Chiesa di San Luca - Verona

Login / Registrazione
travelitalia

Chiesa di San Luca

Verona / Italia
Vota Chiesa di San Luca!
attualmente: 08.00/10 su 1 voti
Cenni storici

Sul luogo dove ora sorge la chiesa di San Luca, alzava le sue mura protettrici (ed è gran tempo) un «ospitale» per pellegrini, di cui non possediamo notizie sicure. Era di certo quell'ospedale un luogo di riposo e di sosta per gli stanchi «romei» che si recavano a piedi verso la Città Santa, adempiendo un voto o sperando una grazia. Né dovevano essere esclusi i malati e i pellegrini comuni.

Alla nascita della chiesa assistiamo confortati, oltre che dall’immaginazione e dalle ipotesi, da notizie storiche molto attendibili. La costruzione ebbe, infatti, inizio nell'anno 1172 per opera dei Cavalieri Crociferi. Questi cavalieri, «Crosacchieri» o Crociferi, costituivano uno dei tanti ordini sorti nel dodicesimo secolo con fini umanitari e d’assistenza. Molto probabilmente essi erano i titolari dell'ospizio. Per questo la chiesa s’intitolò a San Luca, evangelista, che era anche medico.

Alessandro III (1159-81) diede la sua autorizzazione e il suo benestare all'Ordine per la costruzione. I Crociferi, sotto la guida di un loro capo, a nome Ventura, si diedero alacremente all'edificazione del tempio e del contiguo monastero. Il numero dei cavalieri era in quel tempo esiguo, ma destinato ad aumentare con il passar degli anni.

Una Bolla Pontificia in data 13 gennaio 1173 dichiarò i Crociferi, precedentemente eretti in congregazione, sotto la protezione della Santa Sede.

Nel Concilio di Mantova del 1460 Papa Piccolomini, Pio II, concesse ai Crociferi di vestire l'abito azzurrino, come riconoscimento esteriore delle loro dignità e come segno di distinzione. (Si noti che i Crociferi avevano inoltre l'abitudine di uscire per le strade tenendo in mano una croce d'argento, quale indubitabile conferma dell'ordine cui appartenevano).

Il secolo XVI è il periodo di maggior grazia per la comunità veronese. Venne rinnovata la costruzione del Monastero (1522) e furono ampliate le adiacenze. Si ricorda una peschiera - ove poi furono i bagni - scavata e ornata nel 1565. Un'iscrizione sul bordo di questa peschiera, ora scomparsa, informava che nell'anno 1565 era priore di San Luca Padre Cesare Santi milanese.

Nulla davvero faceva presagire la triste fine che doveva sciogliere la comunità, un secolo dopo. Ma evidentemente l'Ordine era minato da un grave male interno, poiché, raggiunto l'apice del suo sviluppo, rapidamente e fatalmente si esaurì. Soltanto quattro, dei 200 e più monasteri che possedeva, rimanevano dopo qualche tempo. Quest’affermazione, che è del Biancolini, è dovuta, secondo il fondato parere di alcuni, ad un equivoco di nomi. Con molta probabilità si trattava semplicemente di 200 monaci.

Papa Alessandro III, salito al soglio nel 1655, prese nei riguardi dei Crociferi una grave decisione, e con «Breve» del 28 aprile 1656 soppresse l’Ordine. Il giorno 21 maggio dello stesso anno i Crociferi di San Luca furono tutti licenziati e costretti a vestire l'abito secolare.

I beni rimasti nel monastero contiguo alla chiesa, non ancora compiuta, furono messi all'incanto sotto la Loggia del Consiglio in Piazza dei Signori. All'asta presenziarono il Vescovo e i rettori di Verona.

Nel marzo del 1657 Sebastian Pisani (1650-1668) Vescovo di Verona assegnò la chiesa alla Compagnia del Santissimo Sacramento, che era rimasta senza sede, dopo aver abbandonato quella di San Sebastiano, dove avevano fatto ritorno l'anno precedente i Gesuiti. I Reggenti della Compagnia ottennero la chiesa il 28 maggio 1657 e in pari tempo acquistarono anche il convento coi vicini fabbricati e un tratto di terreno contiguo che era coltivato ad orto. La chiesa ricevette infine le ultime cure e fu completata con la torre campanaria.

