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Chiesa di San Zeno in Oratorio

Verona / Italia
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Spunta appena, piccola e discreta, tra le casette che si affollano al principio delle rigaste che da Castelvecchio portano a San Zeno. E' la chiesa di San Zeno in Oratorio, uno dei due edifici sacri più antichi dedicati al santo patrono di Verona. Se la maestosa Basilica che le sorge poco distante ne conserva l'intero corpo, questa piccola chiesa ospita la più curiosa memoria del "vescovo moro", ossia il celebre sasso di fiume sul quale, secondo la tradizione, Zeno indugiava a pescare. Era, il suo, un gesto dal duplice significato: simbolico, come metafora dell'evangelizzazione (il santo "pescatore d’anime", come gli Apostoli), ma anche concreto, azione consueta per chi, come i Veronesi del tempo passato, viveva in stretto contatto con il fiume.

Tradizione e realtà storica, però, scorrono spesso su binari differenti: così, a discapito della convinzione di molti veronesi, è in concreto molto difficile provare un legame effettivo tra la figura storica di san Zeno e la chiesetta a lui dedicata, datandone cioè l’edificazione al lV secolo.

Indiscutibilmente, San Zeno in Oratorio sorge su un'area urbanizzata fin dall'età romana. In particolare, la costruzione attuale sembra insistere su ciò che resta di un edificio sepolcrale. Non è certo una stranezza, anzi, molte delle più antiche e importanti chiese veronesi (San Fermo, San Stefano e, per restare in zona, San Procolo e la stessa Basilica di San Zeno) sono sorte su aree cimiteriali d’età romana, quando non addirittura su antichi luoghi di culto pagano. Era questa una pratica abituale, al principio dell'età cristiana, ed aveva una doppia, positiva funzione: da un lato "esorcizzava" luoghi già dedicati agli "idoli ingannevoli", dall'altro offriva ai neo convertiti una rassicurante continuità.

Le testimonianze archeologiche d’età romana rinvenute nell'area di San Zeno in Oratorio sono molteplici e famose. Ricordiamo in primo luogo le tre lastre figurate, due con satiri danzanti ed una con tre amorini alati, conservate fin dal Settecento al Museo Lapidario Maffeiano: attribuite al II secolo d.C., appartenevano probabilmente ad un unico monumento funebre. Altro importante reperto, questo invece conservato in sito, è quello che attualmente sorregge, all'interno della chiesetta, il già citato "masso di san Zeno". Si tratta di un'ara funebre cilindrica con due busti, inquadrati in un'edicola ornata da tralci di vite con foglie e grappoli. Essa raffigura probabilmente una coppia di coniugi: i loro volti sono estremamente compromessi, al punto da rendere a malapena possibile distinguere l'uomo dalla donna. Un tempo parzialmente murato, il manufatto è stato liberato durante recenti lavori di restauro. Esso risulta più antico delle sculture precedenti: secondo Lanfranco Franzoni, la sua esecuzione non è posteriore alla prima metà del I secolo d.C..

Ancora un frammento scultoreo d’età romana si ritrova murato sul retro della chiesa: di forma curvilinea, capovolto col basso verso l'alto, esso raffigura una sella curule tra due fasci. Probabilmente la sua collocazione in questa sede risale ad epoca molto recente, ovvero al 1822, quando l'abside della chiesa fu demolita per permettere l'allargamento della sede stradale. Nelle sue vicinanze si trova murato anche un altro frammento di lapide, che offre una parziale indicazione delle misure dell'area cimiteriale: "sulla fronte, piedi 12".

Altre tracce ascrivibili all'epoca romana sono emerse nel 1962, in occasione d’alcuni scavi eseguiti per la posa di una nuova fognatura, quando è tornato alla luce un solido basamento in muratura costituito da due parti distinte. La più antica consiste nell'arco di una circonferenza dal raggio di 3,60 mt.: dovrebbe trattarsi, ancora secondo il Franzoni, della sopravvivenza di un monumento funerario a pianta circolare, tipologia molto diffusa a Verona. Proprio su questa fondazione semicircolare posava l'abside della chiesa. A questa prima muratura se ne salda un'altra, che appare d’epoca più recente. Su di essa si inserisce un'ulteriore testimonianza scultorea: un fregio frammentario decorato con alcune figure in successione speculare, raffiguranti un vaso con tenie svolazzanti, una maschera virile, un fiore, ancora un vaso e una maschera.

