Chiesa di San Nazaro e Celso - Verona

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Chiesa di San Nazaro e Celso

Verona / Italia
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Una delle chiese più belle di Verona è certamente quella dei Santi Nazaro e Celso in Veronetta che dà il nome ad una serie di vie e viuzze e alla quale era un tempo annesso un monastero benedettino. Costruita alla fine del secolo XV da un ignoto architetto, fu più tardi arricchita di un vasto piazzale circolare davanti alla facciata. Nel suo interno si trovano numerose cappelle fra cui, più bella di tutte, quella dedicata a San Biagio, vescovo e martire, che è ivi sepolto. Tutte le cappelle ospitano poi capolavori di pittura veronese del Cinquecento ed oltre.

L’attuale edificio della chiesa ha compiuto da qualche anno i cinque secoli dalla sua solenne consacrazione, avvenuta appunto, come ricordano iscrizioni tuttora conservate nel tempio, il 14 febbraio 1483 per mano di Marco Cattaneo, arcivescovo di Durazzo, quando si suggellavano in tal modo quei lavori edilizi che si erano iniziati il 13 ottobre 1464 e si erano conclusi, ma solo per la parte muraria, il 6 aprile 1466.

Non era quella però la prima volta che la chiesa dei Santi Nazaro e Celso veniva ricostruita: già agli inizi del secolo IX qui esisteva con certezza un sacello, ovviamente fuori delle mura della Verona di allora, che l'anonimo autore del Versus de Verona pone a difesa spirituale della città, durante il regno del piissimo Pipino, prima che orde ungare calassero a devastare i sobborghi veronesi ove già prosperavano questo e altri monasteri.

La chiesa nominata dal Ritmo pipiniano, devastata dagli ungari e risalente forse nelle sue strutture al secolo VII, dovrebbe essere stata quella, semi scavata nel tufo del monte Costiglione, di cui tuttora esistono importanti resti: la cosiddetta Grotta di San Nazaro con le stratificazioni d’affreschi, parte del 996 e dovuti ad un restauro condotto dopo l'invasione, parte invece del secolo XII.

Scrisse l’Arslan che i più antichi affreschi di San Nazaro si pongono «tra i più tardi e cospicui monumenti italiani sorti sotto l'influenza del Rinascimento carolingio e attestano, ancora una volta, le strette connessioni esistenti, anche alla fine del secolo X, tra Verona e le ultime vivaci propaggini di quella cultura».
Il sacello è scavato, per la parte ancora esistente, direttamente nel tufo del monte, ma esso doveva essere completato, un tempo, da una porzione d’edificio in muratura. Forse in origine era dedicato a San Michele Arcangelo, ma i due Santi Nazaro e Celso vi dovevano godere di un particolare culto se furono riprodotti nel secondo strato di affreschi, oggi trasportato al Museo Cavalcaselle presso la Tomba di Giulietta.

Mentre il primo strato fu eseguito probabilmente in occasione del restauro di cui fu oggetto il complesso nel 996, il secondo strato è ascrivibile invece al secolo XII. Anche tramite le incisioni pubblicate da Orti Manara è possibile ricostruire il programma iconografico realizzato nella circostanza per la cappella: nella nicchia della parete di fondo era rappresentato San Michele; ai suoi lati i Santi Nazaro e Celso; sopra, nella lunetta, un’Annunciazione con, sullo sfondo, una Gerusalemme celeste. Venivano poi, nella nicchia di sinistra, un Battesimo di Cristo, in quella di destra una Natività e, nella volta, un Cristo in maestà con ai lati, sei per parte, gli Apostoli. Di questo secondo maestro di San Nazaro è rilevabile il vistoso uso di intensi cromatismi.

Oltre agli affreschi, la piccola chiesa aveva anche un pavimento a mosaico di cui pure sopravvivono resti. Tale mosaico reca nel presbiterio motivi di cerchi intrecciati, e nella navata racemi neri su fondo bianco. La nicchia presenta invece dei riquadri contornati da dischi ad elica o a stella.

Questa piccola grotta perse poi di importanza con ogni probabilità quando i Benedettini fabbricarono nei suoi pressi una vera e propria chiesa romanica, consacrata nel 1031 dal vescovo Giovanni e i resti della quale sarebbero apparsi agli occhi dei fabbricatori della cappella di San Biagio cinque secoli fa.

Chiesa e monastero dei Benedettini neri, rimasero comunque fuori le mura cittadine fino al secolo XIII, quando i nuovi Signori di Verona, gli Scaligeri, rifecero la cinta muraria di difesa dandole quell'andamento che ha poi sempre sostanzialmente conservato, sulle retro stanti colline, da San Giorgio fino a Porta Vescovo.