La compagnia che aveva preso possesso di San Luca era d’istituzione recente, e doveva precisamente i natali al Vescovo Agostino Valerio.

Con la fine dei lavori nel corpo della chiesa, la Compagnia poté aprire il luogo al culto solenne del Santissimo, com’era suo preciso compito. Della prima «Ora di Adorazione» solenne tenuta in San Luca, avvenimento di grande importanza liturgica, abbiamo notizia precisa.

Nella festa di Pentecoste del 1660, il «Collegio delle XL Ore» invitò tutti i Parroci di Verona ad intervenire processionalmente in San Luca con i parrocchiani, per una solenne «Ora di Adorazione pubblica». L'avvenimento fu il primo di una lunga serie. Nelle feste di Pentecoste si costruiva davanti alla facciata una loggia in legno con triportico, e l'interno della chiesa veniva decorato con damaschi e paliotti. Alla chiesa convenivano le 45 Parrocchie cittadine e i frati d'ogni ordine e le confraternite.

L'insediamento dei Confratelli del Santissimo segnò una tappa importante nella storia della chiesa. D'allora al titolo di San Luca venne aggiunto quello del «Corpus Domini»; come si legge in sagrestia e come mostra l'ostensorio sull'arco dell'atrio. (Un’iscrizione sul fianco destro del tempio, ora scomparsa, diceva: quell’Agnello che il bue di Betlemme avea con blando alito scaldato nel Presepio di Palestina, ora il Bue antiocheno - cioè San Luca simboleggiato - con devoto culto accolse Agnello Eucaristico nell’Ospizio di Verona).

Nel 1675 si fece il volto della chiesa, e nel 1691 l'Altar Maggiore. Nel 1715 i membri della Corporazione dei filatori di lana eressero l'altare dedicato a San Carlo. I Reggenti della Compagnia, che abbiamo vi- sto apportatori di nuova linfa alla vita di San Luca, sentirono l'importanza e le nuove esigenze del luogo. Le campane piccole, che avevano trovato alla loro venuta, erano oramai insufficienti ai compiti cui erano destinate, e nel 1742 decisero di cambiarle con altre più grandi, sopperendo alla non indifferente spesa con qualche sacrificio. Alcune rarissime pitture di San Luca furono messe all'asta e il ricavato copri le spese per le campane.

Nel 1753 si pose mano ad un ampliamento della chiesa, che richiese quasi due anni di lavoro, visto che solo nel 1755 avvenne la riconsacrazione al culto. Nel 1807 l'invasione francese portò, col provvedimento che aboliva confraternite e congregazioni, alla soppressione della Compagnia del Santissimo. Nel 1808 San Luca divenne parrocchia, annettendo San Silvestro e Ognissanti.

Le cure intorno al corpo della chiesa continuarono. Esigenze di estetica e di funzionalità intervennero a suscitare nuovi lavori e mutamenti. Cosi nel 1822 si provvide all'acquisto di campane nuove, e nel 1840 Cristoforo Bonometti diede mano al rifacimento completo del pavimento, che fu compiuto nel giro di due anni,

Nel 1874 un ardito intervento sul fianco destro della chiesa portò alla demolizione di quella parte del tempio dietro l'altare di San Luca che ostruiva pericolosamente il traffico nella strada parallela.

Verso i giorni nostri la chiesa subì ancora mutamenti alquanto notevoli: il pavimento è stato recentemente rifatto e alcune iscrizioni sono scomparse. La sistemazione degli altari è stata oggetto di modifiche. L'altare di S. Croce si è aperto in esedra con audace lavoro.

L'esterno

La chiesa fu costruita secondo l'orientazione antica, venendo in tal modo a trovarsi parallela al decorso stradale. L'esterno non offre notevole campo di indagine ed è infelicemente costretto tra le case vicine. Resta libero e ben visibile, dalla parte della strada, solo il fianco destro, dove si apre una porta sopra la quale si legge l'iscrizione dedicatoria: D.O.M. IN HONOREM S. LUCAE EV.

