Chiesa di San Nicolò - Verona

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Chiesa di San Nicolò

Verona / Italia
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Cenni storici

Le prime notizie sicure riguardanti la chiesa risalgono al secolo XII, ma è da presumere che le origini di San Nicolò siano collocate anche più lontano nel tempo.

Della primitiva costruzione rimane una cripta, sotto il coro attuale, che ben poco conserva dell'antico. La chiesa di un tempo era detta «S. Nicolai de Buchadarena». L'origine del nome va ricercata, probabilmente, in un vicino passaggio sotterraneo con l'Arena, passaggio che fu effettivamente rimesso in luce da alcuni scavi compiuti.

L'orientazione della chiesa, con l'altar Maggiore volto ad Oriente secondo l'antico rituale, non subì variazioni fino all'anno 1627, quando il tempio fu interamente rinnovato, acquistando la forma attuale.

Il Biancolini asserisce che San Nicolò era fin da principio «del grembo della Santa Congregazione » e dà notizia di alcuni documenti del 1159 i quali informano che la chiesa era collegiata e indicano i nomi di due preti secolari che in essa officiavano: Giovanni e Viviano. Quest'ultimo è chiamato frate, evidentemente senza riferimento preciso, ma secondo l'uso dei tempi. Quanto alla giurisdizione parrocchiale la chiesa l'ebbe, stando al Simeoni, già nel 1336 con certezza; ma forse anche prima.

Alcune sante Reliquie che erano conservate nell'antico tempio, furono scoperte il 29 aprile 1519: erano ossa di martiri e di santi, che una composizione poetica celebra con devota ispirazione. Secondo il Biancolini, non è possibile determinare il luogo ove le Reliquie furono poi riposte, ma pare che si conservino sempre nella chiesa.

Il 7 novembre 1602 la chiesa di San Nicolò fu concessa ai Chierici Regolari Teatini dal Vescovo di Verona Agostino Valerio. La ratifica di questa concessione si ebbe nel 1603 per Bolla di Clemente VIII. Il P.D. Tommaso di Aquino si vide assegnato il possesso dal Vescovo il 4 giugno dello stesso anno. Con ciò San Nicolò cessava di essere parrocchia e si rendeva necessaria l'assegnazione della cura d'anime ad altra chiesa.

La parrocchia fu divisa in parti equamente distribuite tra il rettore di San Pietro lncarnario e quello di San Quirico. «Essendo poi mancato di vita il B. D. Paolo Baroni Parroco della medesima chiesa dopo le prime Bolle state ai Teatini concedute; e il "jus" Parrocchiale divenuto semplice Beneficio colla rendita della antica Parrocchia, senza obbligo personale per un prete secolare, che almeno una volta in settimana per sé o per altri celebri in essa chiesa, fu collato esso Beneficio al R. D. Agostino Bettini Rettore della chiesa di San Lorenzo». Cosi il Biancolini sui complicati avvenimenti di quegli anni.

Con lettera Apostolica di Paolo V dell'ottobre 1607 veniva preso atto e data conferma della divisione avvenuta e «da farsi» e autorizzata la Consegna della chiesa e delle case ai Padri. Il Vescovo di Verona rendeva esecutive le disposizioni papali con decreto del 20 aprile 1608. Finalmente nel 1622, con un ritardo non chiaramente spiegato, avviene l'insediamento definitivo dei Padri.

I Teatini, seguendo la regola che imponeva loro soprattutto l'istruzione religiosa del popolo, principiarono a tenere prediche per divulgare e far capire l'insegnamento evangelico.

Apparve subito che la chiesa non era sufficiente- mente grande per assolvere ai nuovi compiti, se è vero che, come dice il Biancolini, «era al concorso del popolo alle predicazioni angustissima». Presto si rese necessario provvedere a un rifacimento. Il veronese P.D. Bernardo Negroboni compì nel 1607 la posa della prima pietra e i lavori procedettero alacremente, sovvenzionati dalle pubbliche elemosine. La chiesa andò mutando volto. Il nuovo tempio, che aboliva l'antica orientazione, sorse su disegno dell'architetto Lelio Pellesina.

Intanto tristissimi lutti si venivano preparando per la città di Verona. La peste, flagello orribile ed indomabile morbo, assalì la popolazione e volle le sue vittime. Rivolgersi a Dio, in simili casi, è l'ispirazione prima. Il popolo, per impetrare da Dio la liberazione dal flagello, votò una cappella a Cristo Redentore. Nel 1630 si diede principio alla fabbrica, nel 1631 fini la pestilenza. A metà lavoro vennero a mancare i mezzi tra la costernazione generale. I 3000 ducati inizialmente preventivati si rivelarono insufficienti alla spesa che la costruzione richiedeva. Una delegazione si recò a supplicare il «Serenissimo Principe» perché aggiungesse altri tremila ducati ai già spesi. Il Principe, con gesto munifico, concesse i ducati, guadagnandosi la riconoscenza generale.