Tutte queste testimonianze rendono dunque indiscutibile la teoria che vuole San Zenetto (così i Veronesi chiamano, affettuosamente, San Zeno in Oratorio) sorgere su un'area cimiteriale pagana. Ben più arduo è invece stabilire a che epoca risale la sua edificazione. La sua dedicazione assunse la forma attuale solo nel XVI secolo: in precedenza, la chiesa era detta "San Zeno Oratore" o "San Zeno Orante", in omaggio alla tradizione che vuole questa sede il rifugio prediletto del santo, che qui si sarebbe ritirato a pregare (e a pescare). Questa tradizione è all'origine di un secolare equivoco che ha visto protagonisti alcuni dei più illustri storici veronesi: fin dal 1700, infatti, molti hanno creduto di poter identificare con San Zenetto la chiesa che fu teatro del più celebre miracolo zenoniano, un prodigio compiuto dal santo dopo la sua morte e narrato per la prima volta nel VI secolo nientemeno che da papa Gregorio l Magno.

Secondo il racconto del pontefice, nell'anno del Signore 589, proprio il giorno della festa del santo, i veronesi si riunirono nella chiesa a lui dedicata per celebrarne la memoria. In quel mentre, una violenta alluvione provocò lo straripamento dell'Adige: per miracolosa intercessione di Zeno, le acque fluviali - che pure provocarono ingentissimi danni in città - si arrestarono alle soglie dell'edificio, la- sciando incolumi i terrorizzati fedeli. Il racconto di Gregorio Magno fu poi ripreso dallo storico longobardo Paolo Diacono, per confluire infine nella più antica Vita di san Zeno, composta alla fine del secolo VIII.

Via via che il racconto "passò di mano" se ne arricchì anche il contenuto, al punto che l’agiografo zenoniano giunse a specificare che il miracolo si era verificato nella chiesa che conservava il corpo del santo, particolare di cui gli autori precedenti non avevano fatto il minimo cenno. Tanto bastò agli studiosi dei secoli successivi per scatenare una vera e propria caccia all'edificio sacro teatro dell'e- vento. In una controversia che dura ormai, letteralmente, da secoli, storici d’ogni epoca si sforzarono di identificarlo chi con l'odierna basilica (ritenuta però troppo lontana dal fiume per rendere credibile un simile prodigio), chi appunto con San Zeno in Oratorio che, secondo il parere di alcuni, avrebbe ben potuto sorgere là dove il corpo di Zeno fu inizialmente sepolto, prima di essere trasferito, attorno all'807, nella cripta dell'attuale basilica. Ma poiché Gregorio e Paolo Diacono non accennano affatto alla presenza del corpo del santo nella chiesa teatro del prodigio, si deve ritenere che San Zenetto difficilmente abbia a che fare con la chiesa del miracolo, probabilmente da identificare con la primitiva cattedrale di Verona, ovvero la basilichetta paleocristiana recentemente tornata alla luce nell'area del Duomo. Forse le spoglie di san Zeno riposarono davvero in questa sede. Purtroppo, però, non esiste alcun documento che lo provi, accreditando così l'ipotesi che vuole San Zenetto edificata già nel secolo IV. Altrettanto debole è l’argomentazione che vuole la chiesa già esistente nel secolo VIII in base al fatto che il Canobbio, erudito veronese del Settecento, ha Iasciato scritto di aver visto un documento datato 780 che ad essa si riferiva. Controversa è pure l'opinione di chi inserisce San Zenetto tra le chiese erette o restaurate nel secolo IX per volontà dell'arcidiacono Pacifico.

Non resta allora che rivolgersi ai dati più concreti, lasciando avvolta nel mistero la "data di nascita" precisa della chiesetta. Nella sua forma attuale, San Zenetto risale non anteriormente al XII secolo: probabilmente, sorse (o risorse, come indicano nella zona absidale tracce di muratura ascrivibili forse all'XI secolo) dopo il devastante terremoto del 1117, in un ambito costantemente esposto al rischio presentato dalle piene dell’Adige. Trovò una prima protezione dalla furia delle acque nel 1290, quando per volontà di Alberto della Scala fu costruito, a protezione della zona, un imponente argine. Spettò invece a Cangrande, qualche anno più tardi, comprendere la chiesa e il quartiere circostante all'interno a nuova cinta muraria di cui promosse l'edificazione.

