Chiesa di San Zeno a Cerea - Verona

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Chiesa di San Zeno a Cerea

Verona / Italia
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La chiesa di San Zeno di Cerea è un interessante edificio romanico posto alla periferia nord del capoluogo comunale, presso il corso del fiume Menago che qui, fino a qualche decennio fa, dava impulso ad un vecchio mulino per cereali che appartenne alla nobile famiglia veronese dei Pompei.

La tradizione, confermata da antiche testimonianze di cui è possibile cogliere l'eco nelle relazioni delle visite pastorali più antiche, vuole che questa fosse originariamente pieve e che poi la cura d'anime sia passata all'attuale chiesa parrocchiale dedicata a Santa Maria. "Visitò la chiesa di San Zenone - si legge, infatti, a proposito della visita effettuata da Agostino Valier nel Maggio del 1568 - che era parrocchiale e pieve antica, mentre ora la cura è stata trasferita presso la chiesa di Santa Maria". In tale occasione, la chiesa era officiata nei giorni festivi da un cappellano, tal Nicolò Brunetto, era sede di una società laicale e aveva due altari oltre al maggiore.

Una quindicina d’anni prima il vescovo Luigi Lippomano aveva costatato che in essa il pavimento e l'imbiancatura erano stati rifatti di recente, erano però necessarie riparazioni alla muratura e alle porte, erano conservati all'interno oggetti d’uso profano e l'attiguo cimitero non era chiuso adeguatamente. Anche il campanile necessitava di restauri.

Attraverso i secoli, le manomissioni cui la chiesa andò incontro furono numerose e solo parzialmente documentabili; determinante fu quella del 1910, anno in cui si provvide, fra l'altro, ad innalzare la navata centrale, dando alla facciata l'attuale fisionomia a salienti, mentre prima risultava a capanna. Un'operazione, questa, che secondo la D'Arcais avrebbe privato l'edificio del suo aspetto originario, mentre a giudizio dello storico ceretano Bruno Bresciani, sarebbe da giudicare filologicamente corretta, poiché un disegno del 1795, relativo ai terreni soggetti alla Decima Grande, Cerea, mostra che la facciata era a schema tripartito.

In occasione di tali restauri furono rinvenuti materiali romani che si aggiunsero a numerosi altri inglobati nelle strutture murarie o affissi ad esse. Fra i più interessanti va segnalato un fregio che fa da architrave alla porta secondaria aperta sul fianco di mezzogiorno e presenta una serie di scudi circolari intervallati da altre armi. Ma vi è pure un pezzo di fregio con ippogrifi, un clipeo frammentario con ritratto, la stele funeraria di una donna completa di timpano ma con iscrizione illeggibile.

Lo spazio interno della chiesa è diviso in tre navate da due file di grossi pilastri in cotto che hanno inglobato le primitive colonne e sostengono sei archi a tutto sesto con ghiera molto regolare. Tale scansione dello spazio si riscontra - come annota la D'Arcais - con un certa regolarità nelle chiese del Veronese. Gli ultimi due pilastri costituiscono forse, assieme alla zona absidale, la parte più antica del sacro edificio. Essi poggiano su lapidi funerarie che riproducono a rilievo animali con valore simbolico, quali colombe recanti nel becco ramoscelli d’ulivo, grifi affrontati davanti ad un cantaro, delfini ed altri facenti parte del repertorio iconografico tardoromano.

Il restauro del 1910 ha messo in luce anche resti d’affreschi che adornano i suddetti pilastri e riproducono immagini di santi cari alla devozione popolare. E' ben riconoscibile, per il caratteristico bastone a tau e la campanella, Sant'Antonio Abate, Giona inginocchiato sul dorso del biblico cetaceo, un vescovo (San Zeno?) con altro Santo ed alcune Madonne con Bambino in trono. Le singole immagini sono rappresentate in posizione frontale, secondo moduli rigidi che spesso si ripetono uguali da santo a santo; i contorni risultano semplificati e marcati, e un ingenuo gusto decorativo si rivela nella rappresentazione delle vesti. Da queste caratteristiche, tipiche di una pittura popolare, si riscattano un paio di maestà più delicate nei tratti fisionomici e più complesse nell'impostazione. Una in particolare, nella quale oltre alla Madonna ed al Bambino, compare Sant'Anna, rivela particolare sensibilità del frescante nella resa dei chiaroscuri e dell'espressione fra l'assorto e l'angosciato dei tre volti.

Anche se le condizioni degli affreschi risultano in generale precarie, è possibile riconoscere l'intervento di mani diverse. Sulla datazione di alcuni di essi ci fornisce una preziosa indicazione ciò che resta di un’iscrizione incisa sulla calce del terzo pilastro del fianco nord, scoperta nel 1878 dall'allora parroco di Cerea don Luigi Benassuti, meglio noto negli ambienti culturali per un commento alla Divina Commedia. Essa ci fornisce la data 1305 ed il nome di un probabile pittore: Giovanni.

L'affrescatura della chiesa sarebbe coincisa, secondo il Bresciani, con uno dei restauri antichi, resosi necessario quando già essa datava qualche secolo. Una tradizione suggestiva, ma non si sa quanto attendibile, afferma, infatti, che la chiesa di San Zeno sia sorta agli inizi del secolo XII, per volontà e magnanimità di Matilde di Canossa, quando il Capitolo dei Canonici di Verona le conferì in feudo il «castrum» di Cerea con l'obbligo di una corresponsione annua di cinque lire veronesi.

Va ricordato, a tal proposito, che alla stessa bellicosa sostenitrice della causa del Papa un'epigrafe attribuisce il merito dell'erezione di un altro eccezionale monumento romanico: il santuario di Sqn Salvaro a San Pietro di Legnago.

Indipendentemente da ciò l'orizzonte temporale entro cui collocare la costruzione o la ricostruzione, visto che già un documento del 1803 citato dal Simeoni ne comproverebbe I'esistenza, non può essere diverso per le affinità rilevabili con altri edifici romanici della Bassa. In tale zona - stando all'ipotesi dell'Arslan ripresa da numerosi studiosi - avrebbe operato una scuola di maestranze, sensibile anche agli influssi lombardo-emiliani. Punto di riferimento per i suddetti edifici è da considerarsi la chiesetta della Bastia di Isola della Scala che reca la data 1126 e i nomi dei presunti costruttori: Chebizo, Wariento e Ano. Tali nomi ricorrono anche nel campanile della parrocchiale della stessa località che trova numerosi motivi di confronto con quello di San Zeno di Cerea. A proposito di quest'ultimo va notato che la parte inferiore è strutturata in ciottoli e conci di tufo, mentre quella superiore è in cotto. Nessuna scansione né in senso orizzontale né in senso verticale interrompe la compattezza delle superfici del manufatto che suggerisce l'idea di una possente massa che s’innalza sull’uniforme campagna della Bassa.

Che questi campanili fossero impiegati anche ad uso di torre è cosa nota e lo ha ricordato anche il Castagnetti, citando il caso di Belfiore d'Adige ove I'arciprete con il suo cospicuo seguito di canonici, giudici e milites nel 1190, di fronte ad una violenta sommossa degli abitanti si rifugiò, appunto, nel campanile.
La cella campanaria si apre in semplici bifore divise da colonnette in pietra, sormontate da pulvino.
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1988

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