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Chiesa di Sant'Elena

Verona / Italia
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Gioiello del romanico veronese, la chiesa dei Santi Giorgio e Zeno, in vulgo Sant'Elena, insiste su un'area archeologica, indagata nel corso degli scavi otto-novecenteschi, tra le più interessanti del Nord Italia, e tra le più complesse per lo stratificarsi millenario di emergenze architettoniche che, prima in epoca romana, poi durante il Cristianesimo, attestano l'importanza di quest’angolo della città antica stretto entro l'ansa del fiume Adige.

La continuità storica ed urbanistica, attraverso varie fasi edificatorie, del sito, il suo configurarsi, fin dal quarto secolo, quale centro e cuore pulsante della Cristianità veronese, spingono ad una presentazione globale di tale millenaria vicenda.

In quanto alla collocazione dell'area all'interno del sistema viario romano, di fronte a Sant'Elena, o meglio alla prima basilica paleocristiana, correva, in prosecuzione dell'attuale Via Duomo, il terzo cardo citrato sinistro, poi obliterato dall'edificazione della seconda basilica, e del quale è stato trovato un tratto in corte Sant'Elena, di fronte alla facciata della chiesa.

La tradizione qui poneva un tempio dedicato a Minerva, nonché le pubbliche terme dalle quali proverrebbero le vasche monolitiche di piazza Erbe e San Zeno. Purtroppo i pochi resti di murature scoperte di sotto alle basiliche paleocristiane non presentano sufficIente connotazione per essere riferiti con certezza agli edifici pubblici che qui sarebbero esistiti: gli stessi materiali d'epoca romana riutilizzati negli edifici più tardi e le sculture trovate in una sorta di deposito interrato di fronte alla facciata della cattedrale (ed oggi vanto del Museo Archeologico) sembrano, almeno in parte, provenire da edifici in demolizione in altri punti della città (com'è il caso ad esempio di un'iscrizione, oggi nel chiostro, menzionante la Curia), e quindi non chiarificano un problema che andrà risolto solo grazie a nuove campagne, di scavo.

Di certo l'area aveva una sua importanza anche in epoca romana e il fatto può essere facilmente collegato alla vicinanza con la riva del fiume, in questo luogo (e il toponimo Riva Battello lo dimostrerebbe) sede di uno scalo commerciale.

Non è allora casuale che, proprio qui, la Cristianità abbia collocato fin dalle origini, e mantenuto, i propri "centri del potere": l'importanza del sito intra moenia e lo stratificarsi senza sosta degli interventi edilizi dimostrano la continuità storica della presenza della cattedrale e del vescovado in questo luogo, di contro alle ipotesi che vorrebbero il loro momentaneo spostamento a Santo Stefano, sede sì della sepoltura dei vescovi immediatamente successivi a San Zeno, ma tale solo in quanto area cimiteriale extra moenia, in un'epoca in cui persisteva l'uso romano di seppellire i morti fuori la cerchia muraria.

Interessantissime le ipotesi formulate sulla configurazione e le trasformazioni urbanistiche dell'area tra tardo Impero ed epoca romanica: in questa sede, ci riferiamo all'ottimo studio di Cinzia Fiorio Tedone, Silvia Lusuardi Siena e Paola Riva contenuto nel volume, curato nel 1987 da Pierpaolo Brugnoli, La cattedrale di Verona nelle sue vicende edilizie dal secolo IV al secolo XVI. Brevemente, l'attuale Sant'Elena occupa in parte l'area di una prima basilica, nota come chiesa A, risalente alla prima metà del IV secolo ed oggetto di una parziale ricostruzione già all'epoca dell'episcopato di San Zeno (362-372 d.C.): a tale seconda fase si devono soprattutto il rialzo dei livelli pavimentali e la loro preziosa decorazione a mosaico.

Tale edificio, di metri 37,5 x 16,9 c., si presentava a tre navate, mono-absidato e caratterizzato nel presbiterio da un podio rialzato con synthronos e isolato dalle navate per mezzo di transenne.

