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Chiesa di San Giovanni in Valle

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LA PRIMA CHIESA E LA CRIPTA

Proprio in coincidenza con la calata dei barbari, Verona stava completando la cristianizzazione. I cristiano-cattolici, fin dall'origine, avevano la loro cattedrale sulla via Gallica, a destra dell'Adige, oltre l'Arco dei Gavi. Era dedicata a S. Procolo (più tardi, vicino, saranno costruiti il monastero e la basilica di San Zeno), e diventò il punto di riferimento dell'apostolato dei primi dodici vescovi. Nel secolo V sorge la nuova cattedrale di Santo Stefano (415), alla sinistra dell'Adige, sotto le mura della rocca.

I Goti, ariani, anch'essi cristiani ma non cattolici, si costruirono una chiesa, che la maggioranza degli studiosi identifica nella chiesa di San Giovanni in Valle. In tal modo, abbarbicate alle mura dell'arx, troviamo a nord-est la cattedrale cattolica di Santo Stefano, e a sud-est quella ariana di San Giovanni in Valle.

Sulla data della prima chiesa di San Giovanni in Valle non c'è accordo tra gli studiosi: secondo il Simeoni, la prima chiesa sarebbe sorta nel sec. IV; secondo altri, sarebbe stata costruita, durante la dominazione dei Longobardi (568-750).

Molti ritengono che proprio la cripta sia la prima chiesa. Anche la denominazione "San Giovanni in Valle", indica che la chiesa è stata costruita sul "vallum" che proteggeva le mura robuste costruite dai goti, anzi dallo stesso Teodorico.

Ciò spiega l'iniziativa della Soprintendenza alle Antichità che volle scoprire interamente le due colonne al centro delle due scale d'accesso, nell'ipotesi che fosse l'ingresso e che i due capitelli murati fossero interi. Difatti i due capitelli sono visibili nella loro interezza; dovrebbe essere un argomento in favore, perché sulla parte esterna dei capitelli (che ora non sostengono nulla) doveva appoggiarsi qualcosa simile al protiro. Il gradino, su cui è stato murato l'arco, potrebbe essere la soglia per entrare in chiesa.

Da non dimenticare che, non esistendo ancora la chiesa inferiore, la strada (e forse il ruscello della Fontana del Ferro) scorreva nel vallo, certamente alquanto più in basso del livello attuale della chiesa inferiore.

La cripta è divisa in due parti: la prima (platea a tre navate) molto elegante, con archetti snelli e slanciati, d'epoca post-carolingia. Le colonnine rosse potrebbero venire da qualche giardino pagano, o comunque esistente nella zona. La seconda parte è massiccia, quasi tozza, ed è costituita dalle tre absidi e dai tre altari che guardano il centro del presbiterio. Forse questa e la parte più antIca.

In questa parte della cripta sono custoditi due sarcofaghi d'alto valore artistico. Con tutta probabilità provengono dal cimitero cristiano, che aveva sostituito quello pagano: costruendo la prima chiesa (ora cripta) si è pensato di conservarli in un ambiente decoroso.

A destra, guardando l'altare maggiore, il sarcofago pagano: proviene dal cimitero romano. Misura m. 2,20 di lunghezza, m. 0,74 di larghezza, e m. 0,97 d'altezza. È in marmo pario (che proviene cioè dall'Isola di Paro, nell'Egeo, ed è celebre per la sua bianchezza), "strigilato" (ossia con scanalature ondulate a sbalzo). Era evidentemente la tomba di una coppia di sposi.

Al centro, in una conchiglia, sono raffigurati i due sposi, col volto rivolto l'uno verso l'altro: lui tiene in mano un volume, lei sorregge la tunica del marito. Sotto la conchiglia è, scolpita una scena agreste, per indicare la pace, la serenità che hanno raggiunto i due sposi: due pastorelli (uno munge una pecora, l'altro è appoggiato ad una pianta) con tre pecore in atteggiamenti diversi (una viene munta, l'altra bruca il fogliame di un albero, e la terza riposa tranquilla sull'erba).

Ai lati, due figure di nobili romani che hanno il braccio tronco: questo perché in data imprecisata, nel Medio Evo, per una falsa pietà, furono trasformati in San Pietro e San Paolo, con in mano i loro simboli tradizionali (le Chiavi per San Pietro, e la spada per San Paolo). Levato il braccio, che rappresentava un falso storico, ora tutto il sarcofago è autenticamente romano.

