Chiesa di San Pietro Incarnario - Verona

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Chiesa di San Pietro Incarnario

Verona / Italia
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A pochi passi dalla maestosa chiesa gotica di San Fermo Maggiore, nel centro di Verona, sorge un edificio sacro che affonda le radici della sua storia nel lontano passato.

E' la chiesa di San Pietro Incarnario, o meglio in Carnario, almeno se si vuol prestar fede ad una tradizione storiografica che, prendendo le mosse da questa denominazione, afferma che questa chiesa sia sorta su un antico carnarium. Il termine è di dubbia interpretazione: secondo alcuni studiosi, esso indicherebbe una delle tante aree cimiteriali che stavano all'esterno delle mura della Verona romana, mentre secondo altri farebbe riferimento ad un luogo deputato, sempre in età romana, alla macellazione del bestiame. Vera l'una e l'altra delle ipotesi, sarà il caso in ogni modo di osservare che carnarium o carnale stava ad indicare, ancora nel medioevo, una fossa comune, più che un cimitero, cui ricorrere in caso d’epidemie.

LE ORIGINI

La città si arrestava allora all'altezza dell'attuale via Leoncino, sul lato nord della quale, dietro le case che oggi la fiancheggiano, correva (ed in parte se ne vedono tuttora ampli brani), la cinta urbica che, partendo all'altezza di via Diaz, percorreva via Cantore, proseguiva per San Nicolò fino a via Leoncino, e da qui, girando ad angolo retto, andava a congiungersi all'Adige fra il ponte delle Navi e il ponte Nuovo.

Area suburbana dunque questa sulla quale doveva nascere, nel secolo X, la chiesa di San Pietro in Carnario, fondata dal marchese Milone e dedicata all'Apostolorum Princeps. E' lo stesso Milone che nel suo testamento - in data 10 luglio 995, regnanti i re Berengario e suo figlio Adalberto - la definisce

"Cappella mea propria que ego ipse a fundamento fieri rogavi foris muris civitatis veronensis non longe ab ecclesia Sancti Firmi ubi dicitur Carnario, que est dedicata ad honorem beati Petri apostolorum princeps".

(Cappella di mia proprietà che io stesso procurai fosse costruita dalle fondamenta, fuori delle mura della città, non lontano dalla chiesa di San Fermo, dove si dice il Carnario e che è dedicata ad onore di San Pietro principe degli Apostoli).

Di poco anteriore dunque all'anno 995, la chiesa di San Pietro in Carnario fu ad ogni buon conto più volte ricostruita. Forse del secolo X non sussiste alcun vestigio, a meno che non si voglia far risalire a quei tempi l'ampio e certamente antico sotterraneo, senz'altro già officiato, che corre sotto l'attuale tempio. A forma di croce, preceduto da atrio, esso conserva su di un pilastro l'affresco di una Crocefissione assai arcaica che Arslan si sofferma a descrivere minuziosamente, attribuendogli "la tenace sopravvivenza dei mezzi figurativi e iconografici dell'epoca carolingia". "Quest'opera merita tutta la nostra attenzione - annota lo storico dell'arte - perché vi traspaiono i modi di una poetica di cui non abbiamo quasi più esempi a Verona".

Gli antichi scrittori veronesi davano l’affresco al secolo X. La critica più recente, pur procedendo con più oculati accorgimenti stilistici e iconografici, non è invece riuscita a conclusioni unanimi; e s'è anzi rivelata singolarmente discorde. Sembra però aver visto giusto chi ha datato l'affresco all'XI secolo e non chi, scambiando la rozzezza delle forme tardo carolingie con quella delle forme tardo romaniche, lo ha voluto fin del XIII secolo. "In conclusione - questa la sentenza di Arslan - se non è possibile negare la presenza in questo singolare affresco di elementi stilistici e iconografici carolingi che confermano la lunga influenza esercitata da quella cerchia artistica e culturale d'Oltralpe sull'Italia Settentrionale, e su Verona in particolare, sembra arrischiato proporre una datazione anteriore alla fine dell'XI secolo".