Il monastero - più volte beneficato, oltre che da sovrani e privati, dagli stessi vescovi di Verona - godette nei secoli XI-XII di grande prestigio; stretti fra l'altro erano i suoi rapporti con l'Ordine dei Templari, e successivamente dei Gerosolimitani, che presso la chiesa del Santo Sepolcro, di proprietà del monastero, avevano un ospedale. In tale ospedale nel 1174 morì un barone tedesco della corte di Federico Barbarossa, di nome Bonifacio, non meglio identificato, il quale per riconoscenza verso l'abate di San Nazaro, Adamo, che l'aveva assistito, lasciò a questi i corpi di San Biagio e di due suoi discepoli, che egli aveva portato con se dalla Terra Santa.

Dagli interventi quattrocenteschi risultò dunque l’attuale chiesa a tre navi e tre absidi con crociera; le navi, di sei campate ciascuna, sono tra loro divise da pilastri dorici su alte basi. Questi a loro volta sorreggono pilastri ionici che sostengono gli archi di cintura delle volte. Le arcate trasversali delle navate minori sono invece acute e la loro copertura è tutta a vela. Tutto ciò induce il Simeoni a pensare che la chiesa sia stata compiuta o rimaneggiata nel secolo XVI. I lavori ebbero inizio sotto Guglielmo da Milano e sarà forse da tenere in considerazione la provenienza dell'abate quando si voglia meglio comprendere il linguaggio architettonico di questo edificio.

In effetti, il Simeoni ha almeno in parte ragione perché le migliorie e gli ampliamenti della chiesa, oltre che del monastero, continuarono per tutto il secolo successivo: nel 1575 venne ad esempio allungato il presbiterio coprendolo di volte a vela, il coro nella parte rettangolare con volte a botte e l'abside semicircolare con il grande catino, immediatamente affrescati da Paolo Farinati che vi lasciò le date e le firme.

In questo quadro di rinnovamento va inserita anche la nascita dalla gemma di questa chiesa: la cappella di San Biagio, destinata a raccogliere le reliquie del santo di cui si è detto, la cui prima pietra venne posta il 7 marzo 1488. L'edificio - che è a pianta centrale e si può configurare come un parallelepipedo a base quadrata cui sia stata sovrapposta una calotta semi sferica - è stato concepito, oltre che con due nicchie laterali, anche con un'abside dotata di volta a spicchi o costoloni, che tradisce il gusto ancora gotico del progettista, da identificarsi forse con quel Beltrame di Valsolda cui venne commissionata anche la direzione del cantiere.

Ma proprio qui sembra a Lanfranco Franzoni di ravvisare invece un esordio, in qualità di architetto, del giovane pittore Gianmaria Falconetto: il suo sarebbe, infatti, un «rifiuto a sottoscrivere questa combinazione dell'impianto centrale, classico, con l'appendice absidale, gotica». Sicché: «Attraverso l'inserimento delle modanature tracciate dal Falconetto, si evidenzia una struttura architettonica dipinta che è il vero progetto falconettiano, in certo senso polemico contro la realizzazione di Beltrame di Valsolda».

Insistendo su questa singolare esperienza del Falconetto, alla quale giustamente ascrive anche le decorazioni pittoriche della cappella Manzini in Santa Anastasia e delle cappelle Emilei e Calcasoli nella cattedrale, «presentate come due grandiosi prospetti di archi trionfali romani», è sempre il Franzoni a ricordarci come «a Verona il Falconetto fu condannato a sfogare la sua vocazione architettonica per mezzo della pittura, ma soltanto nella cappella di San Biagio, dove la sua fantasia di prospettico non si applica in superficie piana, egli poté illudersi di essere quasi giunto a realizzare una "sua" architettura, e tale ambizione si soddisfa ogni volta che un visitatore riesce a cogliere, all'interno dell'architettura reale, il progetto falconettiano, tracciato su pareti dalle finte membrature marmoree».

Fra gli artisti che diedero il loro contributo all'architettura sacra veronese pare si debba includere insomma anche il Falconetto, passato dalla pittura all'architettura in età non più giovanile. Nessun documento si attesta di questi suoi eventuali interventi nelle chiese veronesi, dove, come si è visto, sono però testimoniate sue presenze con affreschi a finte architetture.

Scultore dell'arca e dell'altare (1508) fu Bernardino Panteo. Il Falconetto e il Morone vi dipinsero la cupola; Bartolomeo Montagna dipinse nelle pareti, in quattro scene, la Vita di San Biagio; Paolo Cavazzola dipinse nella cupola L’Annunziata (1510) e Francesco Bonsignori l'ancona col Martirio dei due Santi. Sotto la predella vi sono invece tre scene di Girolamo dai Libri (1524-25) con il Miracolo di San Biagio, il Martirio di San Sebastiano e il Martirio di Santa Giuliana.