La facciata, di cui è visibile la sola parte inferiore, è aperta su un atrio che conduce dalla strada al chiostro: sulle pareti laterali si trovano alcune lapidi ed iscrizioni.

Il Chiostro, a pianta rettangolare, racchiude un piccolo cortile sul quale si alza il fianco sinistro del tempio.

L'interno

Oggi la chiesa di San Luca si presenta quasi completamente rinnovata rispetto a ciò che era non molti lustri or sono. Le molte novità non sembrano avere, in generale, una «personalità» troppo artificiosa e di cattivo gusto, ma un tentativo di adeguarsi all'antica atmosfera del luogo. Non forzature; dunque, ma un'impronta nuova, un ambiente consono ai tempi, seppur non alieno dai quieti e sereni «riposi» delle antiche chiese.

Non v'è mai luce cruda, la chiesa resta piuttosto immersa in una sua pacata penombra che concilia alla preghiera. I finestroni sono posti molto in alto, rispettivamente sopra le cantorie, sopra la porta principale, sul fondo del presbiterio.

Originariamente le vetrate istoriate che sono sopra le cantorie erano destinate alle altre due aperture; ma ragioni di visibilità consigliarono l'attuale sistemazione, adattando di poco i vani esistenti alla forma delle due vetrate.

Un’innovazione destinata alla più attenta considerazione è la costruzione di una cappella dedicata ai Caduti, sotto la cantoria di sinistra. Qui lo spirito di pietà e l'amore pei defunti ha trovato la sua più bella concretezza in un luogo quanto mai suggestivo.

Il Battistero

Il fonte battesimale si trova subito a destra, entrando dalla porta principale, allogato in una nicchia della parete, non tanto profonda. È chiuso superiormente con una copertura metallica. Nella nicchia è dipinta una scena evangelica, il Battesimo di Cristo, di mano del Mattielli: una delle tante novità di cui si è arricchita la chiesa negli ultimi tempi. Si tratta di un dipinto eseguito con linea dignitosa e cura del colore.

I quattro altari minori sono, come in origine, posti nelle cappelle laterali. Il I altare a destra, secondo il Simeoni, venne rinnovato in marmo da Chiarastella Miglioranzi nel 1717, nello stesso anno in cui la Miglioranzi faceva costruire l'altare di S. Croce. Sembra che sia stato lo Schiavi (1686) a fornire il disegno, e suoi sarebbero pure gli angioletti decorativi.

Un tempo l'altare era sormontato da una pala di Jacopo Ligozzi, rappresentante la «Invenzione della Croce con Sant'Elena e dame». La pala ora si trova nel coro.
Attualmente sopra l'altare vi è una Croce, da alcuni attribuita allo stesso Giovanni autore di quella del Duomo, che si trovava prima sull'altare del Crocifisso ove è ora la Cappella dei Caduti. Fa da sfondo al Crocifisso un dipinto di Carlo Donati che raffigura «Sant'Agostino, Santa Monica, San Gioacchino e Santa Caterina da Siena», dove la severità della composizione e l'intonazione del colore ci persuadono a un pensiero raccolto, vibrante (AVENA).

Il Il altare a destra venne eretto nell'anno 1627 per ordine di Cristoforo Bonometti, e ricevette la denominazione di Altare dell'Angelo Custode, per un dipinto del Ridolfi (1627) che raffigurava appunto un angelo. La tela passò in seguito sotto la cantoria di destra, e sull'altar Bonometti venne posta una pala dello Schiavoni che rappresentava il Santo titolare col bue, e i Santi delle chiese soggette, Sant'Antonio Abate e San Silvestro.

Attualmente l'opera dello Schiavoni si trova nel coro. Al suo posto, nel 1940, è stato messo un bassorilievo, dono di fedeli all'Arciprete monsignor Giuseppe Chiot, dove sono raffigurati San Giuseppe e il Bambin Gesù. L'opera è di stile sobrio, le figure sono colte nei tratti essenziali. Il gioco d'ombre è tenue, accentuato solo in quelle braccia del Santo Bambino che si protendono in fuori, braccia aperte ad ogni figliol prodigo. È opera di R. Banterle.

