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Chiesa di San Domenico

Verona / Italia
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Le cronache veronesi raccontano come fra il 1517 ed il 1518, allo scopo di rendere la città di Verona più sicura da attacchi nemici, venissero spianate tutte le case, le chiese e i monasteri che si trovavano situati nel raggio di un miglio intorno alle mura della città.

Così annota in proposito uno scrittore contemporaneo: "E per che l'esperienza haveva insegnato quanto mal sicura fosse questa Città, per li grossi borghi, che da ogni parte la circondavano per evitare gl'insidiosi aguati de' nemici, che alle volte erano scorsi fino sulle porte delle città senza che potessero essere scoperti, né offesi, procurarono di assicurarla in modo che vedendo altre occorrenze di guerre, non havesse per tal causa da temere, perciò il Senato ordinò, che fino da fondamenti si dovessero abbattere tutte le case, Palazzi, Chiese, Monasteri et alberi, che per lo spatio di un miglio si ritrovassero all'interno fuori della città. Fu eseguito quest'ordine in parte, ma pensisi ogn'uno il dolore di quelli che havevano superbi palazzi, deliciosi giardini, con altre varie commodità, e particolarmente d'alquante Monache, che vi havevano i loro Monasteri".

Nel borgo di San Giorgio furono così demoliti San Giovanni in Sacco, Santi Filippo e Jacopo, San Barnaba, San Domenico alI'Acqua Traversa (fuoriporta San Giorgio), San Martino, Sant'Alessio, Santa Maria dell'Arcarotta e Santa Maria Mater Domini. Fuori Porta Vescovo caddero Santa Maria degli Angeli, Sant'Apollinare e Sant' Agostino, ed infine, nella campagna fra porta Nuova e porta San Zeno, Sant' Agata, Sant'Agnese extra, San Jacopo, Santa Lucia, Sant'Ombono e San Massimo. Buona parte di queste chiese e monasteri venne, negli anni successivi, ricostruita in città.

Fu così che nel 1517 le monache di San Domenico - dopo vario peregrinare -acquistarono in Cittadella un terreno per costruire il nuovo monastero, che tuttora in buona parte esiste, con annessa chiesa. All'epoca della costruzione (1537-1543) il monastero era costituito da un complesso isolato all'interno de Cittadella, lungo la strada che collega la porta Rofiolo con il bastione San Francesco. Esso consisteva di tre corpi di fabbrica disposti a forma di "C" aperto verso le ortaglie, che erano comprese tra le attuali via del Pontiere e via Tezone, e che furono circondate da un alto muro tuttora in parte esistente.

Giambattista Biancolini mette in relazione il trasferimento del monastero dal Borgo di San Giorgio alla Cittadella con l'incendio provocato ad arte che nel 1516 avrebbe devastato, sempre per ragioni belliche, il borgo in questione: per l’incendio del Borgo e dunque anche del monastero di San Domenico all'Acqua Traversa, le monache che qui risiedevano si sarebbero trasferite dapprima nella parrocchia di Santa Cecilia, poi nel monastero di San Fermo Minore, successivamente a San Pietro Incarnario ed infine in questa loro ultima sede. E' comunque dell'8 giugno 1537 un atto d’acquisto da "Franciscus filius quondam magnifici ac strenui viri Lazari de Grassis, olim capitanei Citadele".

I lavori per la costruzione del nuovo complesso ebbero subito inizio, tanto che nel 1540 il pittore veronese Nicola Giolfino poteva decorare con due affreschi il refettorio. Sempre presso l'Archivio di Stato di Verona è conservato un "Conto de la fabrica di San Domenico de l'anno 1543 fatto con maestro Silvestro, maestro Oliviero e maestro Francesco, murari compagni adì 11 dicembre 1543 in casa de domino Gerardo Peregrino presente el fator et mi".

Nel 1543 le monache poterono finalmente abitare il monastero testé terminato, anche se subito dopo, nel 1554, il monastero venne ampliato mediante l'acquisto dal conte Antonio Bevilacqua del fu Gregorio da San Michele alla Porta di una casa con giardino ed altre adiacenze "che formano al presente - annota Biancolini - quella parte la quale verso ponente riguarda la strada e si estende ai confini della clausura dalla parte di tramontana".

L'undici novembre 1554 il vescovo di Verona, Luigi Lippomano, consacrò la chiesa, mentre nel 1559 "dal Serenissimo Principe - scrive sempre Biancolini - le monache acquistarono un altro fondo che sempre è rimasto fuori di clausura ed ora serve in parte ad uso orto ed in parte è occupato dalle case recentemente fabbricate rimpetto alla chiesa e monastero di San Domenico".