Oltre che la cappella di San Biagio anche la chiesa fu, nel Cinquecento, arricchita da numerosi capolavori: tra questi i dipinti del Montagna, del Badile, di Palma il Giovane, del Mocetto, del Morone, del Brusasorzi, del Benaglio, del Carpioni, del Bonsignori, del dai Libri, del Farinati, del Torbido, del Placco. Un’antologia che trova difficilmente un riscontro in altre chiese cittadine.

Anche la sagrestia ebbe in questi anni numerose cure. Ambiente d’estremo buon gusto, ha le pareti rivestite d’eleganti armadi che - per dirla col Simeoni - se non hanno la varietà né la finezza delle tarsie di Fra’ Giovanni a Santa Maria in Organo, tuttavia le preannunziano. Delicatissimo poi è di questi armadi l'intaglio gotico della parte superiore.

Non solo la chiesa si andava negli ultimi decenni del Quattrocento rinnovando, ma anche il monastero: esiste ancora, nell'ambito del complesso, il chiostro rifatto sempre dai monaci della Congregazione di Santa Giustina ai quali papa Eugenio IV aveva da poco assegnato il complesso.

Oltre al campanile, si ritiene di dover attribuire pure questi chiostri del monastero, o quanto di essi è sopravvissuto alle ingiurie del tempo e degli uomini, all'opera di Francesco da Castello, per le evidenti analogie delle loro colonne e capitelli con quelli delle bifore del campanile. Si tratterebbe in tal caso di un lavoro che denuncia un ritardo storico notevole, dal momento che si continuerebbero qui ad usare capitelli decorati delle tradizionali, quattrocentesche, foglie d'angolo e rosette nel mezzo delle facce.

Nel dicembre 1550, l'abate Mauro Vecelli affida la costruzione del campanile a Francesco de Castello, che almeno fin dal 1547 è qui impegnato in un intervento nella sagrestia: in quell'epoca la soluzione di un tamburo ottagonale da lui eseguito più di vent'anni prima in Santa Maria in Organo su modello di Fra’ Giovanni si maturerà in una loggetta destinata a sostenere la cuspide che ha maggiori riscontri in Venezia che in Verona stessa.

I documenti ci parlano anche per questo periodo di lavori particolareggiati riguardanti il refettorio del monastero: l'accordo per la loro esecuzione è siglato nel dicembre 1552 fra l'abate Paolo da Piacenza e due maestri murari. Si tratta proprio del refettorio per il quale, a lavori ultimati, sarà commissionata a Paolo Veronese la Cena in casa di Simone Fariseo - oggi conservata nelle Gallerie Sabaude di Torino - come attesta una ricevuta autografa del pittore. Ed ha giustamente rilevato Marina Stefani Mantovanelli come in questi anni si raggiunga «il culmine della potenza artistica di San Nazaro, la quale trova riscontro in quella contemporanea di un'altra abbazia...: Santa Maria in Organo, dove la parabola del rinnovamento si svolge in maniera affine, con una manifesta esigenza d'affermazione del potere abbaziale autonomo e assoluto, cospicua isola di potere nella città».

Un notevole intervento barocco fu, dopo questi lavori, la costruzione del recinto ellittico nel quale l’architetto Saletti racchiuse, nel 1688, il sagrato della chiesa. Il grande portale d’accesso - recentemente restaurato - è costituito da colonne, cui si sovrappone un timpano, e attorno al fusto delle quali il gusto del tempo lega drappi svolazzanti.

Nell'interno il muro è incavato in nicchie che forse ospitarono un tempo delle statue delle quali, in ogni caso, non si ha alcun ricordo.

Nel 1770 il monastero dei Santi Nazaro e Celso veniva soppresso con decreto del Senato Veneto. Ma la vita monastica non vi terminava, poiché la chiesa e il monastero venivano subito acquistati dalle monache Benedettine già in San Daniele, che vi s’insediarono, compiendo notevoli lavori di ristrutturazione del complesso monastico, e rimanendo fino alla soppressione degli ordini religiosi decretata da Napoleone nel 1806-10. Napoleone, infatti, con decreto dell'8 giugno 1805, avocava a sé le sostanze di questo monastero la cui chiesa, nel periodo austriaco 1798-1805 aveva svolto anche le funzioni di cattedrale di Veronetta. Sempre Napoleone, con decreto del 18 dicembre del 1807, stabiliva anche la concentrazione delle parrocchie sulla sinistra dell’Adige, ormai giuridicamente annessa al Regno d'Italia: in conseguenza di ciò in San Nazaro furono concentrate le funzioni parrocchiali delle chiese di San Vitale e di Santa Toscana.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1992

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