Chiesa di San Lorenzo - Verona

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Chiesa di San Lorenzo

Verona / Italia
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Indirizzo Orari Biglietti
Corso Cavour - Verona Inverno (Novembre-Febbraio): Feriali 10.00 – 13.00/13.30 – 16.00 Festivi 13.00 – 17.00
Estate: (Marzo – Ottobre): Feriali 10.00 - 18.00 Festivi 13.00 – 18.00
Al di là di un elegante arco della Rinascenza sormontato dalla statua di San Lorenzo e chiuso da un cancello in ferro battuto del XV secolo, che riprende nei motivi decorativi quadrilobati quello delle Arche Scaligere, appare, all'interno di un piccolo cortile, uno dei più antichi e suggestivi gioielli architettonici della Verona romanica. Si tratta della chiesa di San Lorenzo, purtroppo soffocata e seminascosta dalle case costruite nel corso dei secoli che, ostruendo completamente la facciata, resero necessario, fin dal Quattrocento, spostarne l'ingresso sul fianco destro.

L'attuale chiesa sorse all'inizio del XII secolo sui resti di un precedente edificio paleocristiano eretto, secondo le fonti, verso il V o il VI secolo e poi restaurato dall’Arcidiacono Pacifico dopo il terremoto del 793. Tali date sono state confermate dai frammenti di plutei, lastre a rilievo, capitelli e pavimentazione a mosaico rinvenuti in occasione degli scavi ottocenteschi, oltre che dall'epitaffio in memoria del Pacifico presso la Cattedrale di Verona.

La nuova chiesa, in stile romanico, fu edificata verso il 1110 riutilizzando in parte materiali di spoglio delle costruzioni precedenti, riconoscibili nella parte inferiore della muratura esterna e in alcuni capitelli delle navate, La data di costruzione è documentata in un’epigrafe su lamina di piombo, rinvenuta con i restauri del 1894, in cui si dice che nel 1110 il Vescovo Zufeto ricomponeva in questa chiesa i resti del Beato Ippolito, carceriere di San Lorenzo e da questo convertito al cristianesimo, In seguito al terremoto del 1117 si provvide, poi, ad innalzare i muri perimetrali e l'abside oltre il primo piano di finestre e verso la fine del secolo la chiesa fu completata con l'aggiunta del transetto, dei matronei e delle due torri cilindriche all'interno delle quali sono le scale che conducono ai matronei. Le due diverse fasi costruttive (1110 e post 1117) sono facilmente riconoscibili per la differenza tra la muratura inferiore, a ciottoli di fiume disposti a spina di pesce alternati a filari di tufo e di cotto. L'interno è diviso in tre navate concluse da altrettante absidi e transetto a due campate terminanti con un’absidiola, avente lo stesso orientamento di quelle maggiori.

Rara e preziosa la presenza dei matronei, ancora intatti, che si aprono su tre lati, lungo il piano superiore delle navate minori e della controfacciata, costituendo un esempio unico non solo in ambito veronese ma addirittura padano. Anticamente essi erano destinati alle donne. Le bifore dei matronei corrispondono ai sottostanti archi gemini della navata maggiore, separati da grandi pilastri cruciformi alternati a colonne in marmo con capitelli uno diverso dall'altro: alcuni contemporanei alla chiesa (sec. XII), altri di spoglio (sec. IX) e tre di epoca romana. Di particolare pregio quelli del transetto, decorati da un giro di foglie d'acanto da cui si staccano, agli angoli, quattro aquile ad ali spiegate.

Ma la bellezza e la raccolta suggestività dell'edificio, create dall'equilibrio delle singole parti architettoniche, dalla calda cromia dei materiali e dal calibrato gioco della luce attraverso le strette finestre strombate, a partire dalla metà del XV secolo vennero sempre più stravolte da una serie d’aggiunte e rimaneggiamenti che snaturarono le forme originarie. Nel 1446 veniva nominato rettore Matteo Canato, vescovo di Tripoli e vicario vescovile di Ermolao Barbaro, il quale iniziava a "togliere alla chiesa il suo aspetto antico"; costruì l'arco d'accesso al cortile, in marmo greco, ancora gotico nella forma ma decorato secondo il gusto della Rinascenza da candelabre e motivi vegetali; abbatté il pontile e le transenne che separavano la navata dalla zona presbiteriale e la cuba che coronava la crociera; innalzò i muri della navata centrale, sostituendo la precedente copertura a capriate con una volta a botte; nel 1477 fece innalzare da Marchesio Murar (attivo anche nella fabbrica di San Bernardino) il nuovo campanile. Non soddisfatto delle opere compiute, alla sua morte, avvenuta nel 1478, fece un lascito di 400 monete d'oro, come attesta la lapide murata vicino all'entrata, con il quale il suo successore Girolamo Maffei fece edificare l'elegante portico rinascimentale antistante la porta d'ingresso, su cui sono visibili gli stemmi del Canato.