A sinistra il sarcofago paleocristiano (cioè dei primi secoli del cristianesimo); risale al IV-V secolo. Come quello pagano, è in marmo pario e di pregevole fattura. La sua lunghezza è di m. 2,20, la larghezza m. 0,85 ed è alto m. 1,10.

Gli altorilievi del lato principale denotano una mano maestra. Sullo sfondo archi ed elementi romanici, finemente cesellati. Al centro un Cristo solenne (l'unica raffigurazione di Cristo con la barba), ai suoi piedi quattro sorgenti, quasi raffigurazione di Cristo che ha detto: "lo sono la Vita ". Ai suoi lati Pietro (sull'albero si nota il gallo) e Andrea con croce normale; per questo motivo, alcuni stentano a riconoscervi Andrea, e inclinano per altri personaggi.

Da sinistra: Cristo con la samaritana (rilevare la perizia dello scultore nel fare il verricello, la fune, il secchio col manico: tutto senza una rottura) - Il centurione che chiede la grazia a Gesù per il figlio malato (gli altri due personaggi in atteggiamento di perorare la causa) - La cananea, umile, di fronte a Gesù - Il bacio di Giuda: Gesù tiene la mano sul cuore di Giuda, come per dirgli: "Amico, fino a questo punto?".

Sopra queste scene evangeliche, una fascia d'episodi dell'Antico Testamento. Da sinistra: Daniele fa morire il serpente - Mosè riceve le tavole della legge - al centro: due geni alati sostengono un cartello con cornice - E proseguendo: Daniele tra due leoni - un uomo barbuto con un cane (Tobia? Geremia? San Pietro? attribuzione incerta).

Sui due lati minori del sarcofago due bassorilievi, meno belli, forse di qualche discepolo: Adamo ed Eva, sul lato destro; e su quello sinistro, Caino e Abele che presentano a Dio i loro prodotti (secondo altri: Giuseppe d'Egitto che riceve i doni dai fratelli).

Il coperchio fu aggiunto dopo che, nel 1395, furono ritrovate le ossa dei Santi Apostoli Simone e Giuda Taddeo. Raffigura i due Santi col loro discepolo S. Saturnino. L'arte è quasi rozza, ed in netto contrasto con l'eleganza e scioltezza del sarcofago.

Tutto il complesso è sormontato da quattro colonnette, che sorreggono quattro piccole statue di marmo greco. Le due più in basso rappresentano due vecchi, in abito monastico, che tengono in mano uno un libro aperto, l'altro un libro chiuso (raffigurazione forse dei due Apostoli). Le statue più in alto rappresentano due donne genuflesse, che guardano al centro dell'arca e reggono due colonnette (simbolo della fortezza e costanza dei due Apostoli?).

Gran parte della cripta era un tempo affrescata. Ora rimangono alcuni affreschi nell'abside centrale, rovinati dall'umidità. Raffigurano, a quanto pare, l'Adorazione dei Magi, la Madonna su trono con due devoti; al centro (interrotta da una finestra), probabilmente, l'Annunciazione. L'opera è attribuita ad Altichiero, o alla sua scuola. L 'abside laterale (forse dipinta nel 1300) è decorata a rosoni e rombi. Su un pilastro, una figura di un santo vescovo (sec. XIV?).

Il pavimento, sconnesso, è formato da pietre che provengono dal cimitero preesistente.

CATTEDRALE ARIANA?

Verso la fine del secolo VI, o all'inizio del VII, sulla chiesa primitiva (cripta) venne innalzata la nuova chiesa (chiesa superiore), si allungò la navata per dare più spazio al numero crescente dei cristiani. Pertanto si alzò il livello della stessa chiesa inferiore (si ricordi che ci troviamo nel "valIo" di Teodorico ), ricavandone spazi, sotto il pavimento, per le tombe di solito riservate al clero.

All'ingresso si costruì il nartece, cioè il luogo destinato ai catecumeni e ai pubblici peccatori (scomunicati), con la vasca battesimale.