A stare con Gianfranco Benini la chiesa di Milone si può identificare con quel lungo e stretto corridoio sotterraneo, tuttora accessibile, coperto a volta, con grandi nicchioni laterali, il cui asse coincide con l'attuale chiesa sovrastante. Tuttavia "più che di una vera e propria edificazione, si tratterebbe di un adattamento a chiesa di un preesistente edificio romano" mentre dl epoca posteriore è certamente la struttura di quel locale seminterrato, attualmente officiato e chiamato "cripta" che, disposto trasversalmente al precedente, con potenti archi in cotto, sostiene il sovrastante presbiterio e ingloba il campanile risalente al XIV secolo".

VICENDE STORICHE ED ARCHITETTONICHE

Se niente più sappiamo relativamente all'antica cappella miloniana, poco altro ci è dato di conoscere per il basso medioevo, quando peraltro la chiesa, divenuta parrocchiale, finì per dare il nome alla contrada che le era nel frattempo cresciuta attorno. Nel secolo XIII, infatti, la contrada si chiamava già di San Pietro in Carnario, come la indicano, fra gli altri documenti, anche gli Statuti di Alberto della Scala (1270-1280).

Con quelle vicine di San Fermo, di San Quirico, di Santa Agnese ed altre, questa contrada faceva parte, a quella data, del cosiddetto Quartiere Maggiore.

Risale alla fine del Trecento la collocazione davanti alla chiesa, e con tutta probabilità al centro di un sagrato, di un capitello votivo (o edicola sacra, come meglio si creda chiamarlo) già sistemato su una colonna ed ora ricoverato - dopo un restauro finanziato dalla Banca Popolare di Verona - all'interno della chiesa. Si tratta di un'opera realizzata in pietra gallina, poggiante su di un fusto in pietra lastorale a sua volta collocato su una base in bronzetto e della quale - se la lettura della scritta che vi è incisa è corretta - sarebbe artefice un importante scultore: quel Giovanni di Rigino del quale possediamo alcune opere importanti, fra cui la statua di san Procolo, finita e datata 1392.

Nelle quattro facce dell'edicola sono rappresentati rispettivamente La Vergine col Bambino, San Francesco che riceve le Stimmate, San Pietro, San Giovanni Evangelista che presenta lo scultore inginocchiato alla Madonna. Quanto alla datazione, Gianlorenzo Mellini la fa opera della maturità di Giovanni, intorno agli anni Cinquanta del Trecento, e suggerisce trattarsi forse di un ex voto -eseguito, come dice l'iscrizione, a spese dello stesso scultore - per lo scampato contagio della peste del 1348, quella stessa che costituisce lo spunto del Decamerone di Giovanni Boccaccio. Probabilmente attorno al 1440 il vecchio edificio - forse frutto di un intervento risalente al secolo XII - subì profonde modificazioni con la costruzione di un campanile e di una nuova abside, ancora superstite. Ma questo è tutto quanto rimane della chiesa superiore medioevale, perché nel secolo XVIII il tempio fu completamente ridisegnato dall'architetto Adriano Cristofali.

La fabbrica, eretta dunque su preesistenze quattrocentesche e sopra la cripta tutt'oggi esistente, doveva essere già in costruzione nel 1749 quando Giambattista Biancolini, dopo aver lamentato il "pessimo stato" dell'edificio, annota che "si va ora con limosine riparando e a miglior forma riducendo".

Di questa ricostruzione così scrive Arturo Sandrini: "Si trattò, dunque, di un intervento di ampliamento in cui Cristofali, probabilmente su esplicita richiesta della committenza, fu costretto a mantenere la porzione absidale della vecchia chiesa, innestando su questa la nuova aula il cui impianto, desunto dai modelli congregazionali ma privo di transetto, era scandito da tre cappelle laterali per ogni fianco, incorniciate da una travata ritmica d'ordine ionico. Nella copertura con volta a botte lunettata, poggiante direttamente sulla trabeazione senza l’interposizione di un attico, s'aprivano le finestre in corrispondenza con gli sfondati delle cappelle".