Per completezza d'informazione occorre ancora aggiungere che, sempre nelle circostanze dei lavori cinquecenteschi, venne eretto anche l'altro muro di cinta che circondava tutto il monastero, ortaglie comprese, il quale rimase in piedi fino alla soppressione napoleonica del 1805, quando si registrò l’avocazione al Demanio del complesso e delle sostanze del monastero, dopo che le monache ne erano state allontanate.

Nel 1811 - quando proprio in conseguenza della demaniazione napoleonica tale Domenico Maboni acquistò il monastero - chiesa, convento, ortaglia e un gruppo di diciassette casette formavano allora, sotto un unico proprietario, un isolo confinante ad ovest con la via del Tezone e ad est con la via detta delle Crocette. Poi, fra il 1827 e il 1831, Leopoldina Naudet (fondatrice delle Suore "Terse") concordò con il signor Maboni l'acquisto di tutto il complesso. Ma tale acquisto non fu possibile fino al 1831, quando fu steso, con rogito notarile, il contratto. Il monastero passò così in proprietà alle sorelle della Sacra Famiglia dette Terese poiché provenienti dal monastero di Santa Teresa. Successivamente tutto il complesso venne ceduto al Comune di Verona che lo suddivise in vari lotti adibiti a diverse destinazioni.

E fra i recenti episodi d’utilizzazione della vasta area merita di ricordare come nel 1921 venisse qui eretto l'Istituto Tecnico Industriale e come, durante questo periodo, venissero praticate sul corpo meridionale del monastero, sotto il chiostro, grandi aperture per consentire l'uscita degli automezzi dei Vigili del Fuoco che qui avevano trovato la loro prima sede, mentre a tale scopo fu realizzata anche una grande apertura sui due muri del corpo orientale. Sempre in quei frangenti sul Iato occidentale, lungo il muro di cinta che divi- de il complesso dalla proprietà dell'Istituto Civico Barbarani, furono allora sistemate delle tettoie e delle attrezzature per le esercitazioni.

Nel corso dell'ultima guerra, il complesso subì notevoli danni: una bomba distrusse parzialmente il corpo laterale prospiciente via del Pontiere e, per un breve tratto, anche il loggiato del chiostro di cui furono sostituite due colonne. La parte danneggiata fu così sistemata e adattata ad abitazione per il comandante così come il corpo laterale tangente via del Pontiere venne interamente adattato ad uffici. Per l'ampliamento dell'autorimessa fu allora utilizzata la sala del Capitolo che si trovò ad essere suddivisa in due piani con un solaio sostenuto da pilastri in cemento armato. La parte superiore ricavata fu utilizzata come magazzino. Nelle pareti al piano terra furono ricavate delle grandi aperture per il passaggio degli automezzi. Altre aperture furono ricavate nella parete di questo corpo per i locali del piano terra che vennero utilizzati come officina. Nello stesso periodo, tra il Quarantacinque ed il Cinquanta, si assistette alla costruzione di nuovi edifici per la mensa e il deposito nel Iato occidentale, cioè lungo il muro di confine con l'Istituto Civico, in luogo delle tettoie precedenti.

Nonostante tutte queste vicende, del monastero è conservata ancora quella porzione che doveva rappresentare il cuore: il chiostro e la chiesa. Sui tre lati interni di quella che era stata la sede dei Vigili del Fuoco, e che ora è la sede del comando di Polizia Urbana, si apre, infatti, un chiostro a colonne di marmo rosso tipologicamente analoghe a quelle dei chiostri dei contemporanei monasteri veronesi. Nel corpo settentrionale è stata restaurata la loggia del piano superiore in cui furono adoperate le colonnine di marmo rosso che le monache trasportarono dal vecchio chiostro precedentemente abitato all'Acqua Traversa. Oltre a queste colonnette, le monache portarono con loro altri ricordi del precedente edificio che utilizzarono nella costruzione: tra questi l’architrave in pietra di una porta con scolpita la data 1486.

Dell'antica struttura del monastero attorno al chiostro risultano ancora esistenti anche i corpi settentrionale e meridionale. Il primo corpo contiene la grande sala del Capitolo, oggi suddivisa in due piani e che occupava in origine tutta l'altezza dell'edificio. Il soffitto di questa sala è sostenuto da voltine a vela le cui testate sono costituite da capitelli scolpiti con immagini e simboli sacri. Il collegamento tra il piano terra ed il primo piano è qui costituito da una scala coperta da volte a crociera e pure appartenente alla struttura originaria dell'edificio. La scaletta che conduce al campanile è altresì coperta da voltine a vela dello stesso tipo di quelle della sala del Capitolo.