Che il complesso architettonico non sia stato costruito su un unico progetto fin dall'inizio e che le nuove chiese siano state edificate sulla preesistente, risulta chiaro dal fatto che la bellezza della cripta è stata "deturpata" da due pilastri che sostengono (perforando il volto tanto elegante delle due navatine della cripta) le colonne della chiesa superiore, e dall'ipotesi abbastanza convincente che, sotto la scala che divide la chiesa superiore da quella inferiore, si trovasse l'entrata della chiesa primitiva.

L'esistenza del nartece con la vasca battesimale, e che fino al 1300 si sia battezzato nella notte di Pasqua, pone una domanda legittima: "Sappiamo con certezza che i battesimi erano amministrati solo nella cattedrale; ora, se da tempo immemorabile si è battezzato in San Giovanni in Valle, non è lecito concludere che probabilmente era questa la "cattedrale" degli ariani?".

La risposta ovvia sembra la seguente. Gli ariani (Goti e Longobardi), diventati padroni di Verona, considerato che i cattolici avevano fa loro cattedrale in Santo Stefano, proprio vicino alla zona trincerata, hanno deciso di costruirsi anche loro la cattedrale, sempre fuori della fortezza, però molto vicina. Tanto più che i dignitari Longobardi si erano insediati vicino alla chiesa, nella località chiamata fin da allora "Corte del Duca". Molte circostanze inducono la maggioranza degli studiosi a ritenere che la Chiesa di San Giovanni in Valle sia stata costruita sotto i Longobardi, verso la fine del sec. VI, e che, quasi certamente, sia stata la loro cattedrale.

ARCHITETTURA ED ARTE

La chiesa attuale risale al 1120, ricostruita dopo il terremoto del 1117. La precedente, come si è indicato, fu eretta dai Longobardi e risaliva al sec. VI-VII: a questa, quasi certamente, appartiene la piccola abside settentrionale. La cripta, forse la prima chiesa, risale al sec. V-VI, e venne costruita su un'antica necropoli pagana. Esaminiamo ora I' arte in questo mirabile esempio di stile romanico veronese, che è la chiesa di San Giovanni in Valle.

L'ESTERNO

LA FACCIATA. Verticalmente è divisa in tre parti. Qui doveva terminare il nartece: verso il 1300, fu portata la facciata dove ora si trova, allungando di un'arcata (che è la più ampia) la chiesa. Gli archetti che coronano la facciata sono della stessa epoca e scuola di quelli che ornano la parte inferiore del campanile di San Zeno e le absidi del Duomo. La precisione del fregio che li sormonta, a denti di sega, denota la perfezione raggiunta dall'arte romanica veronese. Al sec. XIV appartengono la porta e il protiro pensile , appoggiato su due colonnine di marmo rosso. Nel protiro un affresco attribuito a Stefano da Verona: una Madonna con il Bambino Gesù in braccio. Ai lati: a destra, San Bartolomeo con lo sguardo rivolto al Bambino, che pure lo guarda; a sinistra, Sant'Antonio Abate. Nel sottarco, tre medaglioni: San Giovanni Battista, l'Agnello Pasquale e il Profeta Isaia.

I FIANCHI E LE ABSIDI. I fianchi della chiesa sono costruiti con estrema semplicità. Di singolare bellezza sono invece le tre absidi, che formano il complesso più perfetto dell'arte romanica veronese.
La più bella è quella settentrionale: solo nella chiesa dei SS. Apostoli si trova una simile decorazione. Semicolonne .appoggiate a lesene che sostengono la cornice. I capitelli sono di stile corinzio; il più bello è quello con leoncelli camusi poggianti con le zampe su foglie d'acanto: sembrano affaticati nel sopportare il peso dell'architrave. L'absidiola è un piccolo capolavoro dell'arte romanica veronese.
L'abside centrale poggia su elementi di un precedente tempietto pagano (pietre bianche lavorate). Molto bello il fregio con rami, fiori, foglie scanalate, tra i quali si svolgono scene di caccia: cacciatori con corni e cani che inseguono la preda.
Sul tetto della chiesa: una "pigna" che sostiene la croce: forse proviene dall'antico cimitero pagano.
L'abside meridionale con archetti e fregio soprastante, con regolari intrecci di foglie.

CAMPANILE. La parte inferiore è romanica, la superiore risale al sec. XVI. Nella parte bassa sono visibili pietre provenienti da fabbriche romane. Sulle due arcate da notare il "fornice" che ricorda quello del primo pilastro del Ponte Pietra. Sulla cella campanaria fa spicco lo stemma della città.