Sempre secondo Sandrini "non priva di interesse è la scelta dell'architetto di eliminare gli angoli dell'aula, raccordando con smussi obliqui le pareti della navata all'innesto del presbiterio e alla linea dell'ingresso, conferendo così all'invaso un senso di unità spaziale, accentuato dalla prosecuzione della travata ritmica; scelta che, per certi versi, sembra anticipare le ricerche tipologiche su modello a pianta centrale sperimentate di lì a poco sul territorio (si ricordi, ad esempio la chiesa di Cavalcaselle a pianta ellittica eretta nel 1755)".

Quanto alla facciata, "caratterizzata da una partitura tendenzialmente classicheggiante ma priva d'accenti lessicali di rilievo (più interessante, seppur alterato, è il prospetto della chiesa di Santa Lucia)" occorre ricordare - sempre con Arturo Sandrini -quanto scrive Diego Zannandreis, che la dice "opera di un muratore, esistendo il disegno delle medesima presso gli eredi [del Cristofali]". La chiesa, provvista allora di sei cappelle laterali, adesso ne ha soltanto quattro, perché nell'ancor relativamente recente dopoguerra - dopo che il complesso era stato danneggiato dai bombardamenti e onde allargare la sede viaria all'incontro fra stradone San Fermo e stradone Scipione Maffei - se ne decapitò una campata, ricostruendo quindi, in posizione più arretrata, facciata e scalinata d'accesso. Sacrificio necessario, ma che ha purtroppo svilito una bella architettura del nostro Settecento.

LA CONFRATERNITA DEI SANTI INCORONATI

La chiesa di San Pietro in Carnario era anche la sede della Confraternita dei Santi Coronati, protettori dei muratori e degli scalpellini. Già nel 1342 Roffino da Bellando, vicario della Domus mercatorum, ordinava fosse fatta un'aggiunta all'ultima posta dell'arte dei muratori, a riguardo della celebrazione di alcune feste religiose:

"Item statuimus et ordinamus quod de cetero quilibet confratrum dicti misterii celebrare debeat festivitates infrascriptorum sanctorum Coronatorum, Sinforiani [...]strati, Claudii, Casiani et Semplicii, quas festivitates sunt die VIII novembris, et debeat ire quilibet simul ad ecclesiam sancti Petri in Carnarii ad vixitandum altare dictorum sanctorum...".

(Decretiamo e ordiniamo che i confratelli di detta corporazione debbano celebrare la festa dei Santi Coronati - Sinforiano, Nicostrato, Claudio, Cassiano e Simplicio - che cade l'otto di novembre e in quella data debbano recarsi insieme alla chiesa di San Pietro in Carnario per una visita all'altare di detti santi).

I Santi Coronati sono i cinque scultori pannonici che, assunti a lavorare dall'imperatore Diocleziano, si sarebbero rifiutati di scolpire un simulacro di Esculapio, venendo per questo martirizzati. Ma anche qui, a San Pietro in Carnario, il culto dei cinque "Coronati" pannonici è associato a quello dei quattro "Coronati" romani, corniculari, vale a dire ufficiali di grado intermedio dell'esercito romano. I nove Coronati - che vennero tutti raffigurati, con al centro un Crocefisso, su dieci tavole dipinte da Antonio Badile per l'altare già esistente in questa chiesa alla metà del secolo XIV - fanno ora parte delle collezioni del Museo di Castelvecchio. Restaurate da Sergio Stevanato nel 1986, le tavole erano state esibite per la mostra di Paolo Veronese, del quale il Badile sarebbe stato appunto uno dei primi maestri.

LE OPERE D’ARTE

Altra bella tela che decorava la chiesa, raffigurante una Madonna col Bambino in gloria e i Santi Carlo, Pietro e Francesco, già esposta all'altare dei Ridolfi, rimossa dopo la riduzione novecentesca ed ora custodita nel Museo Canonicale, è dovuta al pennello di Carlo Ridolfi, pittore veronese operoso nelle Marche, figlio naturale di uno dei nobili Ridolfi che abitavano il vicinissimo palazzo ora sede del Liceo Messedaglia.