Le sorti della chiesa non migliorarono con i successivi rettori. Tra il XVI e il XVII secolo si chiusero i finestrini romanici per aprire sei grandi finestre quadrate e due rotonde nella facciata e nel coro; si chiusero le due absidiole del transetto per addossarvi i confessionali; si costruirono nuove casupole a ridosso delle murature esterne; in seguito alla grande epidemia di peste del 1630 s’intonacarano poi tutte le pareti, coprendo gli antichi affreschi. Infine, tra il ’700 e l’800, fu inferto il colpo di grazia con la chiusura dei matronei, dapprima con una balaustra barocca e più tardi innalzando dei muri per ricavare nuovi locali per la sacrestia e la canonica; allo stesso scopo fu costruita una stanza anche sopra il portico quattrocentesco.

Con gli ultimi due interventi del 1815 e del 1835 furono realizzati l'oratorio delle fanciulle, a ridosso della muratura esterna dal lato del fiume, e la cappella di Santa Filomena, per ricavare la quale si ruppe parte del muro della torre sud nella facciata, innalzando una nuova sovrastruttura.

Come scrive il Belviglieri: «…finalmente terminarono i giorni della strage di questa povera chiesa quando nel 1885 fu eletto rettore l'Abate Pietro Scapini» e, aggiunge il Cipolla, «…niuno avrebbe potuto essere più intelligente e più appassionato restauratore. A lui si deve la completa restituzione a Verona di uno dei monumenti più prestigiosi ed antichi».

Il restauro fu iniziato nel giugno 1893 sotto la direzione dell'ing. Alessandro Da Lisca, dopo lunghi studi del monumento ed accurate indagini preparatorie alla ricerca delle antiche tracce delle strutture originali. Gli scavi eseguiti consentirono interessanti scoperte: davanti alla facciata furono rinvenute una colonna e parte degli archi forse dell'antico nartece; davanti all'altare maggiore si ritrovarono numerosi frammenti della transenna del IX secolo che divideva la navata dalla zona presbiteriale, parte dei quali sono ora visibili nel cortile d'accesso: pilastrini, lastre a rilievo decorate con animali, chimere emotivi ad intrecci viminei e girali stilizzati ed inoltre un pezzo di colonnina cilindrica con la figura di un Priapo acefalo con la veste rialzata, che confermerebbe la preesistenza in questo luogo di un tempio pagano dedicato a Venere. Inoltre, alla profondità di circa 60 cm, fu rinvenuto l'antico piano della chiesa, coperto dal nuovo pavimento nel 1825, insieme con alcuni pezzi di mosaico pavimentale rozzamente lavorato a tessere bianche e nere.

Ma la scoperta più interessante fu senz'altro quella fatta sotto il pavimento del braccio sinistro del transetto: un sepolcro di forma quadrata in cui, oltre ad alcune ossa, si trovò una cassetta di marmo contenente due croci d'argento, un crocefisso lavorato a sbalzo, un fermaglio anch'esso in argento ed una lamina di piombo con incisa la seguente iscrizione a caratteri romani: "IN NOIE DNI NRI IHV XPI AM I HIC LOCATV EST CORPVS BEATI IPPOLITI … A ZUFETO EPO IN PACE". Tale documento è molto importante perché, come abbiamo già detto, conferma l'esistenza della nuova chiesa di San Lorenzo fin dal 1110, anno in cui il vescovo Zufeto ricomponeva in questa tomba le ossa del beato Ippolito, che subì il martirio tre giorni dopo San Lorenzo, il 13 agosto del 258. In seguito al ritrovamento lo Scapini costruì un nuovo altare e collocò sotto la mensa una piccola arca con le reliquie e la scritta: "OSSA BEATI IPPOLITI MARTYRIS I A ZUFETO EPISCOPO IN SUPPOSITO LOCVLO CONDITA I IN HOC SEPULCHRO LOCATA RECOGNOVIT I MDCCCXCVI".