CHIOSTRO. Un tempo, il chiostro percorreva tutto il lato sud della chiesa, come si vede dalla copertina del tetto. Per un certo periodo il chiostro fu trasformato in oratorio. All'inizio di questo secolo fu restaurato, e riportato alla purezza delle sue linee originali: archetti a tutto sesto, sostenuti da colonnine abbinate, in marmo rosso.
Vicino al cancello, su un pilastro, una rozza statua di San Giovanni, gobbo, che risale al sec. XIV.

CANONICA. È l'antica collegiata. Si intravedono i resti dell'antica struttura: porte e finestre contornate dalle stesse ghiere di tufo, adoperate per la chiesa. Risale, come la chiesa, al 1120. Il porticato sul cortile, evidentemente è d'epoca posteriore.
Murate sotto il porticato, alcune pietre sepolcrali, un tempo nell'interno della chiesa. Degne di nota: quella rossa, in bassorilievo, dell'arciprete Bartolomeo di Legnago, morto nell'anno 1474; e quella vicina all'angolo, in parte rovinata, di Cristoforo Placenta (+ 1543).

L'INTERNO

L'interno è a tre navate: stile romanico, con pilastri alternati a colonne. La chiesa è lunga m. 28,50, e larga m. 12. La chiesa inferiore, cui si accede dalla porta centrale discendendo cinque gradini, misura m. 17; la chiesa superiore, alla quale si sale con sette gradini, è lunga m. 21,50. La navata centrale è larga m. 5, mentre le laterali misurano m. 3,50.

L'architettura romanica veronese trova qui la sua maturità: armonia di spazi, di pilastri alternati ad esili colonne di marmo rosso; ariosa la navata centrale, più raccolte quelle laterali. Di grande effetto scenico la scalinata, che porta al presbiterio. Tutto il complesso è molto suggestivo e dà un senso d'ampio respiro, tutto permeato di mistica religiosità.

A sinistra, entrando, il Battistero: un grande volto, aperto nel 1774, nel quale è posto il Fonte Battesimale in marmo greco, a pianta ottagonale, rinascimentale. Le quattro colonne sono ornate di capitelli: il più interessante si trova vicino al presbiterio, con teste d'ariete agli angoli; sembra quasi di intravedervi la stessa mano che ha scolpito il capitello con i due leoni, che si trova all'esterno dell'abside più piccola.

L'altare maggiore, barocco, fatto eseguire dalla Magnifica Città nel 1755: opera di A. Cristofoli. È in marmo rosso e bianco; sul dossale, un bel alto rilievo del Patrono, San Giovanni Battista. Di elegante fattura il tabernacolo, molto slanciato, ora un po' ridotto per i danni subiti nel bombardamento del 1944. Le piccole statue di bronzo di cui era adorno, purtroppo sono state trafugate.

Nella Chiesa Superiore, a sinistra, presso la porta della Sagrestia, infisso sulla parete, un Tabernacolo, di pietra tenera bianca. Figura centrale è il Cristo che regge il vessillo, attorniato da teste di Angeli, alternati a festoni. Ai lati due Angeli (a figura intera) con le mani giunte. È del sec. XVI.

Un tempo la Chiesa era tutta affrescata. Ora restano solo dei frammenti. L 'ultimo affresco, che era giunto fino a noi intatto e che rappresentava la Madonna della Misericordia, sorretta da quattro angeli e col Bambino rivolto verso i devoti, è stato distrutto dal bombardamento. Era attribuito a Martino da Verona (sec. XV). Si trovava in alto, a destra, entrando; sono ancora visibili i buchi prodotti dalle schegge, e, in alto a sinistra, l'unico frammento rimasto: due ali d'angelo.

Presso la porta che dà sul sagrato, alcuni affreschi a strati sovrapposti, che vanno dal sec. XII al XIV. Si nota una Sacra Famiglia, un Santo (San Francesco?), Sant'Elena.