Il corpo meridionale è costituito al piano terra dalla sala dell'antico refettorio, coperta da una serie di volte a crociera e arricchita da lunette ad affresco con la Trasfigurazione di Cristo eseguita verso il 1540 da Nicola Giolfino. Due erano però gli affreschi originariamente presenti nella sala dell'ex refettorio: il lunettone già citato e un altro, contrapposto, decorato con una Assunzione di Maria. Dell'affresco della Trasfigurazione erano ancora visibili fino a qual che anno fa le sagome dei santi e di una testa nella parte inferiore. Purtroppo le condizioni de dipinto impedirono già in passato un approfondito giudizio sul valore dell'opera.

Il piano superiore doveva probabilmente contenere i dormitori delle monache. Il corpo orientale, che è stato danneggiato durante l'ultima guerra, conserva dell'antica struttura soltanto l'ala del chiostro, alcuni tratti di muratura perimetrale e la scala di collegamento con il piano superiore.

Il 12 agosto 1624 lo scoppio della vicina polveriera della torre della Paglia aveva provocato numerosi danni all'edificio, tra cui la caduta dei tetti della chiesa e del dormitorio. Risale probabilmente a questo periodo il restauro con conseguente rinforzo esterno del muro perimetrale del Iato verso la campagna, ottenuto con la costruzione di contrafforti nella zona occidentale e centrale.

Perla del complesso è la bella chiesa, costruita nel Cinquecento ma completamente rinnovata tra Sei e Settecento. La chiesa fu, infatti, sopraelevata nel 1669, come testimonia la data incisa sull'estradosso della volta ed emersa durante gli ancor recenti lavori di restauro condottivi dalla Soprintendenza per i Beni Ambientali ed Architettonici di Verona. Nella rifabbrica andarono perduti gli altari ed altri arredi cinquecenteschi, ma di altri e di non minor pregio la chiesa fu allora ridotata con l’intervento, con ogni probabilità, per gli altari, del lapicida e architetto Francesco Marchesini al figlio del quale, Alessandro (1663-1738), si deve l’affrescatura del soffitto con la Gloria di san Domenico, in stretta collaborazione con il quadraturista Carlo Sferini detto Carlo Tedesco.

E se fino al 1719 le murature sotto la volta e sotto il fregio dipinto da Alessandro Marchesini resteranno spoglie, toccherà poi al quadraturista Antonio Zanoni, probabilmente aiutato dai figli Andrea e Giovanni, il compito di dipingere con ornati architettonici le pareti, lasciando ampi spazi per un ciclo d’otto dipinti dedicati al santo titolare. E su tale ciclo in particolare - fatto recentemente oggetto di studio sia da parte di Francesca d'Arcais, sia da parte di Enrico Maria Guzzo sia da parte di Sergio Marinelli - varrà la pena di spendere qualche parola. Ludovico Dorigny (1654-1742) è il più anziano fra gli artisti che qui operarono. Sua è la tela che raffigura il Miracolo del pesce, un bel dipinto, databile verso il 1720, giunto purtroppo a noi in un pietoso stato di conservazione. Dorigny esprime qui il meglio di sé e del gusto francese di cui è erede: il dipinto "eseguito - come scrive Francesca D' Arcais - poco dopo la grande prova di villa Allegri Arvedi a Grezzana [...] riprende dal grandioso soffitto del salone le forme affrescate e il senso quasi ossessivo della geometrizzazione delle figure, e il freddo colore del cielo [...] in un momento del tutto singolare per l'accentrato intellettualismo nell'insieme della decorazione parietale, altrimenti caratterizzata da note di una non facile narratività e di pietà popolaresca".

Più moderno, nonostante l'intonazione tenebrosa ancora secentesca, come osserva giustamente Enrico Maria Guzzo, è Sante Prunati (1656-1728) nella sua Predica di san Domenico alle donne eretiche ove "l'inclinazione espressiva e psicologica, fatta di forme corpose e piastiche e di gesti oratori, propone un incontro con la cultura bolognese fondamentale per le sorti della pittura locale del Settecento".

"Su un versante analogo - annota ancora Guzzo - lo segue Antonio Balestra (1666-1740), a quest'epoca sul punto di superare definitivamente la mossa vivacità che l'aveva caratterizzato durante il lungo soggiorno veneziano e d'imboccar definitivamente la strada del più composto classicismo". Sicché la sua Guarigione di Napoleon Orsini caduto da cavallo, oggi a Castelvecchio, raggiunge esiti culturalmente alti nella raggiunta sintesi tra romanismo marattesco, amoroso studio delle fonti del classicismo emiliano e moderata vena barocchetta".