I lavori proseguirono quindi con la demolizione della cappella di Santa Filomena ed il parziale rifacimento della facciata, l'abbattimento dei muri che chiudevano i matronei, delle balaustre e delle cornici barocche, la chiusura delle finestre quadrate e la riapertura dei finestrini romanici. Infine, scrostando lo strato di intonaco, si riportarono alla luce molti frammenti degli affreschi (secc. XIII-XV) che anticamente decoravano pareti, archi, volte e pilastri. I primi ad essere scoperti furono quelli della navata destra, accanto alla porta d'ingresso, ove sono riconoscibili San Cristoforo e la testa di Gesù Bambino. Sovrapposte a queste le tracce di un affresco più tardo (sec. XV) di cui rimangono solo la bella figura di un giovane con barba bionda e una testa di vecchio; forse vi era raffigurato l'annuncio del martirio di San Lorenzo. Poco più avanti, sulla stessa parete, altri due pregevoli affreschi, anch'essi sovrapposti, opera tarda di Nicola Giolfino e datati 1534: il primo raffigura "Davide che suona la cetra" e sotto ad esso era l'iscrizione oggi scomparsa "ALMAE MARIAE DIVISO, IOANI BAPTISTAE … DOMUS … ERECTUM SACELLUM HOC CRISTOPHORE … FRANCISCI EORUM PATRIS ET PATRUM AC SUORUM MINOR MEM. SUMPT".

L'affresco sottostante, purtroppo assai rovinato, doveva invece raffigurare il "Battesimo di Cristo". Altrettanto significativa la riscoperta degli affreschi nella absidiola del transetto destro, della fine del XIV secolo, attribuiti da Maria Teresa Cuppini ad un ignoto autore seguace d’Altichiero: al centro del catino domina il Redentore seduto in trono e alla sua destra la Vergine in atto di presentargli alcuni devoti inginocchiati.

Della serie degli Apostoli, nell'ordine inferiore, resta oggi solo San Giacomo e sotto ancora la Madonna e altri pochi resti di una Natività. Nei sottarchi del transetto è poi riemersa una serie di tondi con busti degli Apostoli, anch'essi della fine del secolo XIV.

Oltre agli affreschi altre pregevoli opere vennero ad ornare, nel corso dei secoli, la piccola chiesa di San Lorenzo e possiamo ammirarle ancora oggi. Tra le sculture merita segnalare i tre monumenti sepolcrali in stile classico: quello eretto nel 1561 da Giovanni Francesco Trivella alla moglie Romana Cagalla, quello dei fratelli Lodovico, Galeotto e Carlo Nogarola, della prima metà del XVI secolo e quello nell'abside, riconoscibile per i busti di Galeotto Nogarola, morto a Madrid nel 1580 dopo essere stato al servizio dell'imperatore, e di sua moglie Valeria Valmarana, eretto nel 1605 dai figli Ferdinando e Filippo. Bella anche l'ancona lignea raffigurante l'Ecce Homo circondato dai Simboli della Passione, opera di Girolamo Benaglio (sec. XV); la parte scultorea fu per molto tempo ritenuta opera di Francesco Benaglio, mentre quella pittorica, con i Simboli della Passione, fu da taluni attribuita a Stefano da Zevio.

Dei dipinti che un tempo ornavano gli altari rimangono: nell'abside la pala di Domenico Brusasorzi, del 1562, con la "Madonna con il Bambino in gloria e i santi Lorenzo, Agostino e Giovanni Battista"; secondo gli storici, l’interesse di questo dipinto sarebbe accresciuto dalla presenza dei tre ritratti d’Alessandro Gandolfo, rettore della chiesa di San Donato alla Colomba, raffigurato in San Lorenzo, dell'allora rettore della nostra chiesa D. Zanolli riconoscibile nel San Giovanni Battista e del suo predecessore don Filippo Stridonio nel Sant' Agostino. Nel transetto destro vi è poi una "Sacra Famiglia con Sant'Anna, San Giovannino e un devoto", buon lavoro del pittore veronese Sante Prunati, che si vuole copia di un dipinto di Raffaello, il cui originale si trovava in casa Canossa. Nel transetto sinistro è invece un "San Michele Arcangelo" di Paolo Farinati (sec. XVI), proveniente dalla soppressa chiesa di San Michele alla Porta.

Ulteriori interventi di restauro furono condotti dalla Soprintendenza ai Monumenti dopo l'ultima Guerra Mondiale, durante la quale l’esplosione di una bomba aveva causato grossi danni alla chiesa. In tale occasione fu definitivamente abbattuto l'oratorio ottocentesco, sul lato dell’Adige, di cui sono rimaste solo quattro colonne con capitello corinzio; venne rifatto il tetto della navata, fu riaperta la finestra rotonda sulla facciata, mentre il campanile quattrocentesco, pericolante, venne demolito e ricostruito nella sua antica forma romanica.

Una chiesa piccola, dunque, ma ricca di vicende storiche ed architettoniche, forse ancora poco conosciuta e spesso chiusa ai veronesi ed ai forestieri per problemi di custodia, ma sicuramente degna di essere amata e salvaguardata come una delle testimonianze più antiche e più belle della storia religiosa ed artistica della città.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1994

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