Nel 1640 la cappella poté essere portata a termine. Un'iscrizione fu murata per ricordare il compimento del voto:

D O M
JESU CHRISTO SERVATORI
EXTINTA PESTILENTIA
ARAM HANC MAXIMAM
A FUNDAMENTIS ERIGENDAM
VOTU PUBLICO VERONA
D
Il KAL. OCTOBRIS MDCXXX


La folla dei fedeli, sempre generosa, contribuì con un’altra oblazione alla continuazione dei lavori sul corpo della chiesa. La definitiva forma doveva essere raggiunta nel 1683.

Preoccupava ancora i Padri la sistemazione delle immediate adiacenze della Chiesa. In effetti, pareva loro che le case e gli orti di fronte al tempio creavano difficoltà per i fedeli intenti agli esercizi spirituali e alle funzioni religiose. La cosa andava risolta con decisione e i Padri non tardarono a comperare in blocco case ed orti. Anche questa volta i fondi vennero tratti da nuove e straordinarie elemosine raccolte tra il popolo. Dopo l'acquisto i Padri, nel 1673, ottenuto dalle autorità il permesso di disporne a piacimento, abbatterono in gran parte le case e fecero davanti alla chiesa quella piazza che ancora oggi esiste.

Con i nuovi avvenimenti politici della fine del secolo successivo, si avvicinava per i Padri Teatini un periodo critico, che doveva portare alla fine d'ogni loro diritto su San Nicolò. Nel 1806 il decreto napoleonico di soppressione colpiva anche il loro convento. Il numero delle parrocchie, soggetto a revisione fu riformato, e San Nicolò fu del numero col lungo titolo di San Pietro lncarnario in San Nicolò e la giurisdizione sulla vecchia parrocchia di San Quirico, soppressa. Dopo una secolare parentesi San Nicolò riprendeva l'antica cura d'anime.
Il convento, attiguo alla chiesa, rimasto dopo la cacciata dei Teatini inutilizzato, divenne prima caserma e recentemente edificio scolastico.

L'esterno

L'esterno, dichiarato un tempo di poco interesse e senza fisionomia, ha acquistato nobiltà e bellezza dopo l’inaugurazione della nuova facciata. L'opera non ha mancato di sollevare polemiche. Si sappia dunque (ma è cosa nota) che la facciata non è stata edificata ex novo per le esigenze di San Nicolò, ma proviene dalla chiesa di San Sebastiano, primitiva sede (distrutta dai bombardamenti della seconda guerra mondiale).

La nuova sistemazione lasciò perplessi molti, e non tanto per pochi pregi della facciata (che anzi ne ha diversi), quanto per l'arditezza del trapianto e soprattutto per la cornice nella quale l'opera veniva a trovarsi. Il punto di polemica più accesa è proprio qui. Gli amanti del bello affermano che l'attuale sistemazione di Piazza San Nicolò è un vero pugno nell'occhio. Ed effettivamente i moderni o modernissimi abitati che ivi si affacciano stonano fastidiosamente con la facciata classica della chiesa e col ricostruito palazzo dei Diamanti. La facciata è innegabilmente un'opera poderosa, piena di forza agile nella verticalità delle sue grandi mezze colonne ioniche. S'ignora l'artefice, ma si sa che, lasciata incompleta dai Gesuiti, fu portata a termine dal Barbieri (1778-1838).

Una diceria, non si sa quanto fondata, affermava la facciata costruita in origine proprio per San Nicolò. Sopra l'ingresso vi è l'iscrizione dedicatoria: D.O.M. IN HONOREM S. NICOLAI EPISCOPI.

E’ interessante notare come tempio è convento furono costruiti sulle antichissime mura di Verona, le quali facevano in questo punto angolo, dirigendosi da un lato verso Porta Borsari e dall'altro verso Porta dei Leoni. Gli avanzi di queste mura furono messi alla luce in alcuni scavi.

In antico l'anfiteatro Arena rimaneva al di fuori delle mura.

L'interno

L'interno della chiesa è d'ampio respiro. E’ ad una sola nave con due cappelle per lato che si affacciano tra pilastri corinzi. La crociera, di belle proporzioni, contiene due altari alle estremità.