Imponente nella sua ricca linea barocca, l’Altar Maggiore offre al visitatore una visione di colonne e statue disposte in elegante simmetria. Un grande alzato di marmo si eleva verso la volta con dovizia architettonica. L'altare fu comperato dai Reggitori il «Collegio delle XL Ore» da Monache di Sant' Antonio in Santa Teresa nell'agosto 1680. Trasportato nella Chiesa di San Luca, venne arricchito di marmi e statue e reso prezioso da indorature. Vi fu posto dopo che San Luca divenne chiesa del Corpus Domini, quasi a riaffermare la necessità e l'utilità del culto esterno contro i protestanti che lo negavano. E il 29 settembre 1755, come attesta una iscrizione in sacrestia, fu solennemente consacrato dal Vescovo Giovanni Bragadino.

Sui due lati del presbiterio due mezzo colonne corinzie con alto basamento fanno da cornice a due quadri. A sinistra è un'opera di Lodovico Dorigny (1654-1742): «La manna nel deserto»; a destra un dipinto di Bartolomeo Cittadella: «Il profeta Eliseo muta le pietre in pani alla vedova».
Di Angelo Marinali sono le due statue che si trovano sopra le porticine ai lati dell'altare. La «Carità», a destra, è una simbolica donna dai pochi e succinti abiti. A sinistra la «Fede» guarda rapita e pensosa alla Croce, immobile in una sua ieratica positura. La «Fede » è l'«opus postremum» di A. Marinali, dove l'artista profuse gli ultimi bagliori della sua arte.

Quattro colonne corinzie costituiscono l’alzato dell'altare e racchiudono il Trono del SS. Probabilmente lo spazio tra le colonne era riservato ad una grande pala, ma fu poi dedicato a custodire il Trono, visto lo specifico privilegio della chiesa che era stata luogo delle prime ore di Adorazione solenne.

Dietro il Trono c'è un padiglione di marmo giallo sostenuto da piccoli angeli. L'architrave spezzato, in alto, sorregge le due statue della «Giustizia» e della «Carità».

Nell'attico, che sporge dietro e si protende verso la volta, sta il «Padre Eterno» contornato da angeli. Queste piccole statue sono tutte di C. A. Schiavi.

L'altare della Madonna fu fatto costruire nell'anno 1610 dal conte Bernardino Rosa Morando, che fu poi sepolto, nel 1615, lì accanto. Dava il nome alla cappella una «Assunta» dipinta dall'Orbetto (Alessandro Turchi, 1581-1650) nel 1610 che fu trasportata, nel 1853, sotto la cantoria di destra. L'immagine attuale, che rappresenta Maria Immacolata, è ospitata in una nicchia contornata di ex-voto.

La cappella con l'altare di Sant'Antonio (primo a sinistra) era un tempo dedicata alla SS. Trinità e aveva una tela del Torbido, che scomparve già nel 1715, quando l'Arte dei filatori collocò sull'altare un «San Carlo» dipinto da Antonio Calza (1653-1725). Dopo che il «San Carlo» fu tolto e messo sotto la cantoria a destra, ne prese il posto un altro quadro, piuttosto confuso, per la verità, che fu creduto per tradizione opera del Torbido. Il dipinto che qualcuno scherzosamente definì «torbido ma non del Torbido», si trova ora dietro l'altar Maggiore.

Oggi l'altare ospita una statua dello Zannoni, raffigurante «Sant'Antonio col Bambino ». È un'opera di belle proporzioni; il Santo è devotamente pacato nel gesto affettuoso verso il Bambino Gesù. Il viso del Santo, dal profilo affilato e dolce, esprime una spiritualità profondamente mistica. Il corpo è coperto dal saio rozzo e rigido. Del Bambino Gesù si noti la deliziosa testina e i capelli plasticamente morbidi.