Simone Brentana (1657-1742) ci offre in questo ciclo un San Domenico che risuscita un fanciullo. La madre del bambino - con il bimbo morto ai suoi piedi - è raffigurata in atteggiamento semplice davanti al santo che la invita alla Fede, rappresentata dalla figura femminile coricata su una nube entro un fascio di luce e recante nelle mani la Croce e l'Eucarestia. Alle spalle deI santo è un giovane con fiaccola che è vaga citazione di analoga figura dal Miracolo di San Barnaba di Paolo Veronese. Databile attorno al 1720, come le altre dello stesso ciclo, il dipinto come scrive ancora Francesca D' Arcais, "appartiene al momento più felice e più fecondo del Brentana".

Di Odoardo Perini (1671-1751) è San Domenico che salva un edificio che crolla, firmato e datato 1720, ove il pittore (che per la chiesa di San Domenico aveva già eseguito affreschi con Storie di Santa Caterina e forse parte del riquadro del soffitto con San Domenico in gloria) "mostra - come annota Sergio Marinelli - una forte estensione stilistica con un colore assai più fresco, modi più scomposti e liberi, scorci violenti e spezzati, teste arruffate e prive di decoro, sempre più lontano dall'originaria formazione bolognese". Sicché "i colori, prima freddi e unitari, presentano ora stesure morbide, con effetti di non finito che ricordano Barroci".

A Paolo Pannelli (1676-1759) va assegnato il San Domenico che flagellandosi caccia i demoni "composizione - è sempre Francesca D'Arcais - basata su toni piuttosto ampi, con giochi di luminismo che accendono in particolare sulle carni del Santo venate di toni rossastri". Il santo è raffigurato in atto di flagellarsi e di cacciare -evidentemente in una chiesa, come è accennato dalle architetture e dall'altare - due demoni svolazzanti, uno dei quali con una grossa pietra tra le braccia, pronto a scagliarla per dissuaderlo. La tela, annota inoltre Sergio Marinelli, "ha caratteri fortemente popolari per quanto riguarda il soggetto e insieme molto avanzati stilisticamente in senso settecentesco per la resa di movimento nella figura allungatissima e flessuosa del santo".

Anche questa tela è meno estrosa, come osserva Enrico Maria Guzzo, delle precedenti e lo è pure quella di un altro discepolo di Sante Prunati, quel Michelangelo suo figlio (1690-1756?) cui si deve il San Domenico che brucia i libri eretici ove, sullo sfondo di un arco che incornicia tutta la pala, su di un alto gradino che gli consente di far emergere la sua figura su quella degli astanti, il santo è raffigurato nell'atto di bruciare i libri mentre dall'alto lo assistono gli angeli.

Comunque in questa tela anche il giovane Prunati "raggiunge - sono di nuovo parole di Francesca D'Arcais - quella maggiore semplificazione e maggiore facilità di comprensione del testo con intenti edificatori e educativi, che raccoglieva già intenzioni di un più rigoroso linguaggio sacrale, avvertibile su più vasta scala solo qualche decennio più tardi".

Del patrimonio pittorico di questa chiesa andrebbe ancora ricordata la bella tela di Sante Prunati con i Santi Domenico e Orsola ove sant'Orsola, in primissimo piano, guarda con aria ispirata il figlio che, retto da un angioletto, le viene indicato da san Domenico. Dietro la santa, sulla destra, a far da contrappeso alla figura del domenicano che domina tutta la metà sinistra del dipinto, è un'altra figura femminile, mentre altre due figurine, forse ragazzi, spuntano in basso accanto alla matrona. Oltre che da un'architettura, lo sfondo è dominato da altre figure e da un paesaggio. I rimandi possono essere al mondo bolognese "in esiti di una formulazione compassata e pretistica" (ancora D'Arcais). E pur questo dipinto, che risale sempre al 1720, permette di riconoscere l'avvento in Verona, col Prunati, di "quell'aria di compunzione che è in sostanza retorica del religioso e del drammatico".

A conclusione di questa visita va ricordato anche il bel portalino di accesso alla chiesa dall'attuale via del Pontiere: in pietra -contemporaneo ai rifacimenti sei-settecenteschi - ospita nel suo fastigio, entro una nicchia, la statua del titolare san Domenico, assegnata dal Lanceni a Orazio Marinati, scultore attivo a Bassano e a Vicenza, ma anche a Verona.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1998

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