Chiesa di San Giovanni in Foro - Verona

Login / Registrazione
travelitalia

Chiesa di San Giovanni in Foro

Verona / Italia
Vota Chiesa di San Giovanni in Foro!
attualmente: 05.00/10 su 6 voti
San Giovanni in Foro - oggi chiesa rettoriale ma un tempo parrocchiale - è un interessante edificio religioso in Corso Porta Borsari. Alcune murature (proprio quelle del fianco che si affacciano sul corso) manifestano l'antichità del manufatto, risalente per lo meno al secolo XII. La chiesa dava anzi, in età medioevale, il nome ad una contrada che comprendeva, oltre al territorio della parrocchia, anche parte del territorio della parrocchia di San Salvatore vecchio, inclusa la stessa chiesa. Era una contrada importante che si estendeva, infatti, da Via Santa Eufemia, numeri pari, a via Fama, numeri dispari, col proseguimento di via San Salvatore vecchio e dei relativi tratti di Corso Porta Borsari, numeri pari, confinando poi con l'Adige.

Come ricorda Guglielmo Ederle, la chiesa è attualmente l'unica nella diocesi di Verona a ricordare Giovanni l'Evangelista, perché altra che era in città alla Beverara, con annesso monastero, è da tempo scomparsa. Tutte le altre dedicate a San Giovanni vanno, infatti, riferite al Battista, che ebbe anche qui a Verona maggior devozione rispetto all’Apostolo prediletto da Gesù, forse per il solo fatto che il suo culto rimaneva legato al fonte battesimale e quindi all'ingresso nella comunità cristiana di nuovi adepti.

Nonostante che Antonio Pighi abbia potuto scrivere che la chiesa in questione esisteva già dal secolo VIII, nessun documento anteriore al secolo XI la menziona. È dunque pensabile che essa sia stata eretta nel quadro della riorganizzazione del patrimonio edilizio della città - anche sul versante religioso oltre che su quello civile -anteriore al terribile terremoto del 1117, che può averla seriamente danneggiata.

In un documento dell’Archivio dei Canonici della Cattedrale di Verona risalente al 1141 si capisce anche che era una chiesa collegiata di preti (cioè officiata collegialmente da un clero plurimo), uno dei quali aveva nome Matteo.

Forse essa fu danneggiata dall'incendio che distrusse buona parte di Verona nel 1172, e in questo senso si giustificherebbero l'apposizione su di una parete esterna (sempre quella che guarda il corso) di un'iscrizione incisa in un trittico marmoreo che ricorda appunto come in quell'anno "combusta est civitas Verone". La data è confermata dagli Annales del monastero della Santissima Trinità i quali aggiungono che l'incendio si sarebbe verificato il 7 luglio e sarebbe principiato dalla casa di un fabbro alla Chiavica e che infine sarebbe stato originato da uno dei tanti scontri fra diverse e opposte fazioni politiche.

A questo proposito Guglielmo Ederle ricorda che nel 1902 dovendosi assicurare il campanile che minacciava, si trovarono, scavando, avanzi dell'incendio: carboni, mattoni neri, pezzi di tegole bruciate e si poté costatare altresì che il campanile doveva essere una delle antiche torri della città, portando segni di feritoie, persino di ponte levatoio, e merli, poi murati per costruirvi la cella campanaria. Riguardo alla sua denominazione "in foro" è presto detto: qui nei pressi, in corrispondenza dell'attuale Piazza Erbe, era il Foro della Verona romana, i cui edifici pubblici circostanti si estendevano per largo raggio e, in questa direzione, fino a Via Quattro Spade. La chiesa dunque, nata sul decumano massimo, confinava direttamente, sull'altro lato dell'arteria, con il Foro, donde la denominazione dell'edificio che, sempre per la sua vicinanza al Foro, ebbe anche il titolo di basilica.

