Chiesa di San Giorgio in Braida - Verona

Login / Registrazione
travelitalia

Chiesa di San Giorgio in Braida

Verona / Italia
Vota Chiesa di San Giorgio in Braida!
attualmente: 10.00/10 su 3 voti
Se la chiesa di San Giorgio in Braida è giunta integra fino a noi, dell'annesso monastero, la cui origine risale al secolo XI, ben poco è sopravvissuto. Esso fu, infatti, quasi integralmente demolito nei primi decenni del secolo scorso, dopo che era stato demaniato e quindi ceduto a privati cittadini. Oggi del complesso rimane in piedi soltanto il breve braccio di fabbrica che delimitava il lato est del semisopravvissuto chiostro, del quale due lati sono stati ricostruiti nel 1938, nel quadro di un primo importante tentativo di riordino dell'intero monumento.

Si sa che il monastero fu fondato nel 1046 da Cadalo, da poco eletto vescovo di Parma, e futuro antipapa, che, prima di lasciare la città di Verona, decise di erigere a sue spese questo cenobio benedettino da porre sotto la protezione di san Giorgio. D'accordo con il vescovo di Verona, Gualtiero, egli scelse anche l’area su cui edificare il complesso, provvisto di chiesa e di chiostri: un terreno posto in sinistra Adige, immediatamente fuori dalla portata di Santo Stefano, di fronte alla Cattedrale, in prato dominico o Pradonego, disteso fra il fiume e la vallis domenica o Valdonica, ai piedi di un mons dominicus o Mondonicus, che è poi il colle detto oggi di San Leonardo. Tutti terreni già fiscali (del dominus, cioè del signore), venuti in seguito in possesso della Chiesa veronese.

Una chiesa venne subito costruita al centro del grande appezzamento posto fra il fiume Adige a meridione, la strada trentina a settentrione (rispetto all'attuale essa era molto più spostata in quella direzione), la Campagnola ad occidente e la contrada di Santo Stefano ad oriente. Nulla di essa c’è sopravvissuto anche perché, danneggiata di lì a qualche decennio dal terremoto del 1117, può essere stata, in questi frangenti, interamente ricostruita. A testimoniare comunque la presenza di una chiesa d’età romanica è ancora la torre superstite, formata con blocchi regolari di tufo, sul lato settentrionale della chiesa attuale, in fianco al transetto con sovrapposta cupola, e mozzata appunto in occasione della costruzione di quest'ultima, conservandone però la parte inferiore che utilmente affianca e rinforza la cupola sammicheliana. Questo campanile, pur non essendone visibile alcun elemento stilistico, può essere datato appunto al secolo XII. La chiesa romanica, sopravvissuta fino agli ultimi anni del secolo XV, doveva avere l'orientamento canonico, con facciata ad occidente e absidi ad oriente, e quindi occupare parte del sedime della chiesa attuale, la quale anzi, quando venne costruita, dovette utilizzare il fianco settentrionale della precedente, perché sul muro di fondo di una delle cappelle sono apparse, qualche decennio fa, tracce di preesistenti decorazioni.

Accanto alla chiesa romanica era il monastero, che si estendeva fra la chiesa e l'Adige, con un complesso d’edifici dei quali non c’è dato di conoscere l'estensione, e del quale sopravvive soltanto (e fino ad una certa altezza) il fabbricato che ospita la sagrestia e la vicina sala capitolare. N’è visibile la muratura sulle pareti sotto il chiostro: un tratto di cortina composta con blocchi di tufo segato e con ciottoli dell’Adige, a filari alternati, ove resta la traccia dell'arco di una porta romanica. Un'altra zona di muro coevo con finestrelle ad arco semicircolare, pure di tufo, apparve durante i restauri del 1938, sul lato opposto dell'edificio, verso il fiume, per cui può darsi che l'intero corpo della fabbrica rimonti all'epoca indicata (ma le volte della vicina sagrestia e della vicina sala capitolare sono invece tardo-gotiche a padiglione e lunette, impostate sui piedritti compositi).