Sul pavimento, sotto la cupoletta centrale, si trova un pietrone che copre una specie di sepolcro, dove furono trovati alcuni scheletri (di Teatini probabilmente) ora frammisti a macerie.

Sulle pareti, tutto all'intorno, si trovano diciassette nicchie che accolgono altrettante statue. Sono le immagini dei dodici Apostoli a cui si aggiungono quelle di Cristo, dell'Immacolata, di San Marco, San Luca e San Paolo. Le statue di San Pietro e di San Paolo sono opera di Domenico Negri; mentre del veneziano Pietro Testa sono le statue del Cristo, della Madonna e di Sant'Andrea. Le altre sculture sono tutte del Marinali. (Altri aggiungono i nomi del Peracca e di D. Aglio).

I diciotto quadri che si affacciano in alto, superiormente alle nicchie, raffigurano scene tratte dall'Antico Testamento, e furono dipinti tutti nel Sei-Settecento da autori diversi.

La piccola cupola al centro, affrescata a simboli, non ha lanterna e reca sulla circonferenza di base una cornice in rilievo a mensoline. Intorno corre la scritta: EXIMIO TUTELARI PROPITIO MAGNO NICOLAO PONTIFICI PATRATORI MIRACULORUM.

Le Cappelle e gli Altari

L'altare che vediamo nella prima cappella destra, risale probabilmente al XVII secolo, ma non si conosce il nome dell'autore. Reca sulla mensola, nel luogo ove solitamente è il Tabernacolo, una bella «Pietà» opera del Marinali. Quattro colonne corinzie incorniciano, sopra l'altare, una pala del Balestra (1666-1744) che raffigura San Giovanni Battista. Sopra, angeli scolpiti vegliano graziosamente. Nella parete sinistra della cappella si trova una porta di comunicazione. Nel lato destro, prospiciente alla porta, è collocato il fonte battesimale. Si vedono, sempre lateralmente, le statue di San Zaccaria e Santa Elisabetta di Domenico Aglio: il gruppo a destra è dedicato al canonico Maffei.

Sopra il bell'altare della seconda cappella destra vi è ora la pala del «Transito di San Giuseppe» di Adeodato Malatesta. Questa pala venne a sostituire nel 1862 l'altra dell'«Annunciata, Giovan Battista, San Giuseppe, il beato Marinoni», dell'Orbetto. Nel 1895 poi la cappella ebbe leggiadre decorazioni alla cupola e ai pennacchi, per mano del pittore Giuseppe Zannoni (1849-1903).

Le due pitture ai lati, di scuola Emiliana, raffigurano, rispettivamente, l'Adorazione dei Magi e la Presentazione al tempio. Dopo la seconda cappella, prima di giungere nella crociera, invisibile all'esterno, vi è una cappellina con ingresso dalla parte della crociera.

Il luogo, immerso in una suggestiva atmosfera, presenta in una nicchia, protetta da vetro, una delicata Madonna di Pompei, che leggenda vuole fosse venerata da San Gaetano in persona.

Un crocefisso, ch'era sulla parete a sinistra della nicchia, si trova ora sopra la porta principale. Posto nella crociera, a destra, trovasi l'altare che fu detto un tempo «delle Anime del Purgatorio » per un dipinto di Simone Brentana che qui si trovava, e trasportato in seguito in sagrestia. La pala raffigura San Gregorio, diritto e maestoso al centro, cui alcuni anime del Purgatorio tendono dal basso le braccia tra lingue di fiamma.

Il dipinto attuale, che è fiancheggiato da un intercolumnio di colonne corinzie, celebra anch'esso San Gregorio, illustrando un episodio narrato dal Santo nei suoi dialoghi. Questo dipinto è opera di Antonio Giarola.

L'altar Maggiore fu eretto per un voto durante la peste del 1630. Il disegno armonioso, mirabilmente elaborato in ogni sua parte (si noti il complesso Tabernacolo) si deve al Padre Guerino. Gli esecutori sono Carlo e C. B. Ranghieri. Le due statue ai lati del Trono sono del Marinali, terzo artefice dell'altare. Il Simeoni giudicò giustamente l'opera «magnifica».

Il Presbiterio è vasto e alta la volta. Sulle due porte ai lati stanno i busti dl San Gaetano e di Sant'Andrea, di Daniele Peracca. Sui muri laterali sono collocati due quadri: rispettivamente la già nominata «Annunziata» dell'Orbetto e il «San Nicola» del Bassetti. Sul retro dell'altare, al centro, stanno alcune piccole statue che raffigurano San Pietro e San Paolo ai IatI della Madonna e di Cristo.

Nel Coro c'è un imponente seggio di legno che gira per tutto l'emiciclo. L'organo è situato sulla balconata del Coro.