Come parrocchia la chiesa fu ripetutamente visitata dai vescovi diocesani. La prima visita pastorale di cui si ha ricordo è quella del vescovo Gian Matteo Giberti, avvenuta il 20 gennaio 1529. Era allora rettore Pierantonio Boldieri, dell'illustre famiglia che abitava il palazzo dei Malaspina in Via Leoni, ora dell’Amministrazione Provinciale. Ma questi, godendone le rendite, vi teneva, com’era costume, un sostituto: don Marcantonio de Tortis. Oltre all'altar maggiore il notaio verbalizzante ricorda una cappella dedicata alla Madonna. Giberti tornò in visita alla chiesa il 19 marzo 1530, raccomandando che venissero tenuti libri nei quali fossero annotati i nomi, i cognomi e l'età di tutti i parrocchiani, e vi mandò di nuovo il suo vicario il 20 settembre 1531, raccomandando questa volta di portare la comunione agli infermi, e l’11 febbraio 1533, specificando che la chiesa era di collazione della Congregazione del Clero Intrinseco, che il rettore era don Pierpaolo Gaioni e concludendo che si suonasse la campana per la cosiddetta Salutazione angelica tre volte al giorno, alla mattina, a mezzogiorno e a sera. Ancora altre volte il vescovo Giberti fu a San Giovanni in Foro: il 5 marzo 1534, il 10 marzo 1541 ed egualmente l’8 marzo 1542, trovando «omnia affluenter et honorifice instructa et apparata».

Poco dopo si sarebbe avuta la visita del vescovo Luigi Lippomano, il cui verbale è molto più esteso di quello delle visite gibertine. Il 21 marzo 1553 il presule trovò la parrocchia retta da don Briccio Porzio, romano, responsabile di 310 anime di cui 230 "da comunione". Nella chiesa erano tre altari. A quello maggiore celebrava ogni giorno festivo l’arciprete, ed in caso d’impedimento, il cappellano. L'altare della Madonna si riteneva di juspatronato della chiesa poiché nel piedistallo di un pilastro venne reperita la seguente iscrizione: V.D. Benedictus Rizonus prelatus huius templi sodalitati Conceptionis Virginis MDIIl.

In detto altare si celebrava la messa solamente nel giorno dell'Immacolata Concezione. La confraternita inoltre vi faceva celebrare cinque o sei messe e vi faceva cantare il vespro ogni prima domenica del mese. L'altare di Santa Maria era dotato. Ne aveva il beneficio certo don Antonio per le dimissioni presentate da don Gerolamo Recaldo. Aveva l'onere di quattro messe la settimana ed un anniversario all'anno, in vigore dal testamento di don Tomaso de Rizzolo, già rettore della chiesa e costitutore del beneficio. Non aveva paramento alcuno, né calice per officiare e le tovaglie erano della chiesa. Il reddito della chiesa di San Giovanni in Foro era il seguente: 88 e mezzo minali di frumento, 50 brente d’uva, 12 bacete d’olio, lire 150, soldi 10 e denari 2 derivanti dall'affitto di un forno, più una porzione nella Congregazione del Clero Intrinseco. Sopra questi redditi era riservata una pensione di 15 ducati al cavalier Vendramin. Il vescovo interrogò i testi convocati, nobile Cosma Maffei, Giovanni Maffei, don Bartolomeo de Marzagata, Lorenzo Gramatico ed altri, i quali ebbero parole di lode per il rettore.