Sotto la cantoria a destra si trovano: l’«Angelo Custode» del Ridolfi (1560-1644), l'«Assunta» dell'Orbetto e il «San Carlo» di Antonio Calza. L'altra tela, raffigurante il papa che conferma le regole ai Minori, è opera di artista ignoto. Questi quadri, su cui il tempo ha steso una patina preziosa, sono di valore notevole.

L'organo, situato nella cantoria a sinistra, è donazione recente. Dice, infatti, una iscrizione lì presso: OTTAVIO E LUISA FOGGINI / VOLLERO QUESTO ORGANO / PERCHÈ DICA COL SUONO / L' ARMONIA CHE LI UNÌ / NELLA VITA ED OLTRE (1925).

Sotto la cantoria si trova la Cappella dei Caduti. Una parola diversa e una attenzione commossa merita questa cappella, opera recente e altamente significativa. Dove prima c'era la ristretta cappellina con l'altare del Crocifisso, ora si apre in profondità una silenziosa esedra dall'atmosfera tenue ed assorta. La bassa cancellata in ferro battuto separa dal resto della chiesa e isola tutta la cappella. C'è, verso il fondo, dopo le quattro colonne che fanno da sostegno, un piccolo altare dove nelle ricorrenze si celebra il rito per i Caduti.

Dietro l'altare, scolpita in tragica compostezza, è un'opera del Montini, un «Cristo deposto».

Monsignor Chiot volle e fece edificare questo trepido omaggio ai Caduti sui campi di guerra, nell'anno 1919 (17). Sul basamento marmoreo, che corre intorno alla cappella, centinaia e centinaia di nomi ricordano al visitatore commosso il sacrificio compiuto e ammoniscono a una pace operante e concorde. È suggestiva l'impressione di chi si addentra un poco nella cappella: la lunga teoria di volti dolorosi sulla parete, immobili e assorti, parla di lacrime versate, di struggimenti senza fine quali le madri soltanto sanno provare.

Il pittore Carlo Donati, che è l'autore della lunga e ininterrotta decorazione parietale, ha profuso qui il dono d'una sua intima sensibilità, attenta agli effetti e all'armonia. Si rimprovera al pittore la teoria di volti simili come mancanza di vitalità fantastica. Ma già nelle antiche pitture religiose la successione ritmica delle figure fu la maniera più usata e il modo più spontaneo per esprimere valori altrimenti inesprimibili. La soluzione del Donati - dovendo egli lavorare su un fondo così largamente distribuito - pare senz'altro valida. Peccato che, col passar del tempo, le tonalità di colore dell'affresco si vadano un po' smorzando e sia resa difficile l'individuazione delle figure.

Un tempo nella cappellina che era al posto della moderna cappella si trovavano alcuni dipinti sulla Passione di Cristo, di Sante Prunati, di Meves, di Falcieri. Ora qui è il tempio della passione umana la quale sempre, quando è sopportata con animo sereno e virile rassegnazione, conduce a Cristo.

Anche la Via Crucis che si allinea sulle pareti della Chiesa, è del Donati e costituisce un'interessante riconferma di certi motivi fondamentali dell'arte del pittore veronese. Il Donati ha voluto astenersi da ogni forma di artificiosità e di teatralità, non riuscendo sempre nell'intento.

È stato facilmente notato che in questi dipinti campeggia sempre sullo sfondo una Croce. E non è una piccola Croce, ma un’ombra gigantesca che apre mestamente le sue braccia, sempre la stessa ombra: un palese ricorso al ritmo che dona a tutti i quadri staccati una dolorante unità. e una severa mestizia. Si veda il «Gesù Condannato», «Gesù che riceve la Croce». In «Gesù incontra la Madre» si diffonde intorno ai due Volti divini una luminosità che rischiara perfino il buio della Croce. È questo forse il quadro più bello di tutta la Via Crucis di Carlo Donati.

Le figurazioni dell'Arco Trionfale, sono del Mattielli e rappresentano i Sette Sacramenti: sei «Angeli sacerdotali» piegano dolcemente verso il sommo dell'arco dove sta il «Buon Pastore», attorniato dalle sue pecorelle, simboleggiante la Penitenza. Il disegno è sicuro e i colori un po' troppo accesi. Le nuvolette sono sentite come elementi, gradini di separazione, forse non del tutto necessari.