Già allora dovevano esistere, tra gli annessi, un battistero, cui sembra alludere un passo dello stesso San Zeno, probabilmente situato in corrispondenza dell'attuale San Giovanni in Fonte, l’episcopio, nonché la sede della Schola Sacerdotum e dello Scriptorium, accertati al partire dal 517 ma verosimilmente esistenti, in quanto strutture per l'organizzazione e la formazione del clero veronese, fin dal IV secolo. È stata inoltre ipotizzata la possibilità dell'esistenza, già in epoca zenoniana, di un complesso paleocristiano del tipo "a cattedrale doppia", documentato dagli esempi ginevrini e lionesi, con un edificio a sud simile e simmetrico alla chiesa A, le cui fondamenta andrebbero ricercate sotto l'attuale cattedrale romanica.

AI V secolo risale una profonda trasformazione della zona che porta alla costruzione della chiesa B, sviluppatasi ad ovest in direzione dell'attuale chiostro romanico e parzialmente invadente ad est l'area della chiesa A. L'edificio, di metri 72,8 x 29,2, era pure monoabsidato e a tre navate, preceduto da un nartece, o atrio, ubicato all'altezza delle fondazioni del lato occidentale del chiostro, sotto l'attuale sede della Biblioteca Capitolare.

Tale basilica, pure riccamente pavimentata a mosaico, si caratterizzava per la stretta solea sopraelevata e transennata che dal podio presbiteriale si incuneava, come una passerella, per un tratto nella navata centrale: l'aggiunta su un fianco della solea di due strutture semicircolari che tagliano l’originario parapetto e che sono chiaramente appoggiate sopra il pavimento musivo, documenta, nella prima metà del VI secolo, nuovi lavori, verosimilmente collegabili ad aggiornamenti nel rituale cristiano.

Tra il VII e l’VIII secolo (tra il 781 e il 792 cadrebbe la consacrazione di una nuova cattedrale, costruita sul sito che tuttora, nella veste romanica, occupa) avviene la decadenza e il definitivo abbandono della chiesa B, probabilmente crollata nel corso di un incendio che, alla fine dell'VIII secolo, e comunque prima dell'806, distrusse anche il vescovado: quel che è certo è che, agli inizi del IX secolo, già esiste la chiesa dei Santi Giorgio e Zeno, cioè Sant'Elena, la quale, riprendendo parzialmente il tracciato della chiesa A, si allunga ad inglobare, obliterandolo, parte del presbiterio della chiesa B.

All'epoca della decadenza di quest'ultima risalgono sia alcune tombe alto-medioevali che documentano l'uso cimiteriale della basilica (nel momento in cui si iniziò a seppellire entro le mura), sia le tracce di sovrastrutture lignee, probabilmente grossi pali portanti, la cui pressione ha lasciato vistose impronte sui pavimenti musivi: il loro utilizzo potrebbe documentare parziali crolli nell'edificio e conseguenti opere di restauro e ripristino.

In occasione degli scavi curati dal Vignola nell’Ottocento, sul pavimento della basilica B, sono stati comunque trovati numerosi frammenti delle preziose catene bronzee per le lampade: la presenza di arredi al momento del crollo non può che confermare la distruzione repentina di un edificio rimasto funzionante fino all'ultimo.

Riprendendo il filo del nostro discorso, che ha come oggetto specifico la chiesa di Sant'Elena, è da dire che, quando nel V secolo fu costruita la chiesa B, il primo edificio zenoniano, se pur in parte invaso dalla nuova costruzione, non venne distrutto del tutto, ma suddiviso in vani e adattato ad altri usi: l'accertata continuità liturgica dell'antico presbiterio, parzialmente rinnovato, è certo da collegare alla presenza della Schola Sacerdotum, poi Capitolo dei Canonici, che proprio qui, sulle rovine della chiesa zenoniana, eresse nel IX secolo un luogo di culto intitolato non solo a San Giorgio, suo santo protettore, ma anche, significativamente, a San Zeno. Di certo nel 517 lo Scriptorium per la produzione dei testi liturgici usati dalla Schola era in piena funzione, come dimostra il celebre cod. XXXVIII della Biblioteca Capitolare trascritto in tale anno dal lettore Ursicino.