Ma lasciamo questi aspetti che interessano esclusivamente gli storici della Chiesa e torniamo a parlare invece dell'edificio le cui murature romaniche vennero alla luce nel 1905, quando, staccatisi alcuni pezzi del calcinaccio all'esterno della chiesa lungo Porta Borsari, il Municipio dovette intervenire, giacché nuove cadute potevano essere pericolose per i passanti. Il rettore di allora, don Vincenzo Gilardoni, propose alle autorità di scoprire tutto il muro, e non già intonacarlo, perché sembrava antichissimo. Il suo consiglio fu accolto e scrostando apparve un muro a strati isodomi di tufo e ciottoli a spina di pesce con una finestra basilicale. Fecero seguito a questi lavori, nel luglio dello stesso anno 1905, il restauro del tetto, la raschiatura dell'intonaco interno, con l’acquisizione d’alcuni affreschi medioevali, mentre all'esterno, a metà parete, si lasciò un affresco del Brusasorzi raffigurante l’Addolorata. D’epoca ancora romanica va anche segnalato all'interno il bassorilievo della Madonna col Bambino firmata da Maestro Pulia, con l'iscrizione «Magister Pulia me fecit, orate me pro eo», assegnata allo scorcio del Duecento e già segnalata dal Da Persico, dal Rossi, dal Meyer, dallo Sgulmero, dal Simeoni e dall'Arslan, che la dice «tanto rozza che potrebbe essere più tarda di decenni». Ma anch'essa comunque è significativo documento che ci riporta a tempi lontani.

Come a tempi lontani risale il pavimento, disegnato in tempi recenti dall'architetto Ettore Fagiuoli, ma sullo stile dei pavimenti basilicali paleocristiani. Risale, infatti, al 1905 la decisione dell'autorità comunale di togliere dal piano della chiesa la sovrapposizione fatta nel 1870 per un'altezza di 20 centimetri, partendo dalla linea di quanto rimaneva del pavimento primitivo della chiesa, che era molto più basso, certamente al livello della strada romana, scoperta nel 1892 nella costruzione delle nuove gallerie fognarie. Per tre volte il perimetro del pavimento venne rialzato, forse per rinnovarlo dopo le piene dell'Adige, di cui l'ultima nel 1882 portò a due metri l'acqua nella chiesa. L'attuale pavimento in mosaico a sfondo bianco riproduce eucaristiche figure simboliche, riprese in parte dalle catacombe di San Callisto e di Santa Domitilla: pesci, agnelli, colombe che beccano l'uva. Nel tratto innanzi all'altar maggiore sono due delfini trinciati e un Buon Pastore fra due arboscelli, con la pecora smarrita sulle spalle e un secchietto in mano, figura che ricorda quella in San Giovanni in Laterano e il periodo di transizione fra l'arte romana e medioevale del IV secolo.

Ma gemma della chiesa resta, senza alcun dubbio, il portalino della Rinascenza scolpito da Gerolamo Giolfino, recante ai lati dell'arco e alla sua sommità le statue dei Santi Giovanni Evangelista, Pietro e Giovanni Battista, e nella nicchia l'affresco di Nicola Giolfino con San Giovanni nell'isola di Patmos. Fu voluto, il portalino, dallo scrittore apostolico Benedetto Rizzoni, rettore del tempio, giusta l'iscrizione nell'architrave «Benedictus Rezonius scriptor apostolicus templi huius praelatus fecit» e lo stemma della famiglia con al centro il rilievo del riccio.

Benedetto Rizzoni, figlio di Martino che fu il discepolo prediletto di Guarino, era dunque un curiale (scriptor apostolicus). Di lui, oltre che il rettorato di San Giovanni in Foro, si ricorda la costruzione di una villa, tuttora esistente, a Quinzano. Nato a Verona intorno al 1454, ebbe il primo incarico in Curia nel 1477 da papa Sisto IV, per i buoni influssi di suo zio Giacomo, pure curiale. Nominato rettore apostolico nel 1487, ottenne nel 1494, da Alessandro VI, la carica d’abbreviatore apostolico dei beni delle scomuniche, e nel 1505 venne nominato cappellano pontificio. Secondo Gian Paolo Marchi, che di Benedetto è il recente biografo, il prelato sarebbe tornato a Verona forse nel 1506 e in tal frangente avrebbe fatto erigere questo bel portalino in marmo rosso, con le statuette ricordate più sopra, le quali, secondo Maria Teresa Cuppini, sarebbero invece dell'ultimo decennio del secolo XV: «figure armoniose e piacevoli» comunque, nelle quali sarebbe attestata «una fedeltà tenace all'andamento lineare gotico, mostrandosi [Gerolamo Giolfino] più sincero d’altri lapicidi strettamente moderni».