Occorre spiccare adesso un salto di qualche secolo e giungere fino all'ultimo scorcio del Quattrocento per dire qualcosa relativamente al completo rinnovamento del complesso, e ciò a seguito della cessione di chiesa e monastero, avvenuta nel 1441, alla congregazione veneziana dei canonici di San Giorgio in Alga, fondata da san Lorenzo Giustiniani.

A stare con Giambattista Biancolini, che a suo tempo avrebbe consultato documenti d'archivio poi miseramente perduti, la rifabbrica del complesso dovrebbe essere stata concretamente approntata a partire dal 14 febbraio 1477: "Di questi [canonici] ite le memorie disperse, altro non ci è rimasto a sapere, se non che addì 14 febbraio 1477 dieder principio a riedificare la chiesa e il monastero, che fu ridotto dopo molti anni alla forma che oggi veggiamo".

Fra i primi lavori realizzati in questi anni sono da ritenersi quelli relativi alle cinque arcate superstiti di un secondo chiostro, addossato al fianco orientale dell'antica ala in cui è oggi sistemata la canonica, presso l'abside della chiesa: "Trattasi - scrive Antonio Barbacci - di tozze colonne di rosso calcare veronese, aventi base con foglie protezionali e capitelli con foglie angolari intramezzate da rosette che si ripiegano in basso condensandosi a guisa di globi nella risvolta, reggenti archi a tutto sesto la cui mostra è orlata con un sottile guscio aggettante".

Solo cinque sono le arcate superstiti di tale chiostro che in origine invece, come l'altro costruito qualche decennio appresso e tuttora superstite, si sviluppava su almeno altri due lati attorno a vari fabbricati. Inutile aggiungere che altro chiostro è quello con le colonne ioniche costruito verso il 1515 addossato alla nuova chiesa (la cui costruzione era pur nel frattempo iniziata), l'uno e l'altra su progetto, almeno è quanto si ritiene, di Francesco da Castello, al quale vengono eseguiti, per conto della congregazione di San Giorgio in Alga, alcuni pagamenti.

C'è ancora un documento circostanziato, che ci ricorda la situazione del monastero ai tempi della sua soppressione napoleonica. Si tratta della perizia di stima dei vari fabbricati costituenti il complesso, redatta dall'architetto Luigi Trezza, in vista della vendita che se ne fece a tale Giuseppe Caperle che, prendendolo in subaffitto, vi aveva installato, nei primi anni dell’Ottocento, uno stabilimento per la produzione di zucchero da barbabietola. In tale perizia, redatta il 27 gennaio 1813, sono ricordati tre chiostri e precisamente un "chiostro principale con porticato all'interno costruito a volta sostenuto da colonne in marmo con fontana di vivo nel mezzo e pochi alberi"; "altro chiostro contiguo a detto refettorio avente tre bracci di porticati all'interno costruito a volta con colonne di marmo. In esso chiostro esiste una fontana come il suddetto proveniente, dal condotto delle pubbliche fontane della città"; "altro chiostro interno con pozzo nel mezzo e circondato il chiostro stesso da quattro bracci di portico a volto sostenuto da colonne di marmo".

Sovrastanti i portici dei vari chiostri erano anche numerose logge, delle quali una soltanto ora sussiste (quella addossata alla chiesa). Precisamente al primo piano si affacciavano, infatti, in vari punti del monastero "tre braci di porticato ossia di loggia costruita a volta reale corrispondente al chiostro principale"; "spazioso granaio corrispondente ad uno delli due braci di loggia n. 41 con loggiato riguardante sopra il medesimo chiostro"; "loggiato successivo a detto bracio di scalone formato a otto luci con colonne di marmo, il tutto appoggiato alla muraglia della chiesa"; "due braci di loggiato sostenuto da colonne di pietra", relative ad altro chiostro.

Ma torniamo al superstite chiostro per ricordare che esso, se sul Iato orientale si addossava alle fabbriche medioevali della sagrestia e della sala capitolare (pure in quella circostanza rinnovati), e sul Iato settentrionale si appoggiava al lato meridionale della nuova chiesa, sui lati orientali e su quello meridionale esso venne ad appoggiarsi al nuovo monastero che in contemporanea veniva edificandosi.