Davanti alla porta della sagrestia, nel sottarco, si vede un'epigrafe in marmo: è la trascrizione di un'iscrizione, esistente in questo luogo, che ricorda l'epoca della decorazione della chiesa (1184) e il nome del pittore Beaquinus. Della prima decorazione restano gli elementi floreali dei sottarchi e la Sacra Famiglia, già accennata. In alto, sulla parete interna a sinistra, Sant'Antonio Abate, con una lunga barba bianca; c'è poi un'altra figura di santo, e una scena in cui si intravedono un cavallo e parte di castello (non è difficile riconoscere San Giorgio che uccide il drago, liberando la principessa); vicino, altri due santi.

Nella sacrestia, due piccole sculture: una Madonna con Bambino in braccio attribuita a M. Pulia (sec. XIII), e il Battesimo di Gesù, di ignoto (sec. XVI). Sull'altare: un affresco della Madonna con Gesù e San Giovanni Battista, di incerta attribuzione, e una tela di San Giovanni Battista, di Felice Brusasorzi.

LA PIEVE DI SAN GIOVANNI IN VALLE

Fino al 1000, la cattedrale costituiva un'unica, grande Parrocchia, estesa a tutta la città. Non sappiamo quali rapporti siano intercorsi nel sec. X tra il clero di San Giovanni e i canonici della cattedrale. Sembra siano stati abbastanza cordiali, se all'inizio del sec. XI, e precisamente nel 1025, San Giovanni è già Parrocchia: l'elenco dei Parroci inizia proprio in quell'anno con Don Marzio Tabella.

Quanto al numero delle Parrocchie, si sa con certezza che il vescovo Adelardo, nel 1194, aumentò le Parrocchie in città; ma non ne conosciamo il numero esatto. Mentre molto più tardi, il 4 Luglio 1336, il vescovo Nicolò porterà le Parrocchie a 52, come risulta dal rotolo del notaio Pegoraro dei Guidotti. C'è un particolare in questo documento che merita di essere sottolineato: dei titolari di queste 52 Parrocchie, solo tre "rettori" sono chiamati col titolo di "archipresbyter": i capi delle pievi di San Pietro in Castello, di San Giovanni in Valle e dei SS. Apostoli; tutti gli altri parroci sono chiamati "prior", o "frater".

Vicino alla Chiesa di San Giovanni, nel 1069, viene costruito un Ospizio per i pellegrini, chiamato xenodochio. Perché potesse avere una certa indipendenza economica, fu dotato di terre presso San Nazaro e in Campo Marzio. Data la sua posizione isolata, l'Ospizio spesso era trasformato in ospedale, specialmente quando infuriavano la peste o il colera, malattie portate di solito da pellegrini o da crociati, di ritorno dalla Terra Santa. Gli xenodochi normalmente sorgevano presso le collegiate: se ne ricorda uno anche presso il monastero di Santa Maria in Organo,.

Per svolgere la sua attività, San Giovanni in Valle era dotato di un cospicuo patrimonio, , come risulta da un documento del 1184 del Vescovo Ognibene, che concedeva decime su alcune terre, che si estendevano dalla riva sinistra dell'Adige fino alla Valpantena. Le decime, come diritto, spettavano a tutte le chiese, ma in particolare a quelle "ubi sacrosancta dantur Baptismata".

Dall'indicazione di alcune località che dovevano pagare la "decima" a San Giovanni in Valle, è possibile avere un'idea della consistenza economica della pieve. Alcune località conservano tuttora lo stesso nome, altre furono identificate, dopo accurate ricerche, dai competenti in materia. San Giovanni in Valle aveva terreni a Pigozzo, Mizzole, Novaglie, Gazzo (vicino a Novaglie}, Valdonega, Montorio, Avesa, Poiano. Presso la Chiesa Parrocchiale possedeva anche delle abitazioni. Nel corso dei secoli, la chiesa ha perso tutto il suo ricco patrimonio.

San Giovanni in Valle aveva un collegio di chierici, alle dipendenze della "Schola Sacerdotum" della Cattedrale. Il fabbricato che accoglieva i chierici (antenato dei Seminari, istituiti dal Concilio di Trento nel sec. XVI), era chiamato "collegiata". La "collegiata" di San Giovanni esiste ancora come fabbricato, ed è la canonica attuale.

I membri del collegio si chiamavano "canonici", e la casa dove risiedevano era detta "canonica" (su alcune guide di Verona, si rileva che, probabilmente, la canonica è la casa abitata più antica della città). I chierici vivevano come claustrali nella "canonica": proprio per questa "sembianza di vita monastica", la collegiata era detta anche "monisterium".