Le ricerche recentemente condotte da Enrico Maria Guzzo sulla datazione della pala di San Pietro in Carnario non hanno rilevato elementi utili per poter precisare il generico post 1610 implicito per la presenza nel dipinto di san Carlo, e l’ancor più generico ante 1632 offerto dal testamento dello zio Antonio che ordina sepoltura presso l'altare, già eretto, nella chiesa. Vero è che un'ipotesi quale una datazione slegata da quella dei soggiorni veronesi, e l'invio della pala dalle Marche, trovano conferma nello stesso particolare supporto usato dal pittore, un tovagliato operato a rombi di fabbricazione centro-italiana. La tela sembra in ogni caso datarsi verso il 1615 e quindi precedere, e probabilmente preparare, il rimpatrio del pittore nel 1617.

Nel 1898, quando la chiesa era ancora in perfetto ordine, Giovanni Belviglieri dava come in essa collocati i seguenti dipinti: cinque quadri disposti fra gli intercolumni rappresentanti Anania Spergiuro caduto morto ai piedi dell'apostolo, di Giuseppe Buffetti; San Pietro in carcere liberato dall'angelo, di Simon Brentana (altri lo dice di Agostino Ugolini); San Pietro che piange il suo peccato, di Saverio Dalla Rosa; Cristo che dà la chiave a San Pietro, di Angelo Da Campo; San Pietro interrogato maliziosamente dall'ancella, di Simon Brentana. Sopra questi erano altri otto quadri a chiaroscuro di Luigi Frisoni. Sugli altari stavano poi: L'istituzione de Sacramento dell'Eucarestia di Saverio Dalla Rosa (I altare); la già ricordata tela di Claudio Ridolfi (II altare); la già ricordata pala dei Santi Coronati (III altare); San Pietro che cammina sulle acque di Simon Brentana (IV altare, il maggiore); Madonna con Bambino, un martire e i Santi Barnaba, Lucia e Caterina di Felice Brusasorzi (V altare); Madonna, Padre Eterno, San Giuseppe e San Bernardino da Siena e due offerenti di Nicola Giolfino (VI altare); Madonna, Sacro Cuore, San Luigi e San Bovo di Giovanni Caliari, che sostituiva dal 1931 Ia Beata VergIne con BambIno e San Bovo di Sante Creara (VII altare).

Di questi dipinti alcuni sono ancora in sito, altri sono andati distrutti. Fra quelli che fanno ancora bella mostra di sé, una citazione particolare meritano quello di Felice Brusasorzi del quale Licisco Magagnato, in occasione della Mostra Cinquant'anni di pittura veronese (1580-1630), tenuta alla Gran Guardia nel 1974, ebbe a scrivere:

"La tela appartiene senz'altro all'ottavo decennio del secolo XVI e segna un momento di ripresa, da parte di Felice, di quelle cadenze parmigianesche già care a Domenico, che ne aveva tratto ispirazione specie per i suoi monocromi di Palazzo della Seta; ed è singolare anche, nella pala Spolverini, l'intonazione quasi monocroma, quasi una tempera grassa giocata su sottili chiaroscuri; ciò è evidente specialmente nelle due Sante, che sembrano ideate sul modello di quelle statue antiche che allora costituivano il vanto dei collezionisti veronesi di archeologia; e sullo sfondo, con più rilievo che in altre pale di Felice, ove pure ricorre analogo motivo (Annunciazione della Madonna di Campagna, Epifania dei Santissimi Apostoli), una fuga d'arcate antiche che sembra un'ideale rievocazione degli "arcovoli" dell'Arena. In questo clima e in questo ambiente, il colloquio tra i quattro Santi, estatici in una sorta di eroica malinconia ai piedi della Vergine, assume un indimenticabile tono patetico, sospeso ed assorto".
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1999

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