Osserva giustamente Antonio Barbacci come nella circostanza "gli edifici posti a levante del chiostro furono pure trasformati, come mostrano i resti. Nel corpo del fabbrico costruito dai Benedettini nel secolo XI fu coperta l'aula capitolare aggiunta dagli Agostiniani con una volta a padiglione e lunette, impostata su peduci compositi, e similmente altre sale verso l'Adige. AI piano superiore si ricavarono camere per i canonici, aprendo finestre rettangolari con stipiti di tufo nelle tre pareti; presso l'abside fu creata una saletta, cui si accede per un'ampia arcata marmorea, coperta con volta affrescata a grottesche e illuminata da una grande e ben disegnata bifora".

Da dipinti, disegni e stampe possiamo poi meglio conoscere come doveva risultare la nuova fabbrica fra il chiostro e l’Adige: dal fiume il nuovo monastero doveva risultare senz'altro imponente e tale da giustificare, attorno agli anni Quaranta del secolo XVII, le ammirate descrizioni di Giacomo Filippo Tommasini, storico ufficiale della congregazione. Così come, qualche anno prima, aveva scritto del rinnovato cenobio, in versi, Adriano Grandi, un canonico letterato che vi abitava:

Scopri ove s'erge al Gran Guerriero il tempio,
che dal serpe salvò regia donzella;
e trasse una città dal demon empio,
rendendola fedel d'altera e fella.
Ivi scivo talhor, penso, contemplo:
mi lega amor del Cielo in breve cella,
a me più grata che i palagi e l'oro,
ove del cielo il gran Monarca adoro.
lvi si stanno in santa pace i figli,
de I'Alga, cara a me come la vita.
Odo, ricevo, dò sani consigli,
me questo e quello co' suoi pregi aita.
lo mostro a questo e quello i gran perigli
c'hanno dal cielo l'anima sbandita.
Aretro 'l piè dal serpe insidioso,
che sta nel mele de' piaceri ascoso.
In quanto però può nostra natura,
ch'è una nebbia terrena, un vetro frale,
in questo nobil chiostro ogn'un procura
da I'humil terra al ciel di spiegar l'ale.
Obedisce a chi regge, ha somma cura
di ricever il pan santo e vitale.
Canta di notte, e ai matutini albori
le grandezze di Dio, gli alti favori".


A proposito del chiostro cinquecentesco si è già detto che la superiore loggia superstite addossata alla chiesa correva in origine sopra almeno tre lati del chiostro, anche se tale loggia fu soppressa nel tratto vicino al transetto della chiesa, quando, ancora nel 1540, Michele Sammicheli costruì la cupola, creando altresì il vasto coro superiore che, a mezzo trifora, comunica con la chiesa e che, con il suo ingombro, aggetta sopra parte del chiostro.

L’ingresso al monastero era un tempo (prima della soppressione napoleonica e prima che, nel 1836, si costruissero le fortificazioni austriache) quasi a ridosso della chiesa, con prospetto ortogonale alla facciata, direttamente su piazza San Giorgio. Era un edificio con parlatori e scalone ancora leggibile nel catasto austriaco, ma la cui esistenza è testimoniata anche da una mappa cinquecentesca che rileva la vicina chiesa con oratorio del Crocefisso, posti fra questo corpo del monastero e le mura scaligere dove, in una torretta, un soldato veneto avrebbe dipinto la venerata immagine del Cristo portacroce, trasportata nel 1836 nell'attuale oratorio in fianco alla chiesa.

Il grande complesso, dopo la sua pressoché completa ricostruzione, era destinato a passare di mano. La congregazione di San Giorgio in Alga, economicamente fiorente, col tempo era illanguidita, sicché il 6 dicembre 1668, col breve Agri Dominici curae, Clemente XI prese la decisione di sopprimerla, e ciò per provvedere ai Veneziani i mezzi economici necessari a condurre a termine la guerra contro i Turchi. Ai religiosi venne data facoltà di entrare in un altro ordine approvato, oppure di restare semplici sacerdoti nel secolo, con diritto di percepire una pensione annua per il sostentamento.