Nel secolo XIV San Zeno in Oratorio attraversò un periodo di particolare fortuna: da essa dipendevano, per assicurarle sostentamento, alcune pievi rurali, e nel 1336 la troviamo compresa nell'elenco delle chiese parrocchiali cittadine. Come ricorda Luciano Rognini, il suo governo si estendeva nel territorio compreso l’attuale via Rigaste San Zeno, via Scarsellini, le mura magistrali e stradone Porta Palio. Qui sorsero, ancora nel Trecento, il convento femminile di San Giovanni della Beverara, oggi scomparso, e quello maschile di San Bernardino, attuale parrocchia officiante San Zenetto.

Nei secoli successivi, la vita religiosa della comunità che le si stringeva attorno proseguì serena, così come le vicende materiali della chiesetta: San Zeno in Oratorio si arricchì di numerose opere d'arte, anche se fu ancora costretta a subire qualche danno sempre per colpa delle irruenti acque dell'Adige.

Purtroppo, come accadde per molte chiese veronesi, anche San Zenetto fu colpita dal decreto di soppressione emanato durante la dominazione francese. Il suo territorio passò così sotto il controllo di San Zeno Maggiore, mentre la chiesa fu spogliata di tutte le opere e gli arredi che custodiva. Rimase chiusa dal 1807 al 1816 quando, per espressa volontà del Vescovo, fu riaperta come rettoria della parrocchia di San Zeno.

Dopo la traumatica esperienza della spoliazione, la chiesa abbisognava di consistenti restauri, ai quali si dedicarono con impegno e passione i suoi rettori. Nel corso del secolo, per "riabbellire" San Zenetto si ricorse anche al recupero di dipinti, sculture, elementi architettonici provenienti da chiese abbattute o definitivamente demaniate, con il risultato di snaturare piuttosto sensibilmente l'aspetto originario della chiesetta.

In particolare, nel 1827 si arricchì la nuova recinzione del sagrato con il portalino marmoreo in stile gotico proveniente dalla demolita chiesa di Sant' Antonio di Vienne, mentre tre anni più tardi furono collocate sulla stessa recinzione le due statue settecentesche raffiguranti san Zeno e san Pietro Martire: opera di Francesco Zoppi, ornavano originariamente l'ingresso della Fiera del Bibbiena in Campo Marzo. Anche la facciata della chiesa subì modificazioni: oltre all'applicazione di un'arcata modanata in tufo al di sopra del portale, è da ricordare la sovrapposizione all'originario, semplice rosone dell'imponente ruota in marmo rosso di Sant' Ambrogio, databile al XII secolo, di ignota provenienza.

San Zeno in Oratorio fu nuovamente danneggiata durante il secondo conflitto mondiale, ma visse il suo momento più difficile nel 1957, con il crollo della navata destra che travolse parte dell'adiacente ex-oratorio. In questa occasione andarono purtroppo perdute interessanti porzioni d'affresco di età tardomedievale, una delle quali raffigurante san Francesco.

Ciò nonostante ancora oggi la chiesa, a tre navate, conserva al suo interno tracce di affreschi di pregio: in particolare, sovrasta il portale d'ingresso una Crocifissione databile al XIV secolo. Per quanto riguarda le altre espressioni artistiche, notevole è la statua policroma raffigurante san Zeno: posta in una nicchia al centro del coro, essa viene fatta risalire al XIV secolo, ed è forse opera del celebre scultore Rigino di Enrico. Non sono certo le uniche opere d'arte che San Zenetto conservi: al suo interno troviamo, infatti, dipinti e pale d'altare di epoca più recente, che tuttavia - a dar retta a quanto raccontano gli studiosi dei secoli passati - non debbono rappresentare che un pallido ricordo della bellezza e della ricchezza di questa piccola, preziosa chiesa, ai tempi del suo più vivo splendore.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1996

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