Il Vescovo Corner, con documento 28 novembre 1505, istituì la "Mensa Cornelia" per venire in aiuto ai chierici poveri che studiavano nella "Scuola degli Accoliti", istituita il 15 Giugno 1440 dal Papa Eugenio IV. Per reperire i fondi necessari, fu tolta una "porzione clericale" ad ogni pieve. Anche San Giovanni perse un chiericato. Duecentocinquant'anni dopo, non rimarrà più nessuna porzione clericale. Il "Collegio degli Accoliti" durerà fino al 1915.

La vita in comune della collegiata è cessata verso il 1500. E la canonica è stata messa a disposizione dei "Frati dell'Ossrvanza dei Servi della Madonna" (1515).

IL TERREMOTO DEL 1117

Un tremendo terremoto sconvolse tutto il Veneto (e in particolare Verona) la notte del 7 gennaio 1117. La Chiesa di San Giovanni in Valle "antichissima collegiata, e, per certi aspetti, sussidiaria della cattedrale", come scrive il Mor, fu rasa al suolo. Nulla rimase dell'antica chiesa longobarda, se non, forse, la piccola abside destra, stilisticamente tanto diversa e graziosa di fronte alla semplicità di linee delle altre due.

In quella tragedia crollarono, in città: San Giovanni in Fonte, San Fermo Minore, San Lorenzo, SS. Apostoli, la basilica di San Zeno ecc. Il Vescovo Bernardo si preoccupò di ricostruire subito le due chiese battesimali: San Giovanni in Fonte e San Giovanni in Valle. La Chiesa di San Giovanni in Valle è la prima ricostruita: è quella che oggi possiamo ammirare, e che risale appunto al 1120.

La chiesa verrà consacrata dal Vescovo Ognibene nel 1164. Tra il 1120 e il 1130, oltre il battistero di San Giovanni in Fonte, viene ripristinato il fonte anche a San Giovanni in Valle. Qui verranno i canonici della Cattedrale in processione il Sabato Santo e a Pentecoste per amministrare il Battesimo. La ragione della scelta di San Giovanni come "sussidiaria della cattedrale" è, secondo gli storici, un riconoscimento dell'antica cattedrale ariana. Il Battesimo agli adulti cesserà verso il 1300: risale a quell'epoca l'incorporamento del nartèce nella chiesa. In effetti, anche guardando in modo superficiale la chiesa, si nota la diversa struttura dell'ultima arcata, più ampia delle altre e aggiunta al disegno simmetrico delle arcate. Le pareti non presentano i conci a vista, come in tutta la chiesa, ma sono intonacate. Ammesso che il nartèce sia stato un atrio (ricorda quello di San Lorenzo a Roma), si devono ringraziare gli anonimi artisti di quei tempi per avere, con tanta intelligenza e squisito gusto artistico, trasportato la facciata nella sede attuale, conservandola intatta. San Giovanni in Valle è l'unica chiesa veronese che conserva il nartece.

IL BOMBARDAMENTO DEL 1944

La seconda grande distruzione avvenne la notte del 10 ottobre 1944. Una grossa bomba colpì la parte mediana della chiesa, sventrandola. Crollarono le due arcate sui due ingressi alla cripta, rovesciandovi sopra una montagna di pietrame. La cripta era piena di persone, che vi si erano rifugiate, nonostante il divieto delle autorità, che la ritenevano un rifugio poco sicuro. Infatti la cripta si trasformò in una trappola. Il bilancio è stato tragico: oltre la distruzione della parte centrale della chiesa, vi furono sei morti e decine di feriti, la maggior parte nel disperato tentativo di uscire dalla cripta dalla porta di sicurezza, posta sotto il campanile, anche questa sbarrata dalle macerie.

Il parroco e tutti gli abitanti del rione si impegnarono allo spasimo per riavere al più presto la loro chiesa ricostruita. E un anno dopo, il 10 ottobre 1945, la chiesa fu inaugurata dal Vescovo di Verona Mons. Girolamo Cardinale, che consacrò l'altare maggiore.

Durante la ricostruzione si volle riportare il tempio alla purezza della linea romanica, deturpata nel sec. XVII da un barocco stridente.
Fonte: Perini: Il Rione di San Giovanni in Valle, Verona, 1984

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