Chiesa di San Giorgio in Braida - Verona

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Chiesa di San Giorgio in Braida

Verona / Italia
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Partendo da Ponte Pietra, dopo una breve passeggiatina all'aperto davanti alle casette colorate di Via Sant'Alessio, o sul largo marciapiede del Lungadige Paolo Caliari, all'ombra dei lecci e in riva alI'Adige, si arriva chiesa di San Giorgio in Braida,

Sulla riva opposta, proprio sulla grande curva del fiume, si profilano nettamente i merli e la torre del Palazzo dei Vescovi, Un bel giardinetto, poi la chiesa, che è una chiesa molto diversa tante altre. E’ un edificio molto più tardo, infatti (anche se prima, in antico, sorgeva qui un'altra chiesa, e poi un monastero benedettino: è la storia che lascia le sue tracce, l'una sopra l'altra); verso l'Adige si apre il chiostro quattrocentesco. Il 1477 è la data di nascita della chiesa, mentre nella prima metà del Cinquecento fu aggiunta la bella cupola disegnata dal grande architetto veronese Michele Sanmicheli, che è l'autore anche del campanile, rimasto però a mezzo.

La facciata secentesca, di linee molto semplici, è tutta di marmo bianco come le facciate di molte chiese veneziane di quell'epoca, Su una casetta di fianco e sulla facciata stessa si vedono numerosissime le tracce di proiettili di fucile: è un ricordo lasciato dai soldati francesi che qui si scontrarono nell'ottobre 1805 con quelli austriaci che occupavano questa parte della città. Verona era infatti, già dal 1801, divisa in due parti: metà dell'Austria, metà della Francia).

L'interno di San Giorgio è anch'esso di linee architettoniche semplici e grandiose a un tempo, Dalla cupola entra e si diffonde la luce, tutto è chiaro e armonioso; lo spirito religioso è profondamente mutato dai tempi del romanico, non c'è più bisogno di penombra mistica, e anche nelle chiese si manifestano il rigore, l'ordine, la razionalità proprie degli «uomini nuovi» del Rinascimento, Qui dentro, però, più dell'architettura interessano i quadri, che sono moltissimi e quasi tutti importanti: al punto che il grande poeta tedesco Volfango Goethe definì questa chiesa «una galleria di buoni dipinti», una vera e propria pinacoteca, insomma.

Fra i maggiori, si notano (sopra la porta) il drammatico e scenografico Battesimo di Cristo di Jacopo Tintoretto e via via tutti quelli sopra gli altari: c'è veramente una moltitudine di pittori in questa grande chiesa, e sono anche nomi grossi come quelli di Domenico Tintoretto (figlio), Francesco Montemezzano, Felice Brusasorci, Giov. Franc. Caroto, il Romanino (è suo quel Giudizio di San Giorgio diviso in due parti ai Iati della cantorìa dell'organo), Paolo Farinati, Girolamo dai Libri, il Moretto da Brescia ecc.

Quasi tutti questi pittori si ritroveranno altrove, specie nel Museo di Castelvecchio. Soffermiamoci soltanto davanti ad alcuni quadri, e precisamente: la dolcissima Madonna col Bambino, Santi e angeli (4° altare a sinistra) di Girolamo dai Libri, delicato pittore quattro-cinquecentesco che si accosta, con grazia e sensibilità di colore del tutto veronesi, ai grandi esempi della pittura veneziana del suo tempo. Qui si ammira soprattutto lo splendido paesaggio pieno di fantasia e il famoso gruppo di angeli musicanti dalle ali ripiegate e dal morbIdI capellI, che cantano e suonano soavemente, e in più quel gioioso cespo di cedri che spunta su, dietro il trono della Vergine. Poi, sul 4° altare destro, l'altra fulgida pala (cioè quadro d'altare) di Felice Brusasorci (c. 1542-1605) con la Madonna e gli Arcangeli Raffaele, Michele e Gabriele, opera mirabile per la purezza del disegno o per l'incantevole colore: forse iI capolavoro dell’artIsta (c’è anche, da una parte, un particolare dell'Arena).

Ma soprattutto è da ammirare, sulla parete dietro l'altar maggiore, la superba tela di quel grandissimo pittore che fu Paolo Caliari detto il Veronese (1528-1588), uno dei massimi artisti dell'arte veneta del Cinquecento, che rappresenta il Martirio di San Giorgio e che è certo, del Caliari, una delle opere più ispirate. La composizione è grandiosa, piena di luce, di movimento; e già nell'Ottocento il poeta veronese Aleardo Aleardi, che s'intendeva anche di pittura, si mostrò affascinato da quel gran tumulto «d'uomini, d'armi, di cavalli giù in terra, di santi e d'angeli nel cielo» ; e giustamente, perché il rapporto è proprio fra la terra che il Santo è sul punto di lasciare e la gloria del cielo che lo attende. Il momento scelto dall'artista è infatti quello che precede il martirio: il Santo è inginocchiato, con le braccia aperte e gli occhi al cielo, in atto di fede sublime; un manigoldo lo sta spogliando delle vesti, un vecchio sacerdote pagano cerca inutilmente di indurre il Martire a rinnegare la fede cristiana.

Il carnefice attende appoggiato all'enorme spada; tutt'intorno servi e soldati, negri e orientali in ricchissime vesti, armati a piedi e a cavallo che fanno corona alla scena (il cavaliere a destra è quasi certamente l'autoritratto del pittore). Poi il gruppo celeste, la Madonna col Bambino, santi e sante; e al centro, come a collegare insieme cielo e terra, ecco l'angioletto veloce che scende in volo recando la corona e la palma del martirio. Lo stesso Aleardi notava, di questo quadro, «la finezza squisita del disegno, la magìa di colore... la poesia altissima di sentimento»: non si può che essere d'accordo con lui. Ma indubbiamente l'episodio più vivo e palpitante, più umanamente alto e commovente, è rappresentato dalla stessa figura di San Giorgio, «centro morale» del dipinto, con quel petto nudo inondato di luce, con quell'espressione soprannaturale negli occhi indimenticabili.

A sinistra, infine, c’è una cappellina dedicata a un'immagine miracolosa del Cristo portacroce, e ad una interessantissima raccolta di «ex-voto», e cioè di quadretti donati alla chiesa in ringraziamento d'un fatto miracoloso o di una grazia ricevuta (PGR = «per grazia ricevuta», appunto). Sono quadretti ingenui, prodotti di un'arte popolare senza pretese; ma pieni di spontaneità e di freschezza (e di miracoli).
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