La volta del presbiterio reca un «Trionfo del Cristo» di accurata fattura. Tecnicamente indovinato il brusco passaggio di tonalità, per cui i cori festanti di angeli risultano immersi in una radiosa atmosfera. Ai lati della volta sono dipinti due gruppi di Santi, filosofi, poeti.

Gli affreschi furono commessi al Mattielli con precise parole, rispondenti a geniali intuizioni. Giova ricordare qui le parole di Monsignor Chiot riferentesi alle due composizioni ai lati della volta: A destra del Cristo in gloria fra gli angeli stanno assisi come a conversare i Santi che hanno impersonato nella loro vita tutta di elevazione il Vangelo mistico di San Giovanni, che ritto in piedi li presiede. Sono Sant'Agostino, San Francesco d’Assisi, quello di Sales, San Zenone, San Giovanni Bosco, Santa Teresina. A sinistra la forte figura di San Paolo addita Cristo ai realizzatori del divino nel pensiero e nell'azione: San Tommaso d'Aquino, Sant'Anselmo, San Gregorio VII per la lotta delle investiture, il Cardinale Bellarmino per la titanica lotta della Compagnia di Gesù nella controriforma. Tra questi è Dante che col canto divino tradusse nell'arte il pensiero cristiano: Egli guarda a Beatrice che si intravede tra l'alloro ed a Virgilio. Sullo sfondo Platone ed Aristotile e Socrate, precursori, annunciano il Giusto, la causa prima, l'idea: Galileo, Leonardo da Vinci improntano della loro fede l’alta scienza, Santa Caterina da Siena, la più poliedrica figura di donna, si stacca dallo sfondo di filosofi e poeti per prostrarsi ai Santi.

Nelle nicchie aperte sulla parete d'entrata e su quella che la fronteggia vi sono le quattro belle statue degli Evangelisti, scolpiti con accanto il loro simbolo. Così San Luca, il titolare, ha al suo fianco il bue, San Giovanni l'aquila, San Matteo l’Angelo, San Marco il leone.

Sopra la porta principale, internamente, si trova una bella e grande Croce stazionale, del principio del secolo XV. L'antico oggetto di devozione è stato recentemente rimesso al suo posto d'onore e sembra accogliere in un abbraccio tutta la chiesa.

La Sagrestia

In sagrestia sono effigiati entro grandi medaglioni o quadri i Vescovi della confraternita del SS. Sacramento: dal celebre Cardinal Valerio fino al Cardinal Bacilieri. In basso sporge dal muro un lavabo di marmo. Reca la scritta: CORDA PRIUS FLETUS, MOX LAVET UNDA MANUS (prima il pianto lavi il cuore, poi l'acqua le mani). Un invito alla purificazione interiore, alla penitenza nel dolore, alla redenzione. Il lavabo porta la data del 1657.

Un «Cristo deposto» su pietra paragone è opera di Odoardo Perini. Si trova sulla parete prospiciente il sacro lavabo. Nel Coro dietro l'altar maggiore si trovano l'uno accanto all'altro tre dipinti di cui già sappiamo la storia e l'importanza. (Sono l'invenzione della Croce, San Luca dello Schiavoni, il preteso quadro del Torbido). Usciti dal Coro e attraversata la sagrestia, si può accedere al campanile. Il campanile è a cella con monofore e cupola ottagona; porta la data del 1760.
Fonte: Le Guide 20

Condividi "Chiesa di San Luca" su facebook o altri social media!

Chiesa di San Luca - Commenti [0]

 

Aggiungi commento


Nome
Cognome
Email (non sarà pubblicata)
Commento (non sono ammessi tag HTML)
Inserisci il codice di sicurezza indicato di seguito*
 
Vuoi ricevere via email la notifica per ogni nuovo commento inserito?
No Si

* Impedisce l'esecuzione di script automatici non autorizzati.