prevedesse un ingrandimento della pianta da portare a cinque navate: i pilastri a fascio e i capitelli fogliati effettivamente realizzati nel Quattrocento, così vicini a quelli dei cantieri del duomo di Milano e di S. Petronio a Bologna (si sa anzi che i fabbriceri milanesi vennero proprio a Verona a prendere il modello per quelli del loro duomo), sembrano del resto seguire un progetto goticheggiante probabilmente ancora ispirato, pur ridimensionandolo, a quello trecentesco.

I lavori di trasformazione, finiti solo nel tardo Cinquecento, consistettero principalmente nella sopraelevazione delle navate, complessivamente portate all'altezza della cuba romanica e dei due cori ad essa laterali, nella sostituzione dei colonnati del XII secolo con due serie di quattro robusti pilastri a fascio reggenti archi a sesto leggermente acuto, e nella copertura interna del tempio con volte a crociera. Lungo i muri perimetrali vennero inoltre addossati contrafforti e cappelle, due delle quali, del Santissimo e della Madonna del Popolo, sporgenti tanto da creare in pianta una sorta di transetto.

Spetta al vescovo Gian Matteo Giberti (1524-1543) aver sistemato l'area presbiteriale, riqualificandola dal punto di vista funzionale (arretramento del coro e dell'altare), oltre che decorativo. Del 1534 è la decorazione ad affresco dell'abside e dell'arco trionfale, dipinta con un ciclo di soggetto mariano dal pittore Francesco Torbido che si servì di cartoni, commissionati dallo stesso vescovo, di Giulio Romano. Circa dello stesso anno è la conclusione del rifacimento, iniziato nel 1527, della pavimentazione di tutta la chiesa che comportò, tra l'altro, l'eliminazione del dislivello tra area presbiteriale, nella fabbrica romanica rialzata, e navate: il pavimento sarà nuovamente rifatto, con l'asportazione di quasi tutti i sigilli sepolcrali stratificatisi nei secoli, nel 1880.

La facciata, il cui settore centrale era rimasto all'altezza delle murature romaniche, venne definita nelle forme attuali nel 1587, anch'essa all'epoca di Agostino Valier il cui stemma è collocato sulla sommità al centro: a suo nipote Alberto (1606-1630) toccherà invece di sistemare nel 1628 il portale interno, dotandolo di un nuovo orologio.

Fonte: E.M. Guzzo: La Cattedrale di Verona

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