Il secondo altare della crociera (altare della Madonna) è posto in una cappella, a sinistra dell'altar Maggiore. L'immagine della Madonna è una delicata Assunta in legno eseguita su disegno di Francesco Zoppi. Si trovava originariamente nella chiesa di Sant'Andrea ad abbellire la cappella dei marchesi Malaspina. Fu donata a San Nicolò dal marchese C. Carlo Malaspina al principio dell’Ottocento, dopo la soppressione di Sant'Andrea, avvenuta nel 1806.

Dal 1774 al 1812 dimorò nella cappella una piccola statua della Madonna di Loreto, opera preziosa proveniente da Loreto, eseguita sul modello dell'originale. Sul muro a sinistra della cappella di Maria s'apre la porta che dà nella seconda cappellina, gemella di quella che già abbiamo visto. Anche qui il luogo è raccolto e suggestivo. Si noti un dipinto di Sant'Antonio e sulla parete di fronte le due immagini di Santa Rita e di Santa Teresa, il cui autore non è conosciuto.

La seconda cappella (a sinistra) è particolarmente sontuosa, palesemente la più ricca fra tutte le altre. È dedicata a San Gaetano, che gode nella chiesa di una speciale venerazione, come giustamente si comprende se si pone mente alle origini teatine della chiesa. La decorazione è merito dei Marchesi Gherardini. La pala di centro, che raffigura San Gaetano e Sant'Andrea Avellino, è del calabrese Preti. Lateralmente vi sonò due dipinti di grandi dimensioni: a sinistra «San Gaetano tra i poveri» del Meves (1628), a destra «San Gaetano tra gli appestati di Roma». Questo ultimo dipinto, attribuito dal Simeoni a F. Barbieri, risultò appartenere a Biagio Falceri (1628-1703). Del Barbieri, detto « lo Sfrisato » (1623-1698), sono invece gli affreschi della cupola: nei pennacchi le virtù teologali e morali, nelle lunette i fatti della vita del Santo. Una lunetta a vetri istoriati dà luce alla cappella.

La prima cappella (a sinistra) è un luogo in penombra, silenzioso e discreto, disadorno rispetto alle altre cappelle. L'altare, non troppo grande, di linea dignitosa, è dovuto a Marco e Stefano Tomezzoli. Il grande crocefisso che campeggia sullo sfondo di marmo nero, incorniciato da due colonne corinzie su alta base, è un'opera espressiva d'un oscuro artefice del secolo XVII. Sulla mensola è stata posta di recente una statua a vivi colori del «Cuor di Gesù». A destra vi è una porta con un piccolo gruppo scultorio, che è opera di D. Tomezzoli (1673), come il gruppetto prospiciente sopra l'iscrizione. Le statue principali rappresentano rispettivamente l’Addolorata e San Giovannino.

Di Andrea Voltolini (1643-1718) sono le mezzelune in alto con Gesù Incoronato di spine e Gesù Crocefisso.

La sacristia, cui si accede per una porta aperta nella crociera, fu iniziata nell'anno 1652 e sorse nel luogo dov'erano le case dei Prandini. E’ questa la ragione per cui i busti dei due giureconsulti Aurelio e Giovanni Prandini si trovano sull'imponente mausoleo che è sopra la porta.

In sacristia si trova il già ricordato quadro del Brentana e una «Assunta» del medesimo autore. Sulle pareti si affacciano i ritratti di alcuni Vescovi Teatini. Gli altri quadri, di poco risalto, che si trovano anche nell'antisacristia, sono tele della decadenza di autori vari, tra cui il Voltolino e il Marcala.

Alla Cripta si accede per una scala che inizia nella antisacristia. La cripta faceva parte, come s'è detto, dell'antica chiesa di San Nicolò. Gli imbiancamenti e i rimaneggiamenti posteriori e recenti ne hanno alterato la fisionomia e reso poco interessante lo studio. Notevole è però l’architettura del piccolo luogo sacro, che si articola in tre navatine divise da archi (tre per parte).

La minuscola abside è rettangolare, ricoperta attualmente da una rivesti tura di tela dipinta. Il pavimento è di mattoni. Un'apertura sopra elevata è sulla parete di fondo e dà sulla strada, posteriormente alla chiesa.

Il Campanile, cominciato in cotto, è arrivato a poca altezza. Si pensava, recentemente, a un proseguimento dei lavori, su progetto del Fagiuoli; ma l'idea trovò oppositori quanti pensavano che l'armonia dell'Arena sarebbe stata rovinata dalla verticalità del vicino campanile.
Fonte: Le Guide 20

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