Riconosciuta nell'813, da parte del vescovo Ratoldo, l'autonomia dei canonici veronesi, legati al patriarca di Aquileia e non al vescovo di Verona, essi, costruita la propria chiesa, chiamarono a Verona il patriarca Andrea che, che verso l’842-847, consacrò il nuovo edificio e ripose sull'altare le reliquie, ricordate da una lapide ancora in Sant'Elena: tra queste era la reliquia della Santa Croce alla quale si deve il culto di Sant'Elena, nonché la popolare intitolazione dell'edificio.

L’epitaffio dell'846 oggi in cattedrale, in mortem dell'arcidiacono Pacifico, attribuisce a quest'ultimo il ruolo di "fundator, renovator" di alcune chiese veronesi, tra le quali è la chiesa dei Canonici.

A tale epoca carolingia risalgono, oltre ad una prima redazione del così detto atrio di Santa Maria Matricolare, un vestibolo cioè con volte e colonne che tuttora, in veste romanica, raccorda Sant'Elena e la cattedrale, anche parte dei paramenti murari dell'attuale chiesa, mantenuti nella fabbrica romanica che ha tamponato le primitive finestre ad arco, sostituite da più piccole aperture, nonché la discussa trifora all'esterno della chiesa, sotto il portico.

La chiesa, probabilmente danneggiata dal terremoto del 1117, trovò la definitiva sistemazione nella prima metà del XII secolo: come ricorda un'epigrafe in sede, nel 1140 i Canonici invitarono a Verona Pellegrino, patriarca di Aquileia, che riconsacrò l'altare della loro chiesa profanato da sconosciuti facinorosi.

Nelle epoche successive, in cui Sant'Elena mantenne un alto prestigio come dimostra la sua scelta, nel 1320, quale sede per la pubblica lettura della Quaestio de sito et forma aque et terre, di Dante Alighieri, si contano solo pochi interventi di rilievo.

AIla fine del Quattrocento possono essere datati l'imponente coro ligneo e il portico addossato alla facciata che a sud continua, arrestandosi per la secentesca fabbrica della sacrestia canonicale, in direzione della cattedrale: ad esso internamente corrisponde la coeva loggia impostata su tre arcate. Alla seconda metà del Cinquecento si datano invece gli archi che, a metà navata, iscrivono i corti vani dei due altari laterali, la balaustra che divide il presbiterio rialzato dalla parte plebana, ed infine il presbiterio, in quest'epoca ricostruito su pianta quadrata.

Documenti del 1573 che riferiscono il disegno dell'ancona lignea dell'altar maggiore a Bernardino Brugnoli, nello stesso decennio attivo anche nel vicino cantiere del campanile della cattedrale, sembrano coinvolgere tale architetto in questo riassetto del coro e del presbiterio della chiesa.

Di qui si passa agli anni Trenta del Settecento, quando i due altari laterali vennero rifatti, come meglio vedremo parlando delle pale.

Questo per quanto riguarda le complesse vicende urbanistiche ed architettoniche della chiesa e del suo sito.

A partire dalla rifabbrica romanica, Sant'Elena si arricchisce inoltre di splendide opere d'arte. Sulle pareti della navata sono alcuni lacerti di affresco, avanzi di fregi decorativi e frammentarie figure di Santi, variamente attribuibili tra l’XI(?) e il XIV secolo.

Verso il 1335 si data invece il gruppo scultoreo, oggi nel Museo Canonicale, raffigurante un canonico, Bonifacio da Cellore, che presenta ad un’immagine sacra oggi perduta, probabilmente la Madonna, cinque cappellani, uno dei quali attualmente acefalo: già sul sepolcro del prelato (in Sant'Elena resta la lapide commemorativa), esso ricorda l'istituzione testamentaria da parte del canonico, appunto nel 1335, di cinque cappellanie, quattro a Sant'Elena ed una a Santa Felicita, ed è concordemente attribuito al così detto "Maestro di Sant'Anastasia", il grande protagonista della scultura veronese in epoca scaligera.