Il monastero alienato fu comunque acquistato l'anno dopo, 1669, dalle monache di Santa Maria di Reggio, per il prezzo di 10.500 ducati, non compresa la chiesa e il campanile, con le sacre suppellettili, di cui fu concesso loro solamente l'uso. Assieme con la chiesa, le monache acquistarono anche il diritto di parrocchialità, esercitabile da un curato da esse eletto.

Si deve tra l'altro alle monache di Santa Maria di Reggio la costruzione neoclassica della canonica sul fianco settentrionale della chiesa, su disegno di Luigi Trezza, e altri lavori di minor conto eseguiti nel monastero, essendo i vasti edifici esistenti bastevoli alla comunità. Sia la facciata della chiesa che la casa canonica eretta nel 1791 recano tracce delle fucilate dei francesi del 18 ottobre 1805, quando questi vennero da Castelvecchio per assalire Verona austriaca. Una lapide ricorda il fatto.

Le monache di Santa Maria di Reggio rimasero a San Giorgio fino alla soppressione napoleonica. Anche la parrocchia fu soppressa nel 1807 e la chiesa divenne oratorio sussidiario di Santo Stefano. Il monastero fu posto allora in vendita e acquistato da un certo Giuseppe Caperle.

La distruzione di buona parte di quanto restava del vecchio monastero avvenne prima di tale circostanza, forse nel 1816. Altre distruzioni, ivi comprese quelle dell'oratorio del Crocefisso e probabilmente dello stesso fabbricato in accesso al monastero, si ebbero senz'altro nel 1836 quando, abbattute le mura e i torresini scaligeri, ma lasciata in piedi la parte esterna della porta San Giorgio del 1525, si costruirono, quasi a ridosso della chiesa, i nuovi baluardi austriaci.

L’acquisto del compendio da parte di don Ferrais non riuscì a salvare il complesso dei beni dell'ex monastero e tanto meno quello della chiesa dell'oratorio del Cristo. L’autorità militare infatti, nel piano di ricostruzione delle fortificazioni della città, ebbe ad acquistare, nel 1836, buona parte dei terreni e dei fabbricati sui quali dovevano insistere i nuovi bastioni. E, in quell'occasione, circolò persino voce che la stessa chiesa di San Giorgio dovesse essere distrutta, come da lettera del vescovo di Verona, inviata da Vienna al rettore della chiesa, il 12 maggio 1836.

La distruzione della chiesa non ebbe comunque luogo, mentre furono invece atterrati, nel 1837, "la maggior parte di esso monastero", come recita un manoscritto contemporaneo, l'edificio d'accesso al monastero su piazza San Giorgio (ove adesso è la rampa che sale alle fortificazioni), l'intero fronte sull'Adige, la chiesa e l'oratorio del Crocefisso, nonché le casette a questi adiacenti. Dell'antico complesso restò insomma in piedi ben poco, cioè, come si è detto, una porzione del chiostro cinquecentesco e l'ala orientale di fabbricati a questo addossata.

Importanti lavori di restauro vennero poi condotti, su quanto era sopravvissuto alla distruzione, nel 1938, sotto la direzione dell'allora sovrintendente Antonio Barbacci: si ricorda l'isolamento del tempio, la ricostruzione di due ali del chiostro cinquecentesco, la sistemazione del corpo di levante, dell'aula capitolare, del resto del chiostro protorinascimentale.

Fin qui i restauri del 1938, dopo che, con tutta probabilità, si era intervenuti, fra la prima metà dell'Ottocento e questa data, a ricostruire, almeno parzialmente, il corpo di fabbrica accanto alla facciata della chiesa. Altri lavori si svolsero negli anni 1970 per ricavare, sopra la sagrestia e la sala capitolare, in luogo di una sala per cinema e teatro, l'attuale abitazione del parroco.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1997

Condividi "Chiesa di San Giorgio in Braida" su facebook o altri social media!

Chiesa di San Giorgio in Braida - Commenti [0]

 

Aggiungi commento


Nome
Cognome
Email (non sarà pubblicata)
Commento (non sono ammessi tag HTML)
Inserisci il codice di sicurezza indicato di seguito*
 
Vuoi ricevere via email la notifica per ogni nuovo commento inserito?
No Si

* Impedisce l'esecuzione di script automatici non autorizzati.