L'altare maggiore del secolo XVIII, con alzato racchiudeva una tela di Antonio Giarola, detto Cavalier Coppa (m. 1605), raffigurante in alto l'Eterno Padre, e sotto San Giovanni che scrive il Vangelo e guarda la Madonna Immacolata e San Sebastiano. Venne levata dal vicario don Gilardoni per porvi un dipinto di Antonio Salomoni, in cui campeggia San Giovanni, il titolare. Ma poi venne tolto pure questo dipinto ed appeso con l'altro ad una parete della chiesa, e vi si collocò una pregevole tela che prima era all'altare del Crocifisso -attribuita a Giovanni Battista Rossi detto il Gobbino - con l'Addolorata, San Giovanni, San Domenico, San Francesco da Paola e San Francesco d'Assisi, ai lati di una croce di legno.

Ben riusciti sono anche gli affreschi di Miolato attorno all'altare maggiore: I profeti Isaia e Geremia e due episodi della vita di San Giovanni. Sempre del Miolato sono due scene bibliche attorno all'altare della Madonna: La spigolatrice Ruth e Rebecca che porge da bere al vecchio Eliezer.

Guglielmo Ederle ricorda che all'inizio del secolo, quando si scavò per riportare più in basso il pavimento della chiesa, vennero alla luce diverse lapidi sepolcrali ma non quella, che il Torresani riporta, che stava sopra la tomba di Gerolamo Giolfino, con questa iscrizione: «Hieronymus Julphinus armorum sculptor regius posuit». Dinanzi all'altare maggiore fu comunque individuata la presunta tomba dei Giolfino contenente diversi scheletri.

Sempre Guglielmo Ederle ci informa che altre interessanti lapidi sepolcrali vennero alla luce durante questi lavori. In una di marmo bianco è delineato con semplice contorno inciso, la figura di un prelato con la scritta corrosa. Attualmente tale lapide, tolta dal pavimento, è posata sul muro esterno della chiesa, nel cortile.

Fra i molteplici sepolcri, ne ricorda anche un altro: quello di Cristiano Pagani, parroco di San Giovanni in Foro. Costui, dopo aver retto per nove anni la chiesa, venne barbaramente ferito con una fucilata la sera del 12 marzo 1757 e morì all'alba del 14 successivo, perdonando i suoi feroci nemici, fra il compianto della città e con la pastorale benedizione del vescovo. Aveva 50 anni. Tutto ciò è ricordato da questa bella epigrafe: «Morum suavitate doctrinaque preclarus Cristianus Paganus Qui hanc Ecclesiam rexit annis IX Ignitis globulis impie sanciatus Pro nefariis hostibus Deus exorans Officio vitaque gloriose functus Tota moerente Urbe Abiit An. Dom. MDCCLVII III Id. Mart. Aetat suae L».

Con l'abbassamento dell'impiantito vennero scoperte anche le basi di quattro belle colonne di marmo rosso, colonne che sostenevano cancelli di ferro (pare finiti a San Zeno), segnanti la separazione fra penitenti e fedeli.
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1995

Condividi "Chiesa di San Giovanni in Foro" su facebook o altri social media!

Chiesa di San Giovanni in Foro - Commenti [0]

 

Aggiungi commento


Nome
Cognome
Email (non sarà pubblicata)
Commento (non sono ammessi tag HTML)
Inserisci il codice di sicurezza indicato di seguito*
 
Vuoi ricevere via email la notifica per ogni nuovo commento inserito?
No Si

* Impedisce l'esecuzione di script automatici non autorizzati.