Passando al XV secolo, oltre alle tracce di affresco nella nicchia all'esterno del presbiterio a sinistra, un affresco perduto che le fonti attribuiscono a Nicolò Solimani, possiamo ricordare due importanti testi della pittura tardo-gotica a Verona, un frammento di affresco raffigurante San Zeno e San Pietro(?) innicchiato entro un arco a cuspide che, sulla parete sinistra, all'altezza della balaustra, è stato in parte distrutto per l'apertura di una porta più tarda, nonché la croce stazionale oggi custodita in cattedrale, recentemente attribuita al veneziano Jacopo Bellini, nel 1436 attivo con affreschi perduti in cattedrale.

AI maturo Quattrocento risalgono poi le tavole di un trittico, anch'esso oggi nel Museo Canonicale, raffiguranti la Madonna col Cristo deposto, datata 1490, Sant'Elena e Santa Caterina: l’importante trittico, alla cui ancona lignea sembrano competere anche otto tavolette, pure nel museo, con i Simboli degli Evangelisti e i Quattro dottori della Chiesa, è concordemente attribuito a quella "Bottega del Cespo di Garofano" che recenti ricerche hanno, quasi definitivamente, identificato con la bottega di Antonio Badile, figlio di Giovanni.

Il trittico era su un altare laterale della chiesa, dedicato alla Santissima Croce e a Sant'Elena. Dall'altare di fronte, dedicato a San Nicolò, potrebbe invece provenire un dipinto oggi in cattedrale, la Madonna col Bambino in trono, i Santi Nicolò e Stefano ed un committente, siglato da Giovanni Caroto e datato 1514.

AIla seconda metà del XVI secolo risalgono invece il frammento di affresco nella nicchia all’esterno del presbiterio a destra, le finte partiture architettoniche affrescate sulla loggia appoggiata alla controfacciata, nonché il rifacimento, in occasione della ristrutturazione del presbiterio, della pala all'altar maggiore: stando ai documenti, Felice Brusasorci nel 1573-1579 è pagato per la splendida Madonna in trono col Bambino e i Santi Lorenzo(?), Zeno, Giorgio, Elena e Giovannino. Il prestigioso dipinto, nel 1988, è stato restaurato col contributo della Banca Popolare di Verona ed esposto nella mostra "Veronese e Verona" organizzata dai Musei Civici.

Non sono noti altri interventi in Sant'Elena prima egli anni Trenta del Settecento: a quest'epoca risale, infatti, l’ammodernamento dei due altari laterali. Per quello di destra il giovane Pietro Antonio Rotari eseguì, a sostituzione del trittico di Antonio Badile, la pala raffigurante Ia Madonna col Bambino e i Santi Giovanni Nepomuceno, Elena e Caterina: la tela sembra databile verso il 1735, in quanto lo Zannandreis la elenca tra le prime eseguite dopo il ritorno in patria (1734) del pittore, reduce dal giovanile viaggio di studio.

Nel 1737-1738 invece lo scultore-architetto Giuseppe Antonio Schiavi costruì l'altare prospiciente, riconsacrato in onore di San Francesco di Sales, e tuttora ornato dall'interessante Redentore, Angeli e i Santi Francesco di Sales e Filippo Neri opera del quasi sconosciuto pittore veronese Giovanni Pietro Salvaterra.

Con tali interventi si chiude in sostanza la millenaria vicenda edilizia di una chiesa nata sulle rovine del più antico edificio di culto della Cristianità veronese, e che ha saputo non solo mantenere inalterata la sua storicizzata configurazione storica, ma anche evidenziarla meglio, con il parziale mantenimento a vista dei siti archeologici sottostanti: grazie alle indagini ottocentesche del Vignola e, soprattutto, a quelle dirette dalla Soprintendenza alle Antichità negli anni 1960-1970, quando l'edificio venne risanato e restaurato anche dal punto di vista architettonico, essa attualmente esibisce gli scavi riguardanti le zone presbiteriali delle due basiliche pre-romaniche.

Va da sé che è prevista la valorizzazione museale di tale complesso, normalmente chiuso al pubblico e poco noto agli stessi veronesi, che è destinato ad essere inglobato, in un unico percorso museografico-archeologico che comprenderà anche il chiostro romanico e i sottostanti scavi, nel Museo Canonicale.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1991

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